COMPLOTTISMO…E CULTURA > La narrativa complottista è la sola ricetta di tanta “letteratura critica”. Un saggio (davvero) irriverente

L’avvelenamento metaforico ha un’altra figura classica: la disinformazione dell’opinione pubblica. L’attentato dell’11/9 è stato presentato come un evento deliberatamente manipolatorio indirizzato ad imporre all’opinione pubblica un’alterazione dello stato di diritto e l’instaurazione dello “stato d’eccezione”. Naturalmente, le teorie complottiste della disinformazione, che non hanno un’idea politica della politica, non sembrano avere la minima idea di che cosa sia la disinformazione, e non fanno alcuna distinzione tra paesi democratici e dittature. La disinformazione è vista come la manipolazione totale dell’opinione pubblica, che consisterebbe letteralmente nella sostituzione della realtà con una finzione della realtà. E la prima finzione è la stessa democrazia. Poco conta che, ironia della sorte, a dimostrare il contrario sia proprio il successo del populismo.

Il complotto senza soggetto e il Potere

La parte più “intellettuale” del complottismo arriva con una mutazione del plot complottista. Da un certo punto in poi, si produce una nuova letteratura nella quale resta il complotto, ma scompare il soggetto del complotto: non c’è più un attore antropomorfo, anche se resta l’intenzione della trasformazione radicale. Il complottismo compie un salto di qualità. “Dietro” i fatti sociali e politici non c’è più un gruppo di attori umani, ma un paradigma. La disumanizzazione, che prima si rappresentava nel divino ora si rappresenta nel “paradigma”. Il “paradigma” funziona come una struttura spersonalizzata che mantiene però una direzione di volontà, una volontà di potenza.

Gli esempi di questo plot sono molteplici. Il modello più influente è probabilmente quello marxista, dove interviene il fenomeno della ripetizione strumentale da parte di un esercito di epigoni. Ma il plot si coniuga in vari modi: è estremamente creativo. Prendiamo la disinformazione intesa come sostituzione della realtà con una finzione. Nel suo celebre libro “La società dello spettacolo”, il filosofo francese Guy Debord ha sostenuto che la realtà sarebbe stata, ad un certo punto, sostituita da un grande spettacolo espressione del Potere. Ora, un Potere che è capace di sostituire la realtà con la finzione, è un Potere del tutto irrealistico, un potere infinito. È il Potere, con la “p” maiuscola. Non c’è più la politica, ma una teologia secolarizzata. Nella “società dello spettacolo” scompare il vecchio gruppo di persone che operava in segreto, al suo posto c’è l’accadere di un Paradigma: c’è un mutamento epocale che opera trascendendo la volontà individuale inglobandola. In questa letteratura, gli attori del complotto sono essi stessi asserviti al modello di società che propongono: sono espressioni del Paradigma: sono dei burattini, coltivano, per dirla con il modello principale del complottismo senza soggetto – appunto il buon Karl Marx – una “cattiva coscienza”.

Il rovesciamento marxista della dialettica di Hegel potrebbe essere preso idealmente come uno spartiacque tra un’idea teologica della storia e un’idea secolarizzata, “materialistica”, della storia. Salvo tenere presente che la storia materialistica conserva del tutto le caratteristiche di una realtà metafisica. L’impianto interpretativo del marxismo, dove la struttura economica determina la sovrastruttura ideologica, si è esteso (e volgarizzato), assumendo sempre più i tratti di un complotto. Quello che in Marx è un pensiero vivo che, con alti e bassi, si è messo alla scoperta di un nuovo territorio, si irrigidisce fino a diventare, negli epigoni, una parodia. La struttura ci muove a nostra insaputa, ci manipola, ci fa diversi da come saremmo, induce in noi un bisogno di consumi che non appartengono alla nostra vera e autentica natura. La struttura ci inganna. Ha alterato la purezza della vita, ci avvelena: i mercanti sono entrati nel tempio. Lo schema si ripete. Dalle enclosures in poi, l’Unità dei “beni comuni” è andata in pezzi, generando milioni di proletari sradicati. La struttura, sempre lei, ci offre un feticcio (di merci) da adorare ed assume il senso di una sorta di impersonale “volontà di potenza”. Lo “smascheramento” del Paradigma va di pari passo con lo svelamento della “realtà vera” dietro la finzione orchestrata dal Potere, con la conseguente liberazione. Ne viene l’investitura di un nuovo ceto di sacerdoti-intellettuali il cui compito è salvare il mondo dalla scissione, “smascherando” senza posa.