Per Mauro Visentin. Stefano Maschietti, Il Filosofo ed il Pensatore – Uno, due ricordi

Per Mauro Visentin. Stefano Maschietti, Il Filosofo ed il Pensatore – Uno, due ricordi

Il Filosofo ed il Pensatore – Uno, due ricordi

Si può tentare di parlare, in modo anche personale, di uno studioso che, armato di solo rasoio analitico, faceva dell’asciutto rigore impersonale la cifra stilistica del filosofare? Musicalmente, per dire il Visentin filosofo si potrebbe alludere ai primi, “puntuali” pezzi per piano di Stockhausen (1952/53), o alle coeve Strutture per due pianoforti di Boulez, specie se immaginato, Mauro, curvo sul foglio, alla ricerca di formule e snodi algoritmici, algidi, oppure si dovrebbe alludere ad uno degli Adagi senza sviluppo di Schubert, quando invece si pensasse alla gestazione lenta degli apparati di note dei suoi lavori più corposi, come quello sulla “negazione” in Kant.

La musica, esplorata con gli amici di sempre, stava forse diventando, negli anni, un’atmosfera lenitiva. Il serialismo integrale, pareggiante qualsiasi valore compositivo, non piaceva a Mauro. Ma il suo pensiero, io credo, insiste, giocoforza, intorno a consimili cristalli franti, di incerto cluster. Mauro, però, cercava forse nelle sinfonie-mondo possibili forme di requie. L’ultima volta l’ho incontrato prima di Natale, per caso, all’uscita della III di Mahler, entusiasta della direzione, meditativa e distesa, di Harding. Oggi, dopo la cerimonia di saluto in Chiesa, mi chiedo se lui anche, nel finale della sinfonia, avvertisse un senso di trasfigurazione, ma solo musicale, del “dolore della natura”, non già l’equivoco ancoraggio alla parola e alla carne, che realizzano in parte la “Resurrezione” nella II e la crapulosa “vita celestiale” nella IV, che non vivremo purtroppo, a maggio, nella stessa sala. Questa luce amorosa di natura solo musicale, mi riporta alla prima volta che lo incontrai, non lo conoscevo di persona, fuori dai locali universitari. Entrando al cinema Sacher, nel 1996, con Alessandra Penna, lo riconoscemmo che discuteva animatamente con una persona, che non sapevo si chiamasse Maria Grazia. Pochi istanti dopo, rimanemmo sorpresi: si erano interrotti, di parlare, in un furtivo bacio. Il finale della III, forse, avrebbe musicato: “cosa mi ha detto l’amore”. In soli suoni, e poi note.

Mauro, va chiesto, è stato, in un’epoca senza più possibili sviluppi o cantabili melodie, un pensatore, o un filosofo? Un filosofo cerca di armarsi di lessici specifici, e anche questo era Visentin, col senso di arida crepa che potevano sprigionare le sue metasignificazioni della “negazione” e della parola eccedente “nulla”; di contro un pensatore (specie dopo i troppi Nietzsche), sulle prime estroso, rischia poi di lasciarsi danzare dal linguaggio e dalla cosa stessa del pensiero, finendo, in un’età senza più modi o vie d’uscita, per collaborare alle industriose mode ad uso di consumatori distratti di merci intellettuali, di divenire, insomma, ciò che Mauro non avrebbe mai voluto essere, un “acquiescente, grato ospite del nostro tempo”, ingaggiato ed ingegnato ad épater le bourgeois. Sasso mi faceva talvolta notare che, mentre lui fatica a riconoscersi nella maschera che Visentin tendeva a rilevargli (in Sasso è proprio il Filosofo, a ben vedere, non già il platonico Sofista, a “nascondersi”, almeno psicologicamente, dietro la questione della negatività e del potersi dire “ciò che non è”), Visentin teneva ancora alla specificità e all’habitus del Filosofo, alla sottile e affilata chance che al suo rasoio si darebbe, di interpretare le cifre strutturali del nostro tempo, nell’elemento del pensiero.

La produzione e la tersa linea di coerenza parmenidea, volta ad intendere il senso non significabile della negatività e la “curvatura” (metafora relativistica, questa, in un autore poi attento, da ultimo, alle escursioni filosofiche di Carlo Rovelli?) stessa del senso dell’essere, è nota, adeguatamente raccolta e custodita in austeri tomi. Interessante sarebbe, ora, poter sfogliare qualche passo inedito di Mauro. Dopo la montagna kantiana (1992), Visentin riprese anche la forma di più snelli saggi, preparatori o di approfondimento, quasi dei parerga logico-ermeneutici, ma si vide respinta, mi raccontò, la proposta di un saggio polito-logico, perché, gli venne replicato, il lessico tecnico-politico non era ad equilibrata altezza, e nel tenore pari a quello concettuale. Ne parlammo a lungo: andavo a trovarlo di frequente, d’estate, tra il ’98 e il 2004 (amava scrivere in agosto, in una Roma semideserta), nella penombra silenziosa del suo salotto d’ingresso a Via Quintino Sella, ed erano, all’inizio, i mesi in cui lui, dopo aver discusso i volumi crociani del salace ed “empirista” Sartori, andò a trovare qualche volta il celebre politologo, in uno dei suoi passaggi a Roma.

Mauro mi proponeva allora tentativi di relativizzare e flessibilizzare all’estremo le categorie politico-giuridiche, di giungere, su di un metodo di pensiero oltremodo spinoziano, a forme estese di tolleranza. Poi finivamo a parlare del fondamento politico-decisionistico del diritto, di Schmitt e di Kelsen, della brutalità delle politiche di fatto, come del volto meduseo della politica, e ritengo che proprio in questo brodo di sperimentazione siano maturate, a riscontro con la lezione machiavelliana su più o meno opportune forme di crudeltà e di ferocia, sull’ambivalente natura della virtù politica, sempre più sfaccettata e animalesca di quanto il buon senso umanistico potrebbe intendere o sperare, siano maturate le definizioni speculative più sconcertanti di Visentin, circa la forza intrinseca, che caratterizzerebbe, “de-stinerebbe” (per chiosare, ereticamente, un autore di Mauro, Severino) la stessa argomentazione onto-logica efficiace e duratura, mai quindi, in quanto argomentazione comunque infradoxastica, mai autentica e vera, nel senso dell’indubitabile univocità, che si rivela perciò, almeno così provavo a replicargli, l’impossibile cosa del pensiero (filosofico), una chimera, un tecnicismo di quasi incontrollabile realtà verbale.

Quando ebbi modo di stendere su carta queste glosse ai suoi algoritmi, e di commentare certe sua audaci escursioni tra le parentele linguistico-metafisiche degli idiomi germanici e di quelli latini, citando le pagine di Popper sull’argomentazione inevitabilmente fallace delle scienze, sempre doxastica e forzosa, darwiniano-hobbesiana, volarono tra noi, di nuovo, i nomi di Kelsen, Bobbio, Hobbes, Schmitt. Questo dovrebbe spingere la curiosità a risalire agli esordi dell’esperienza di studio di Mauro, a quando, prima ancora di arrivare al confronto con Sasso dopo la laurea su Croce, per approfondire in seguito con il maestro acquisito i picchi della filosofia speculativa, aveva frequentato Lucio Colletti, e anche uno o più collettivi epistemologico-politici alla Sapienza di Roma, negli anni plumbei dei ciclostili e di visioni pensanti ancorate, talvolta, a ripetitivi cascami da chiesuola paranoide, più che coraggiosamente eretica.

Di questo ho potuto fare scarsa esperienza: Mauro, in 2-3 successivi incontri nella casa dei genitori a Via Brescia, aveva ironicamente preferito mostrarmi la finestra da cui, a 16-18 anni, si sporgeva ad ascoltare i primi richiami di una mobilitazione politica. Niente di più, solo laterali allusioni, lui che, a più riprese, negli anni ’70 e poi negli anni 2000, Marx lo aveva affrontato, raccogliendo la perigliosa e ambivalente, suggestiva sfida di Althusser (ma, ben prima, di Croce e Bernstein), partendo dall’“altare” delle sua non solo filosofica scientificità, dal Capitale quindi, pochi accenni alle sue letture di Sweezy e Sraffa, alle intuizioni forse ricavate da Schumpeter o addirittura da Sylos Labini (allora in auge anche per il suo acre sarcasmo antiberlusconiano). Solo scarni trefoli riservava a me, che a 7 anni, solo di lontano avevo udito, da Ostia, landa non aliena da scontri rosso-neri (fitta di covi, di pinete-cimiteri di siringhe, di mafie e di molte stelle a cinque punte), di Aldo Moro, e a 35 ancora nutrivo l’immatura curiosità di capire come erano stati, per lui, figlio di un socialista di raffinato spessore (così mi raccontava), i violenti, qua riformatori, là non di rado reazionari (a sinistra) anni ’70. Mauro si stringeva in un silenzio e in un sorriso traslucidi, e non saprei dire perché rinunciasse a pizzicare una così sensibile corda della memoria e della sua futuribile trasmissione intergenerazionale.

Non sono io, quindi, a poter indicare se qualche dettaglio storico, di cimento teorico o politico personale, decidesse di avvolgerlo nel pudore, per pacificare quegli anni più che sé stesso, intuisco solo, ora che ne sfoglio nervosamente, per distrarre la tristezza, alcuni contributi, che il suo profilo, del 2006, tutt’altro che occasionale e dedicato ad un carisma acido e spregiudicato, opportunista ma lucido quale Lucio Colletti, rappresenti uno dei picchi acuminati raggiunti da Mauro, di riflettere momenti dell’esperienza personale, nell’analisi di un pensiero, quello di Colletti, culminato, dopo un interessante ma non del tutto radicalizzato tentativo di curvare la logica dell’opposizione dialettica, in quella delle sfaccettate contrarietà della realtà, con l’intonazione del de profundiis della filosofia e del filosofo, ormai mummificati dalle disincantanti critiche delle tecnoscienze positive.

Ritorna, seppur tra parentesi, lo specifico del filosofo, come anche, prepotente, ritorna la questione della personale esperienza, non facile per chi, rigoroso e asciutto come Mauro, assisteva al crollo delle ideologie-narrazioni, e quindi ai diversi fasti e nefasti dello “intellettuale di massa” mediatica, organico alla sola sua picciola platea, armato delle bizzarrie ipersensibili del proprio spuntato narciso, telefonico e televisivo. Anche se bisogna scendere un po’ nelle pieghe del libro su Kant, e non solo, per coglierne le risonanze, quello di “massa” è un non-concetto decisivo e indecidibile, anche per Visentin, che forse ne sapeva cogliere, doxasticamente, i tratti quantistici, di campo di mere probabilità di accadimento e di interazione passiva, indeterministica, qualcosa di, semanticamente, prossimo all’autocontraddittoria indicibilità del “non essere”.

Io credo che Visentin, il pensatore stavolta, avvertisse fino in fondo l’aporetica tragicità di un non-concetto, di un postulato intuitivo e indescrivibile, come quello di massa, un’antimateria comechessia neutralizzante la possibilità stessa di divenire storico e naturale, orientato verso fini e forme di liberazione dal condizionamento. Se una società di massa è, giocoforza, una società senza più classificazioni (se non doxastico- pseudoconcettuali, pragmatiche) e senza più, tantomeno, distinzioni financo individuali, se le masse accadono e si mobilitano coma doxai al grado zero dell’istintualità (anche autodistruttiva, come nell’Al di là del principio di piacere), una psicologia delle masse lo è ancor di più, perché conduce a pensare che lo stesso individuo non sia che un’aporetica pseudosintesi a posteriori, una somma imperfetta e sghemba, insomma, di sfaccettate dividualità, un’Opera al nero, per alludere ad una mostra di Lino Frongia, che insieme a Maria Grazie del Prete ed Antonio Gnoli, Mauro incoraggiò, nel 2005, negli interni di quella che sarebbe divenuta anche la sua casa, di fronte al Vaticano.

Perché dico ciò a proposito della persona di Mauro? Perché forse, dopo aver, fino ai primi anni ‘90, dialogando in modo serrato con Sasso, offerto, loro, due dei più acuti e profondi contributi ai dilemmi novecenteschi della (heideggeriana) “distruzione” o della (derridiana) “decostruzione”, l’analista Visentin, diversamente dal più perplesso (o “disdegnoso”?) Sasso, ha cercato di recuperare dai fondali del linguaggio la veste del palombaro filosofico, ha insomma cercato di sondare le regioni non-veritative della doxa, fino a neutralizzare la questione della positività (ovvero, aggiungo io, della simmetrica negatività) del vero, fino ad osservarla con uno “sguardo” solo doxastico, per gettare non già nuovi fondamenti, ma per piantare nel platonico “fango” della doxa solo interpretabile (un fatto-non-fatto, quindi, le doxai), gli incerti pali della (anche popperiana) analisi critica. Ne uscì il mirabile e cruciale saggio-recensione ad uno dei volumi decisivi dell’esperienza teoretica di Sasso, La verità, l’opinione (1999). Con parole non prive di sottintesa comicità, mi propose, nel 2002, di leggerlo in bozze, per dargli a breve un parere spassionato.

Quando gli formulai le mie due osservazioni, alquanto imberbi, avendo bisogno di tempo ancora per capire la portata di ciò cui si riferivano, lui mi sorprese. Chiese quanto secondo me un lettore riuscisse ad intendere le differenze ermeneutiche, tra quello che lui provava ad indicare, recensendo con piglio analitico il libro di Sasso, e quello che era l’approdo da Sasso toccato nel libro in questione, ultimo di una serie, allora, che aveva cominciato a prendere aporetiche forme nei decenni del seminario teoretico (anche “psicodramma” lo diceva, talvolta, Mauro) alla Sapienza. “Professore”, provai a balbettare, “certo… dettagli tecnici e vibrazioni linguistiche si avvertono, ma non si stupisca se, accademicamente, vi parcheggeranno nel medesimo binario teoretico, laterale e poco trafficato, vedendo quindi in lei, che viene dopo, non l’apripista, ma il diverso discepolo”. Non volle parlare direttamente delle pagine, di quel breve e densissimo saggio, in cui era passato ad un “discorso in prima persona”, e non so se avvertisse che, dal punto di vista stilistico, non tanto turbassero la sua scelta di fondo, scabra e impersonale, quanto cercassero di legare vibrati, evoluzioni tonali ed emotive, in difficoltà a pizzicare le sensibili corde memoriali del suo “seduttivo” (lo diceva, talvolta, così, spiegandomi l’importanza, a me alquanto fragile, delle difese narcisistiche) interlocutore-torpedine.

Tale meno giovane interlocutore, ovviamente, è non poche volte stato argomento dei nostri conversari, le personalità profonde finiscono inevitabilmente per tracimare su meno capienti interpreti e lettori. Sasso ci aveva sempre con ironia avvertito a non indugiare solo, fino a stati di visionario abbandono, al puro e narcotico impeto speculativo, suggerendoci, lui che l’interdisciplinarità la vive come atmosfera familiare ed interiore, ad ampliare e diversificare gli sguardi sulle cose della storia e delle arti. Ciò un po’, in maniera inespressa, tirava i fili dell’abito filosofico che Visentin provava, comechessia del suo radicalismo analitico, a ricomporre e indossare. Anche cercando, in modo riservato e sfumato, solo apparentemente aspro, un qualche riconoscimento dal maestro acquisito, un riconoscimenento, specchio paradossale, di quella maschera-habitus, che Sasso stesso si scherniva che altri, ed in primis Visentin, volesse riconoscere in lui. Si innescano forse, anche così, quegli scintillanti cortocircuiti, che solo chi diffida della propria ed altrui curiosità, conoscendone poco le acuminate ma sincere, risonanti profondità, crede possano velare, mal tollerare o persino macchiare l’argento vivo delle più inquiete ed affilate amicizie, com’è stata ed è quella tra Mauro e Gennaro Sasso.

Gli specchi interiori che di nascosto, senza parole, finiscono per disperdere i ruscelli dell’amicizia nei rivoli delle speculazioni psicologistiche, trovavano poco spazio, e ascolto le relative voci e chiacchiere, nell’animo di Mauro, capace di gesti di inaspettata apertura dialogico-conviviale, di invisibile inclinazione al sorriso argenteo e sognante, quand’anche, talvolta, sferzante, il sorriso dell’amico delle vette, del pensiero e della montagna. Cosa resta, per noi che l’abbiamo di traverso scorta animare anche i confronti più aspri e serrati, di questa pensante e speciale amicizia, delle straordinarie solitudini che l’hanno orchestrata, a seguito di esperienze, talvolta parallele, cariche di distruttività linguistica, tali da polverizzare, senza concedersi comode vie di fuga mistiche, mediatiche o moralistiche, i grani dell’esperienza filosofica, e risoltesi in un’assunzione univoca d’inattingibile “(filo)sophia”, quella, credo, di un’inarticolata, benché curva, vettorialità dell’essere e della stessa “irrappresentabilità” del vero, di una “verità”, come quella intesa da e nei Mosé – non credo sia una forzatura – di Schönberg, di Freud e di Mann?

È possibile, al di là delle convenienze del momento, che imporrebbero di quantomeno scorgere – è il debito del rito alla retorica – sentieri di pensiero che si schiudono, si rinnovano, è possibile pensare ancora a forme di eredità o continuazione? A chi di noi si illudesse, a partire da chi sta inutilmente ora digitando, di poter recitare la parte di un’immacolata Cordelia, decisa lei, in un giocoso ribaltamento dei ruoli, a chiedere al padre, ai padri, con quale ricercata parola guadagnare un pezzo di eredità, negli studi o negli stabili presidi culturali, loro potrebbero, con la tenerezza di un immaginario Lear, disposto ad addolcire la maturata saggezza, in teneri e ritrosi slanci di accondiscendente “philia”: quale parola..? “No-thing”, la parola più concreta e sensata, forse, intesa, nei silenzi del pensiero “loico”, da due straordinari demolitori della presunta e presuntuosa “concretezza sintetica”, tutte le altre parole, solo all’apparenza corporee e materiali, risultando in realtà astrattissime, evanenscenti: pant’ònoma, appunto. Si lasci allora ad altre Gonerille, alle implacabili quanto impacciate Regane (che sono in noi), di provarsi a dire, ora che il resto è solo silenzio, parole, parole, parole.