COMPLOTTISMO…E CULTURA > La narrativa complottista è la sola ricetta di tanta “letteratura critica”. Un saggio (davvero) irriverente

Anche il senso e l’origine del welfare possono suggerire la trama del complotto-complottista. Secondo lo storico Derek Fraser, effettivamente, nella ricostruzione storiografica dell’origine del welfare, “the cospirational model has been widely utilised”. I protagonisti infatti ci sono tutti: “Welfare is (…) characterised as one of the means by which order and authority are preserved, social revolution avoided, and political stability maintaned” [iv]. Il welfare sarebbe una strategia del capitalismo per disinnescare la seduzione dell’Unione Sovietica presso il proletariato occidentale. – Come, si chiederà? Ospedali, pensioni, scuole pubbliche…tutto questo sarebbe solo la conseguenza di una tattica? Sì. Un potere infinito, segretamente, ha organizzato su scala internazionale un gigantesco inganno. E si noti che, stando a questa tesi, il Welfare State ne esce senza autonomia, né politica né storica né morale. I paesi che l’hanno sviluppato, seguivano altre ragioni, ovviamente inconfessabili. Del resto, non è forse il welfare il risultato tangibile dell’ignobile compromesso socialdemocratico con il capitalismo? Ovvio che sia “colpevole”. I vecchi operaisti (Asor-Rosa, Negri, Panzieri, Tronti e soci) parlavano, non a caso di “Piano del Capitale” ed intendevano “Complotto del Capitale”.

Senonché, tutto questo è ovviamente irrealistico. Eppure Derek Fraser ha ragione. Nel libro Attacco al welfare del sociologo Luciano Gallino, ad un certo punto, a proposito della nascita del modello di welfare di Beveridge, si legge: “È forse superfluo aggiungere che né Beveridge né Churchill erano mossi solamente da intenti umanitari. Intendevano contrastare l’influenza ideologica e politica dell’Unione Sovietica”[v]. L’assunto è tutt’altro che privo di intenzione ideologica: il potere, l’economia liberale, l’Europa, sarebbero intrinsecamente ostili alla “giustizia sociale”: mai e poi mai avrebbero percorso la strada del welfare, se non ci fosse stata la spinta della sinistra rivoluzionaria. Il welfare è, dunque, un figlio non voluto: “resta il fatto – scrive sempre Gallino – che in seguito al piano concepito da un liberale fu sviluppato nel Regno Unito quello che venne considerato per vari decenni il più avanzato ed esteso stato sociale del mondo”. Ma ecco che appena l’Unione Sovietica cade (intanto, si noti, sono passati vari decenni dal 1942, anno di pubblicazione del Report di Beveridge) gli “interessi economici” (da immaginare chiusi nei loro salotti, non hanno neanche un nome, sono anonimi e impersonali) fanno prontamente un passo indietro: puntuale arriva l’attacco al welfare, che – è sempre Gallino – si “configura piuttosto come il compimento di un progetto politico ed economico a un tempo: riportare nello spazio del mercato tutto quanto era stato sottratto ad esso dallo sviluppo dello stato sociale”. Il “progetto politico”, portato avanti dall’inizio alla fine con lucida coerenza, allude anche qui a un’intenzione contro-natura che attacca un valore “sociale”. Il Potere smantella oggi quello che, con tattica astuta, aveva costruito nientemeno che nel 1942. Il nemico è disumano e cinico, dunque degno di odio. Immancabile il riferimento a Karl Polanyi: si assiste alla “mercificazione di terra, lavoro, e denaro compiuta dalle politiche liberali”. La “mercificazione” separa l’umano, la comunità, avvelena i “beni comuni”: “la mercificazione per mezzo della privatizzazione di beni pubblici essenziali quali la previdenza, la sanità, il sostegno al reddito” è anche un attacco alla democrazia: l’attacco al welfare “costituisce, insieme con lo svuotamento del modello sociale europeo, uno svuotamento del processo democratico della Ue”[vi]. Un complotto a tutto tondo.