COMPLOTTISMO…E CULTURA     > La narrativa complottista è  la sola ricetta di tanta “letteratura critica”. Un saggio (davvero) irriverente

COMPLOTTISMO…E CULTURA > La narrativa complottista è la sola ricetta di tanta “letteratura critica”. Un saggio (davvero) irriverente

Già Raymond Boudon aveva messo in evidenza che la “lotta di classe”, volgarizzata, era diventata la matrice generativa di infiniti racconti complottisti. Il rapporto tra l’analisi e la sua volgarizzazione richiederebbe un lungo discorso. In breve, si può dire questo: come il complottismo non contempla il caso o l’errore, così non lascia le categorie empiriche che ordinano l’esperienza (ad esempio le categorie storiografiche) nella loro funzione empirica: le trascende, spesso le personalizza. In modo più raffinato questo avviene anche in certe teorie del diritto positivo che fanno dell’ordinamento positivo un assoluto (una metafisica).

Ripetizioni

È utile sottolineare che il plot complottista con o senza soggetto è un fatto, e dunque è  rilevabile obiettivamente nei testi.  Tra le molteplici ripetizioni di questo tipo di complotto senza soggetto un buon esempio è la “biopolitica” di Michel Foucault. Gli elementi della trama si ritrovano tutti. Ad un certo punto, secondo Foucault, sarebbe emerso un nuovo Paradigma, quello della manipolazione biologica. Il Nuovo Paradigma è la “biopolitica”, ovvero una “Nuova Forma di Potere” diversa da tutte le altre forme di potere: un Potere che agisce sul “bios”, sulla vita, anzi sulla “nuda vita” e la manipola, la altera.

La politica è assente. Di Machiavelli, per così dire, non c’è traccia. Come dice lo stesso Foucault, il potere è diventato impersonale:

“E, se è vero che Machiavelli fu uno dei pochi — ed era questo probabilmente lo scandalo del suo ‘cinismo’ — a pensare il potere del Principe in termini di rapporti di forza, bisogna forse fare ancora un passo, rinunciare al personaggio del Principe e decifrare i meccanismi di potere a partire da una strategia immanente ai rapporti di forza”.

Addio al Principe. Non serve più. Proprio mentre il Potere viene diviso dalle costituzioni liberali,  la mente complottasti fiuta l’inganno, e lo ricostruisce, lasciamo cadere il Principe. Il plot rivela la sua ispirazione anti-moderna e anti-liberale: il Potere è la modernità, è lo stesso  liberalismo che dice di averci liberato dal potere. Il potere biopolitico è il capitalismo.

“Questo biopotere – scrive Foucault – è stato, senza dubbio, uno degli elementi indispensabili allo sviluppo del capitalismo (…) lo sviluppo dei grandi apparati di Stato, come istituzioni di potere, ha assicurato il mantenimento dei rapporti di produzione, i rudimenti di anatomia e di bio-politica, inventati nel XVIII secolo come tecniche di potere presenti a tutti i livelli del corpo sociale ed usati da istituzioni molto diverse”.

Paranoia, sì, ma eine weltgeschichtliche Paranoia. La medicina diventa una “tecnica di potere”. Il liberalismo, poi, gioca sempre un ruolo preciso: è ciò che divide, frammenta, distrugge. Smantella. Al liberalismo è attribuita una furia distruttiva che è rivolta contro la “vita sociale”, rappresentata, a seconda dei casi, da varie controfigure: le “forme di vita”, “la comunità”, i “rapporti umani”, le “economie locali”, la “identità” (quest’ultima cara in particolare, ma non solo, alla destra). Si può suppore che tutto questo riveli  il rancore per la perdita di una rendita di posizione di vario tipo, economica o politica. In questa letteratura sta bene far cadere sempre un riferimento alla “Grande trasformazione” di Polanyi, perché tutto è intonato a partire dal plot della modernizzazione che, tristemente, rende la vita “astratta”, che “mercifica” quello che era, in un mitico passato, integro e unitario. Il Potere è responsabile della disumanizzazione dell’uomo. Dopo gli attentati dell’11/9, il filosofo Giorgio Agamben, in altri casi più interessante, ha individuato un senso destinale nelle misure di controllo antiterrorismo negli aeroporti. In un articolo che leggo su Le Monde i controlli aereoportuali sarebbero proprio l’espressione del nuovo biopotere, il cui scopo è “une animalisation progressive de l’homme mise en œuvre à travers les techniques les plus sophistiquées”.

Il famoso articolo di Pasolini La scomparsa delle lucciole è una festa di complottismo senza soggetto [3]. Il Pasolini regista mi piace molto. Ma l’arte non segue necessariamente l’analisi storica razionale.

Anche qui viene chiamata in causa la figura della scissione. Per Pasolini tutto ha inizio con la perdita di qualcosa di autentico a causa di un evento che è anche un complotto, ma senza soggetto, senza un attore specifico che lo compia.

“Nessuno poteva (…) identificare quello che allora si chiamava ‘benessere’ con lo ‘sviluppo’ che avrebbe dovuto realizzare in Italia per la prima volta pienamente il “genocidio” di cui nel ‘Manifesto’ parlava Marx”.

Che cosa è successo? “La classe dominante ha scisso nettamente ‘progresso’ e ‘sviluppo’” [4]. In altre parole: “progresso” e “sviluppo” sarebbero idealmente uniti, ma la classe dominante li ha scissi. La classe dominante ha un Potere infinito, e ha intuito che, per dominare, avrebbe dovuto separare lo sviluppo dal progresso. Da qui nascerebbero tutti i nostri guai. Il consumismo appare a Pasolini esattamente come un potere spersonificato e irresistibile (più forte, dice esplicitamente, del fascismo, che ancora avrebbe conservato, nell’idea di Pasolini, qualcosa di umano).

Il Nuovo Potere sarebbe riuscito dove il fascismo aveva fallito: ha realizzato una catastrofe inaudita, la “mutazione antropologia degli italiani”. Sempre nell’articolo sulla  scomparsa delle lucciole, Pasolini afferma che “l’industrializzazione degli anni Settanta costituisce una ‘mutazione’ decisiva”, stermina le lucciole come distrugge l’italiano “paleocontadino”.

Chi è l’autore di questo disastro? Un Potere impersonale. Nelle parole di Pasolini: “non un vuoto di potere legislativo o esecutivo, non un vuoto di potere dirigenziale, né, infine, un vuoto di potere politico in un qualsiasi senso tradizionale. Ma un vuoto di potere in sé”. Un non-potere che però è un nuovo potere, che è talmente sovversivo, che ha sovvertito lo stesso potere. A questo punto i “potenti” diventano, scrive testualmente Pasolini, burattini nella mani del paradigma: “i potenti democristiani coprono con la loro manovra da automi e i loro sorrisi, il vuoto. Il potere reale procede senza di loro”. Non è un potere umano: “di tale ‘potere reale’ noi abbiamo immagini astratte e in fondo apocalittiche: non sappiamo raffigurarci quali ‘forme’ esso assumerebbe sostituendosi direttamente ai servi che l’hanno preso per una semplice ‘modernizzazione’ di tecniche”.

Pervasività dello schema

Benché qui non ci sia Dio, perché c’è il Paradigma, ci sono comunque dei sacerdoti, che auscultano il Paradigma, ne indovinano i percorsi, le trasformazioni (ad esempio, “del capitale”), le intenzioni, gli effetti su di noi. Fermano “momenti” e “trasformazioni”. È tutto un fiorire di “nuove fasi”, di nuovi “livelli dello scontro”. Salta fuori che R>G, e quello che interessa è che, pur senza le cognizione economiche per verificare una tale formula, la presa sul pubblico è assicurata, ma solo perché, finalmente, sembra si sia scoperta la Struttura dell’ingiustizia e il suo colpevole.

Qui, sia chiaro, interessa solo la pervasività del racconto, la sua forza persuasiva, dovunque essa si dispieghi. La matrice ideologica dell’origine della ricchezza e della diseguaglianza ripete, se si guarda con un certo disincanto, la struttura del complotto. La ricchezza è vista nel pensiero medio economico come una sorta di dato di fatto: una torta già pronta, ha una natura oggettiva, già data. Non cresce, non decresce. Esiste. Qualcuno, ad un certo punto, si è preso la parte più grande della torta. La diseguaglianza diventa così  la divisione iniqua di un intero già dato, un diseguagliare quello che, all’origine, è percepito idealmente come eguale per tutti, e forse anche di tutti. Se dunque c’è diseguaglianza, è in ragione di un contratto sociale rovesciato o negativo: in altre parole, di un inganno che viene perpetuato a danno dei poveri. Di conseguenza, il problema della povertà si risolverebbe d’un colpo con la politica, ripristinando l’ordine e la giustizia, ovvero togliendo a chi si è preso di più. In questo quadro non è contemplata l’idea che la ricchezza possa essere il prodotto di un sistema economico complesso, che non è già dato, nel quale gli incentivi e la relativa diseguaglianza hanno un ruolo fondamentale (infatti, un’eguaglianza immodificabile sarebbe altrettanto distruttiva per la crescita economica di un’immodificabile diseguaglianza). Sfugge l’idea che, se la torta cresce, cresce il dividendo di tutti, e che non c’è una scorciatoia per la crescita. L’economia è vista sistematicamente come un gioco a somma zero. Per questo i paesi poveri sono poveri in ragione dello sfruttamento capitalistico e imperialista: non sono povero perché le economie non funzionano.