GIOVANNI PERAZZOLI, Nota su Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, “Come muoiono le democrazie”, Laterza, Roma-Bari 2019

GIOVANNI PERAZZOLI, Nota su Steven Levitsky e Daniel Ziblatt, “Come muoiono le democrazie”, Laterza, Roma-Bari 2019

 

 

Nonostante il titolo, Come muoiono le democrazie, il bel libro pluripremiato di Steven Levitsky e Daniel Ziblatt pubblicato in Italia da Laterza,  non appartiene al genere di merceologia editoriale a sfondo escatologico che, da Oswald Spengler in poi, con grande successo di lettori, ha profetizzato catastrofi imminenti e mai verificatesi. Il “rischio per la democrazia” non viene imputato dai due politologi di Harvard, come sarebbe se si seguisse l’apocalittica populistica, al complotto dell’establishment autoreferenziale o al grande capitale o alla finanza; sono innocenti, a sorpresa, sia le banche che le multinazionali. Il “pericolo per la democrazia” è da imputare invece a uno scambio di ruoli. Adesso gli apocalittici sono diventati gli integrati. I progressisti e gli amici della società aperta sembrano spaesati.  L’inversione dei ruoli fa sì che l’annuncio di un dramma collettivo imminente di cui incolpare l’altra parte politica venga diffuso da quegli stessi partiti politici che avevano giocato in passato il ruolo, essenziale in democrazia, della  mediazione e del filtro delle istanze radicali. Una parte dell’establishment ha lasciato il “centro” per transitare nell’estremismo populistico, incoraggiando odio e fanatismo. Da qui la tesi centrale del libro: “se c’è una cosa che emerge chiaramente (…) nella storia è che la polarizzazione estrema può uccidere una democrazia”.

Non vi fate illusioni  – dicono i due politologi  – le istituzioni democratiche da sole non sono sufficienti a garantire le regole del gioco. Il loro destino è di essere travolte se vengono conquistate dal fanatismo che ha orrore per il compromesso con i rivali politici: lo considerano una forma di degradazione morale, di tradimento della nazione e di apostasia. I toni della polemica politica in certi paesi non prevedono né dissidenze né tiepidezze. Ma proprio  per questo non possono essere sopportati dalle istituzioni democratiche.

L’essenza della  democrazia occidentale si basa, scrivono i due autori, sulla “civiltà del compromesso”. La democrazia non è un fiore, è un giardino dove si trovano fiori diversi, non tutti sono belli, ma esistono. La “civiltà del compromesso” ha però un nemico sempre risorgente: la promessa della palingenesi sociale, la pulizia del giardino, con la relativa indicazione del Nemico della Patria.  La democrazia parlamentare funziona meglio nei paesi soddisfatti, pacificati (o forse vale la reciproca). La democrazia è una realtà, se non ci si fraintende, sempre un po’ sporca, che deve guardare con estrema prudenza ai desideri di purezza e di purificazione. Si può restare perplessi, ma la democrazia ha appunto un codice difficile, che non è in sintonia con la pancia, luogo naturale del moralismo (aveva ragione Benedetto Croce a ribaltare in positivo il giudizio sul “trasformismo”).

La fenomenologia storico-politica raccolta dai due autori mostra come la sfiducia nelle istituzioni e nei partiti conduca rapidamente verso posizioni autoritarie, fino a vere e proprie dittature.

In molti dei casi raccontati dal libro, naturalmente, la sfiducia per i partiti è più che fondata, ma questo non cambia le cose. E viceversa, le considerazioni disincantate dei due autori non intendono assolvere o negare, dove ci sono, la corruzione, il nepotismo, le consorterie politicamente protette, l’inganno di un ascensore sociale apparente. Ma piaccia o non piaccia, la realtà dei fenomeni di distorsione non toglie che, reale o percepita, che sia frutto di obiettiva corruzione o della propaganda politica, l’antipolitica porta al declino della democrazia. Anzi, lo fa quasi secondo una dinamica fisica. Inclina e affonda come seguendo una regola di degenerazione somigliante, ma non sovrapponibile, alla anaciclosi di Polibio. Ciò che segue alla delegittimazione della politica non è quasi mai la rinascita, ma l’ulteriore declino.

Levitsky e Ziblatt osservano che la forte divisione dell’elettorato americano (ma il libro  non si occupa solo dell’America) ha lentamente delegittimato le istituzioni. “I politici americani  ormai trattano i loro rivali come nemici, intimidiscono la stampa libera e minacciano di non riconoscere i risultati delle elezioni”.

La forte contrapposizione della politica americana, il “darsele di santa ragione”, che noi, in Italia,  pensavamo fosse il sale della democrazia, una virtù e non un vizio pericoloso, è invece descritta dai due politologi come un fenomeno che è il risultato di un processo degenerativo di vecchia data.

La situazione è questa: oggi i partiti cercano “di indebolire i paraurti istituzionali della nostra democrazia, come i tribunali, i servizi di intelligence e i comitati etici”. L’indebolimento delle norme e delle procedure democratiche, il loro svuotamento, “affonda le sue radici in una polarizzazione estrema, che va oltre le divergenze sulle politiche da adottare e si trasforma in un conflitto esistenziale (…)”.

Secondo Levitsky e Ziblatt, la democrazia americana ha funzionato bene fin quando Democratici e Repubblicani si sono riconosciuti l’un l’altro come parti dello stesso establishment (e alla radice di questo riconoscimento reciproco non c’erano sempre ragioni nobili, come è il caso del tema razziale). Nel momento in cui questo riconoscimento reciproco è caduto, le istituzioni sono entrate in crisi; da garanti del gioco sono state trascinate dentro il gioco politico attraverso nomine sempre meno condivise e più partigiane.

Il punto è che senza la fedeltà dei partiti, nello spirito e non solo nella lettera, alle istituzioni, queste si svuotano, perché “da sole non bastano a imbrigliare gli autocrati eletti”. Il problema è, naturalmente, che disponiamo bensì della lettera costituzionale, ma non sempre dello spirito, che è realtà più sfuggente e instabile: lo spirito, ovvero quella cultura politica moderata capace di stare dentro le istituzioni ed esprimersi attraverso di esse. Non basta, ci ricordano i due autori, un pezzo di carta, una costituzione, per far funzionare le democrazie; le “costituzioni vanno difese, e a difenderle devono essere i partiti politici e i cittadini organizzati”.

Ma ecco che così non esiste democrazia che possa dirsi al sicuro: “in tutte le società, perfino nelle democrazie sane, spuntano periodicamente demagoghi estremisti”; e allora il criterio “non è la frequenza con cui emergono i demagoghi, ma la capacità dei dirigenti politici, e in particolare dei partiti politici, di fare in modo che non acquistino il potere”.

Di nuovo, però, per essere in grado di fare “causa comune con i rivali per sostenere quei candidati che danno garanzie di affidabilità democratica”, i partiti devono condividere un terreno comune, devono riconoscersi; il che significa che non possono fondare, come invece accade, la loro identità sulla delegittimazione del rivale. Troppa intransigenza fa male, e, al tempo stesso, occorre intransigenza. Il criterio per non sbagliare mai nella scelta? Non c’è, sarebbe troppo facile.

In passato Democratici e Repubblicani sono stati in grado di fare causa comune contro la popolarità dei demagoghi. Gli esempi che offrono gli autori sono illuminanti.

Henry Ford, il fondatore della Ford Motor Company, era un demagogo estremista molto popolare: “inveiva contro banchieri, ebrei e bolscevichi”, fu  “menzionato con ammirazione  da Hitler nel Mein Kampf e descritto dal futuro leader nazista Heinrich Himmler come ‘uno dei nostri più preziosi, importanti e brillanti combattenti’”. Addirittura ebbe dal regime nazista nel 1938  la Gran croce dell’Ordine dell’aquila tedesca. Ma nonostante la sua popolarità, quando cercò di diventare presidente degli Stati Uniti, la sua nomination venne bloccata dall’establishment, che non ebbe paura di mettersi contro “l’entusiasmo popolare”.

La storia della democrazia americana è costellata di estremisti; Levitsky e Ziblatt ricordano  che   “solo negli anni Trenta esistevano ottocento organizzazioni di estrema destra”.

Ecco un altro esempio. Padre Charles Coughlin raggiungeva “quaranta milioni di ascoltatori ogni settimana” con i suoi discorsi radiofonici antisemiti, razzisti, e di estrema destra; riempiva interi  stadi e addirittura i suoi fan “si affollavano ai bordi della strada per vederlo passare”. Ma i partiti tradizionali ebbero la capacità di unirsi per metterlo fuori gioco.

La sintesi più banale è che la “popolarità” non c’entra niente con la democrazia. Più interessante è il principio: la tenuta democratica è a rischio quando ai partiti manca il coraggio di “isolare un estremista che ha un grande seguito fra la popolazione”: e il demagogo, avvertono i due autori, deve essere isolato, non può essere cooptato: vedi come finì (qui è da leggere il racconto) il tentativo di cooptare Hitler. Sì: come finì, in generale, lo sappiamo.

Ci si domanderà, naturalmente, se il ruolo di sentinelle che devono avere i partiti è però a sua volta “democratico” e “trasparente”.

Colpisce la risposta dei due autori: la difesa della democrazia non  sempre è “trasparente”, anzi non lo è stata il più delle volte. “Per gran parte della storia americana, i partiti politici hanno dato la priorità al loro ruolo di sentinella, a discapito della trasparenza”.  Riunioni fumose in chiuse stanze hanno determinato la scelta dei vari candidati, che sono state tutte persone con una lunga  carriera dentro i partiti.

Il libro offre vari casi a conferma dello stesso principio: attenzione alla polarizzazione politica, perché questa non è affatto indice di salute, non  è affatto vero che una democrazia sana passi per gli estremi e non per il centro; la polarizzazione è il sintomo del declino della democrazia.

Il caso del Cile che i due politologi raccontano con particolari che molti non conosco sicuramente,  mi ha particolarmente colpito perché coincide con l’impressione che ebbi di quel paese in un periodo che ebbi modo di vivere. Notai subito che era una società profondamente divisa e polarizzata. L’impressione opposta la ebbi  per le democrazie nordeuropee; dove la politica non divide (per il momento), e l’impressione è che occupi poco i pensieri delle persone. Il che, di nuovo, non è affatto un male, come si crede spesso proprio nei paesi che chiamano di continuo alla mobilitazione contro il nemico.

L’Italia mi era già parsa (come è descritta nel libro) più vicina al Cile che non alla Germania o all’Olanda.

Di fatto, la radicalizzazione che i due autori trovano in America, non la trovano nel Nord Europa: “in Gran Bretagna, in Germania e in Svezia gli elettori sono ideologicamente divisi, ma in nessuno di questi paesi si osserva un odio fazioso comparabile a quello che vediamo in America”.

Di grande interesse un riferimento al welfare. Sono stato uno dei quattro gatti (per riprendere l’espressione di un amico economista) che si sono sgolati a favore della riforma del welfare italiano seguendo il modello universalistico nord europeo. Mi fa perciò piacere scoprire che i due studiosi di Harvard, alla fine del libro, abbiano considerato come un importante contributo, se non soluzione, sia proprio il welfare universalistico nordeuropeo. Colgono il punto centrale: il welfare “contro la miseria” non deve creare lo stigma della miseria.  Il  welfare americano, scrivono, essendo rivolto alle classi disagiate, crea la percezione “che siano solo i poveri a beneficiare del welfare”. Al contrario, “un programma di politiche sociali che metta da parte il criterio dell’assistenza legata al reddito in favore dei modelli più universalistici che possiamo trovare nel Nord Europa potrebbe avere un effetto deradicalizzante sulla nostra vita politica”.

Si potrebbe obiettare che Levitsky e Ziblatt si chiudono in una tautologia: c’è democrazia quando c’è spirito democratico. Tuttavia, non solo non gli si può dar torto per questo: ma effettivamente il problema è tutto qui. Non esiste una “soluzione istituzionale” della democrazia, non è possibile prescindere dalla cultura, dalla storia, dalla civiltà democratica. Ma se la cultura politica è rilevante, allora essa mitiga enormemente, dal nostro punto di vista, i pericoli per la democrazia. Un’altra obiezione è che proprio le chiuse stanze dell’establishment generino la rivolta-risposta populista. L’obiezione si potrebbe però riportare  alla precedente tautologia: non c’è democrazia senza democrazia.  Un altro punto potrebbe rilevare che i due autori lasciano cadere sul conto dei “politici” la responsabilità della “radicalizzazione”, venendo di fatto a far parte del coro anti-politico. Tuttavia, dal loro punto di vista, sono davvero le élite ad essere “antipolitiche”. Il populismo è interno alle élite, l’antipolitica è predicata (e praticata) dalla politica.