No one needs problems more desperately than politicians, because –…
Giovanni Perazzoli, Alla fine della metafisica. Ricordo di Mauro Visentin
Alla fine della metafisica. Ricordo di Mauro Visentin
Poche ore prima stavamo discutendo le recensioni di due film per “Libero Arbitrio”. Mauro era molto contento – lui, incarnazione del filosofo teoretico – di trovarsi nei panni del critico cinematografico. Non avrei mai pensato che, di lì a poco, avrei dovuto scrivere il suo ricordo. L’incredulità è stata pari solo alla rabbia.
Adesso ho davanti agli occhi il giovane ricercatore che discuteva con Gennaro Sasso in quello che allora si chiamava il “seminario teoretico”. Era tanto tempo fa. Per noi matricole sembrava di assistere a uno spettacolo di teatro che metteva in scena un dramma logico: una tesi, il suo capovolgimento e il capovolgimento del capovolgimento. La filosofia appariva terribilmente seria. Niente a che fare con la verità come “dispositivo di potere” o con la filosofia come “pratica ideologica”. Niente materia per il cospirazionismo del populismo filosofico.
I temi erano quelli classici della filosofia teoretica, quelli nei quali la filosofia è se stessa e può avere un oggetto proprio: l’essere, il nulla, l’identità, il fondamento, il principio di non contraddizione, la differenza, la negazione, la verità, l’errore, la metafisica, il divenire, il tempo… In quegli anni la filosofia tornò a parlare la sua lingua.
Mi colpiva la sicurezza di Mauro Visentin. Non era facile con Gennaro Sasso. Ribatteva, proponeva, diceva sempre la sua. Da allora il dialogo tra i due pensatori non si è mai interrotto. Ha continuato sottotraccia negli articoli e nei libri che sono seguiti.
Per qualche ragione che non ricordo, una sera tornai con Mauro verso casa, e così iniziò un rapporto durato più di trent’anni. Lo andavo a trovare nel suo appartamento tenuto quasi sottozero dall’aria condizionata. Allora abitava vicino Porta Pia. Il suo studio era in un altro mondo, non solo climaticamente.
Da un altro mondo veniva anche la storiografia filosofica che avevamo a modello. Il libro di Gennaro Sasso, Benedetto Croce. La ricerca della dialettica, lo trovavo spesso sui tavoli della biblioteca di Villa Mirafiori ancora quasi due decenni dopo la sua pubblicazione. Non era Croce, probabilmente, a suscitare tanto interesse, quanto il libro in sé: un modello originale di storiografia filosofica, che segue per oltre mille pagine le difficoltà interne alla costruzione di un pensiero. Di solito si preferisce spiegare che cosa un autore “ha detto”, piuttosto che chiedersi che cosa stia facendo nel suo testo. Un pensatore autentico presenta un intreccio di difficoltà, un populista mostra solo le strategie per captare la benevolenza del suo pubblico di riferimento e non restare isolato o, peggio, scomunicato. Il libro kantiano di Mauro, Il significato della negazione in Kant, ribadiva che non esiste filosofia senza un intreccio di difficoltà e senza la lotta dell’autore con esse.La filosofia autentica, alla fine, è un naufragio, ma in un nuovo mare.
Mauro Visentin si è sempre tenuto lontano dalla critica che pure è essenziale nella vita culturale. Sembrava, per un verso, che si dovesse scusare della sua straordinaria vocazione filosofica, della sua capacità di tenere insieme questioni complessissime. Non è stato mai a disagio nella discussione filosofica, ma lo era nel ruolo di enfant prodige. È anche vero, però, che seguiva il suo problema filosofico e a quello è sempre restato fedele. Il resto di quello che circolava nella filosofia sembrava non esistere. Un atteggiamento opposto a quello di Benedetto Croce, che dava molto valore alla presenza della critica nella vita culturale.
Probabilmente era la sua stessa vocazione filosofica a portarlo a una forma di isolamento. Non gli mancavano interlocutori, neppure nell’élite culturale e politica italiana. Voglio dire, senza paura di esagerare, che per uno degli ultimi filosofi l’isolamento era inevitabile. La filosofia era giàdiventata una lingua parlata da pochi rimasti. Lo scrissi molti anni dopo in un saggio per il suo Festschrift, quando il giovane filosofo di una volta era diventato un professore ormai prossimo alla pensione.
Le ragioni di quello che mi sembrava il congedo della “filosofia teoretica” erano le stesse che restavano sullo sfondo di quel seminario che, decenni prima, ne celebrava la grandezza e il rigoglio concettuale. Quelle ragioni si trovavano dentro quello che Mauro chiamava il “neoparmenidismo”.
Con questa espressione Mauro Visentin indicava qualcosa non solo di diverso, ma di opposto, rispetto al “ritorno a Parmenide” di Severino. Parmenide non era quello della tradizione e di Severino: ovvero il primo metafisico, quasi uno Spinoza ante litteram. Parmenide era il pensatore della verità che non fonda il mondo.
Il “ritorno a Parmenide” significa il ritorno paradigmatico a un pensiero che non dà inizio alla metafisica, ma la precede. Una volta che sia colta nel suo senso, la verità non può contenere altro che sé stessa. Se la verità riguarda solo ciò che è in senso assoluto, non può riguardare i rapporti tra le cose, non può fondare il mondo dei fenomeni, che è fatto di relazioni, differenze, mutamenti. Se la verità riguarda l’essere, non può essere l’essere degli enti. Platone dispiega il suo grande congegno metafisico per “salvare i fenomeni” e tenere lontano il “padre” Parmenide. Divenuto vecchio, Platone stesso sembra però ammettere che abbia vinto Parmenide. Il “Parmenide” di Platone – non a caso il dialogo si svolge tra Socrate e lo stesso Parmenide – è il primo “ritorno a Parmenide”.
Che cosa siano, a questo punto, la verità, la differenza, l’identità, la filosofia, la metafisica, il tempo, lo lascio a coloro che vogliano ripercorrere le tante pagine che hanno segnato la storia di questi filosofi romani, Gennaro Sasso e Mauro Visentin, che non hanno mai costituito una scuola.
Non era, però, solo originalità e ingegno. Era una resa dei conti, l’atto finale di una lunga storia. Era un filo che veniva ripreso al punto in cui la storia della filosofia lo aveva lasciato. Il punto è essenziale per mettere a fuoco la specificità intellettuale di un filosofo e il pensiero in senso oggettivo. In quello studio tenuto sottozero vicino Porta Pia si consumava, senza enfasi, la fine di una storia millenaria.
Può sembrare eccessivo, e certamente non è solo a Visentin che si deve questo. La filosofia, in più di un momento della sua storia, è tornata a interrogarsi su che cosa fosse la filosofia stessa. Nel quadro del “ritorno a Parmenide” la filosofia diventa un problema per sé. È la verità identica e puntuale, oppure una sorta di “gnosi” in un mondo avvolto dalla penombra; oppure il senso della verità potrebbe non essere estraneo alla stessa eredità metafisica che intende oltrepassare, come il punto in cui il paradosso si raccoglie nella sua forma estrema. In ogni caso, la filosofia – quello che essa è nella sua storia fattuale – sembra chiudersi con la rinuncia alla sua vocazione della ricerca del fondamento. Il pensiero di Visentin si trova, a suo modo, in questo punto della crisi. Una dimostrazione indiretta sta in un fatto facilmente constatabile: chi oggi cerca di “fare filosofia” finisce, anche con finezza, per parlare d’altro: di politica, di psicologia, di logica, di divulgazione scientifica. Ma la scienza politica, la logica, la psicologia, l’economica, la linguistica, sono discipline autonome. Si potrebbe dire che il filosofo, per aver attraversato la storia delle illusioni fondative, si ritrova forse meglio nel ruolo del decostruttore. Vero però che il più delle volte accade il contrario, come per il pensatore carismatico, simile al “mago” dei tardo antichi. Lo specchio della crisi mostra varie figure.
Mauro non credeva che il “ritorno a Parmenide” decretasse il congedo della filosofia.Sosteneva che l’ontologia, a cui aveva dedicato i suoi lavori più importanti, avrebbe continuato ad interrogarsi sul senso della verità. A questo tema aveva dedicato Onto-logica. Scritti sull’essere e il senso della verità : un libro che è l’opera fondativa della sua visione. Si tratta di un libro di estrema finezza logica. Nel caso di Mauro la “profondità” non è una qualificazione retorica.
La vicenda intellettuale di Mauro Visentin si trova nella sua posizione di filosofo, di filosofo per vocazione, nel mezzo di un passaggio epocale. Il progetto fondativo della metafisica era dall’inizio condannato. Non perché sbagliato in un dettaglio, ma perché chiedeva alla verità qualcosa che la verità non può dare per definizione. La filosofia si trova in una posizione strana: ha raggiunto la sua conclusione più rigorosa, e quella conclusione è che il suo compito tradizionale — fondare — era impossibile. Se per filosofia si intende la filosofia classica, non c’è un altro fondamento da trovare, non c’è una filosofia ‘post-metafisica’ che ne prenda il posto. Ma se la filosofia è qualcosa che si muove nella doxa — e non può essere, per questa sua appartenenza, la verità — allora all’orizzonte Mauro vedeva un’altra storia. La filosofia, per Mauro, appartiene, a suo modo, al regno della doxa, dove la metafisica è insuperabile. La doxa si manifesta nella disposizione a organizzare il senso. Dare un senso al mondo non è una scelta. La doxa non è solo la risposta alla domanda di senso, è la stessa domanda. Uno degli aspetti della filosofia di Visentin è di uscire dalla filosofia classica con la filosofia classica.
Il libro “politico” a cui stava lavorando riguardava più da vicino proprio questo punto. Era un libro dedicato alla democrazia concepito come una navigazione nelle forme più moderne di metafisica: l’ideologia e la politica.
Non è difficile capire il fastidio che possono suscitare le sue tesi in chi non può fare a meno di verità fondate nella pietra. Mauro non cercava, però, l’approvazione: era consapevole che cancellare il fondamento non gli avrebbe provocato molta simpatia. In fondo, gli schiavi della famosa caverna di Platone sono spaventati dalla fine delle certezze, non dalla visione della verità. Mauro, al contrario, andava dritto per la sua strada. Risultava freddo e distaccato, sembrava cheavesse vinto dentro di sé la tentazione della metafisica. Ci era riuscito? Avrebbe detto di no.
Non pensava che il suo lavoro avesse un significato salvifico. Mai avrebbe potuto prendere parte a una delle tante sette di militanza semi-filosofica. Non solo mancavano le premessecaratteriali, non esisteva nella sua filosofia alcuna fiammella per scaldare il cuore: persino queste mie linee hanno troppo della narrazione.
Ma il suo non era un “nichilismo”: perché i “valori” non cessano di essere tali se si scopre che non hanno un coronamento ideale, un fondamento assoluto. Essere avanti lo ha collocato, inevitabilmente, alla fine di una storia millenaria.
