Recensioni

Umberto Eco: alla ricerca dell'irragionevole

di Gianfranco Cordì

             Umberto Eco, alla soglia del suo 80esimo genetliaco (Alessandria, 5 gennaio 1932) mette in scena, in questo suo "Costruire il nemico e altri scritti occasionali" (Bompiani, 2011), il territorio, insidioso e aperto (oppure, a seconda di come lo si vuole considerare: ermeticamente chiuso) della contraddizione. Sia pure all’interno di una raccolta di «scritti occasionali», e dunque nell’impossibilità di poter ricercare e attingere un punto di vista univoco e unitario che presieda all’intera composizione dell’opera – anzi, in verità, proprio per questo - sembra che nella collezione di saggi in questione veramente determinante sia, appunto, l’opposizione, la contrapposizione, il contrasto e la contrarietà fra vari e disparati elementi della realtà. Nel libro emergono infatti contraddizioni che afferiscono al nostro tempo, che si risalgono a tempi oramai passati e, infine, che si rapportano ai libri (che, come si sa, appartengono ad ogni tempo). In questo senso, Costruire il nemico e altri scritti occasionali costituisce, per l’appunto, l’«occasione» di un incontro tra quella congiuntura (in cui si vengono a trovare le cose e le persone) e la storia. Il discrimine, in ogni caso, appare sempre proprio il tempo. L’occorrenza della effettività (e dell’esistenza) viene sempre vista dall’autore come qualcosa di caotico, di non strutturato; i qualche modo, come il terreno di uno scontro. E di guerra e costituzione dell’Altro, dell’avversario, si discute infatti nel primo dei 15 saggi (che assieme a una «Introduzione» danno corpo e vita al volume). Afferma Eco: «avere un nemico è importante non solo per definire la nostra identità ma anche per procurarci un ostacolo rispetto al quale misurare il nostro sistema di valori e mostrare, nell’affrontarlo, il valore nostro. Pertanto, quando il nemico non ci sia, occorre costruirlo». In sostanza occorre che Io mi rapporti, nella mia vita, in ogni caso all’Altro – anche quando questo Altro non sia immediatamente presente. Qui sta la prima delle antinomie di cui si diceva. In questo caso, essa si genera all’interno del nostro tempo, quello dell’oggi, della nostra contemporaneità.

Il secondo saggio fa, invece, riferimento alle due nozioni di Assoluto e Relativo. A proposito di quest’ultima, Eco afferma: «il fatto è che persone diverse parlano di relativismo intendendo fenomeni diversi». Siamo, insomma, dalle parti di un pensiero che da un lato unifica e dall’altro disgiunge. Si interpretano come uno stesso fenomeno quelli che, in verità, sono oggetti diversi. Si tratta, in fondo, di una antitesi di tipo schiettamente ermeneutico. Nel saggio «La fiamma è bella» è di scena il fuoco. E si rimane, come nel caso del testo precedente, ancora una volta nei dintorni del tempo presente. «Mai come ora tre degli elementi primordiali sono minacciati: l’aria uccisa da polluzioni e da anidride carbonica, l’acqua, che da un lato s’impesta e dall’altro si avvia a mancare sempre più. Solo sta trionfando il fuoco, sotto forma di un calore che inaridisce la Terra sconvolgendo le stagioni, e sciogliendo i ghiacci inviterà i mari a invaderla. Senza rendercene conto marciamo verso la prima e vera ecpirosi». Ora, questo «calore che inaridisce la Terra» non rappresenta già, esso stesso, un’inconseguenza?

E veniamo al saggio «Andare per tesori»: «già in epoca classica la presenza di una reliquia costituiva un motivo di attrazione per una città o per un tempio, e quindi rappresentava oltre che un oggetto sacro anche una preziosa “merce” turistica». Dunque questo fare «visita» ai «tesori», alle «pietre preziose», alle «reliquie», alle «meraviglie», ai «prodigi», all’«incredibile», in realtà, è un andare verso una fruizione che è insieme del sacro ma anche del profano. Ecco perciò, in tutto il suo splendore, la nuova antilogia (riferita al tempo presente) di cui è costellato il volume di Eco. «Delizie fermentate», invece, ci conduce nei pressi dell’opera di Piero Camporesi. Dichiara Eco a proposito dell’opera del filologo, storico e antropologo emiliano: «Egli ci ha parlato di miserie, liquami, putrescente del corpo, e al tempo stesso delle sue estasi e lussurie, ma frugando col suo bisturi anzitutto in corpi libreschi, vale a dire in libri che parlano di corpi e – neo Mondino de Liuzzi – è andato a dissezionare non cadaveri rubati in qualche cimitero, ma libri dissotterrati dal chiuso delle biblioteche dove giacevano sovente ignorati, celando ai più le loro delizie». Camporesi, che «parla anzitutto di parole» nelle sue descrizioni dei corpi e della carne, rappresenta un altro controsenso che Eco connette stavolta al tempo senza tempo dei libri.

Nel saggio «Gli embrioni fuori del Paradiso» l’incoerenza si rifà alle ere passate. Tommaso d’Aquino «nega che la virtù del seme possa produrre il principio intellettivo, e che quindi esista un’anima al momento in cui si concepisce». Che differenza, dunque, con la attuale dottrina ufficiale della Chiesa! «Il Gruppo 63, quarant’anni dopo» ci conduce sulle tracce di un «ambiente culturale», di un «clima», di una «stagione», non solo letteraria, della vita italiana (nella sua accezione più ampia). Il tempo è quello trascorso. E la contraddizione sta in questa affermazione (che costituisce anche una specie di testamento e di esegesi critica di un evento di costume da parte di chi ne è stato protagonista) di Eco: «il Gruppo 63 è stato l’espressione di una generazione che non si ribellava dal di fuori bensì dal di dentro». Proprio al «di dentro» del «corpo sociale» e della «società letteraria italiana» della «fine degli anni cinquanta», quella combriccola di «bohémien» – che si riunì per la prima volta nell’ottobre del 1963 a Palermo – rappresentava quindi un insieme di persone «accomunate sia da una volontà di sperimentazione che da una esigenza di dialogo rissoso, senza pietà e senza infingimenti». In sostanza: una provocazione all’interno di un contesto benigno.

Il saggio successivo conduce alla ribalta la «poetica» di Victor Hugo. Se il tempo (con cui si confronta la realtà raccontata da Eco) nel caso precedente era quello dell’“appena trascorso”, qui si ha a che fare con l’età dei libri. E, sempre in questo caso, Eco afferma a chiare lettere quella contraddizione – che sorregge tutto il suo libro –, esplicitamente stavolta nell’opera di Hugo. Dice infatti il semiologo piemontese che l’autore di Notre-Dame de Paris «intende raccontarci una storia di eccessi, e di eccessi talmente inspiegabili da non potersi nominare che attraverso l’ossimoro». Già nel concetto stesso di eccesso esiste una qualche opposizione nei riguardi di una «norma» o di una certa postulata «normalità». Ma è nell’uso sistematico dei suddetti «eccessi», rispetto a una consistenza che si considera comunque «misurata», che si annida la contraddizione di cui questo saggio indica (come forma del suo significato) appunto l’«ossimoro». Che è sempre quella figura retorica che consiste nel riunire in modo paradossale due termini, appunto, contraddittori, in una stessa espressione.

Il saggio «Veline e silenzio», invece, distingue «due forme della velinità». La prima è quella del regime fascista, per il quale «le veline erano un foglio di carta velina che l’ufficio del regime fascista (che si occupava del controllo culturale e si chiamava ‘Ministero della cultura popolare’ e, in breve, MinCulPop – perché non avevano senso dell’umorismo che gli permettesse di evitare un equivoco fonico così grave) inviava ai giornali. Queste veline dicevano ai giornali su cosa bisognava tacere e di cosa, invece, bisognava parlare. Quindi la velina è diventata in gergo giornalistico il simbolo della censura, dell’invito a coprire, a far scomparire. L’altra «forma» riguarda invece questa contemporanea «celebrazione dell’apparenza, della visibilità, anzi della fama raggiunte attraverso la pura visibilità, dove il semplice apparire qualifica come eccellente, anche l’apparire che un tempo sarebbe stato considerato disdicevole». Con questa «forma» siamo dunque ai giorni nostri (tale è, appunto, il tempo di questo saggio), mentre la contraddizione sta nella equiparazione, da parte di Eco, delle suddette “due forme di velinità” a “due forme di censura”. «La prima era la censura attraverso il silenzio; la seconda è la censura attraverso il rumore; assumo, cioè, la velina come simbolo dell’evento televisivo, della manifestazione, dello spettacolo, della propagazione della notizia ecc.». Tale seconda “forma di censura” agisce dunque come una «assurdità», una «incoerenza»: controllare e criticare attraverso l’immissione di sempre nuove argomentazioni appare essere uno stratagemma figlio di una logica alterata rispetto alla normale prassi del biasimo e della revisione.

Col saggio «Astronomie immaginarie» l’autore ci conduce nelle vicinanze di quelle costruzioni scientifiche che «sono state ormai riconosciute come immaginarie o fallaci da tutti». Ovvero: «ci sono astronomie che hanno immaginato un mondo basandosi sulla pura speculazione e su pulsioni mistiche, non per dirci come sia il cosmo visibile, ma quali sono le forze invisibili e spirituali che lo attraversano, e vi sono astronomie che, anche se fondate sull’osservazione e sull’esperienza, hanno tuttavia immaginato spiegazioni che noi oggi riteniamo false». In relazione, dunque, all’«oggetto» stesso che costituisce il centro di questo saggio, abbiamo a che fare con qualcosa che una volta (il tempo scaduto con cui si rapporta la positività di questo scritto) c’era e che oggi non c’è più. Inconseguenza tipica di tale singola dissertazione di Eco.

Paese che vai, usanza che trovi» è, del pari, il testo meglio riuscito di questa raccolta. Dall’unione tra un approccio ironico, scanzonato, e un metodo peculiarmente critico e scientifico, il tutto applicato a una materia che attiene, al contempo, al possibile e all’utopico, questo saggio fa scaturire un pensiero nsieme comico e positivamente fondato. Ma dove sta, in esso, l’aporia? Eco afferma: «il Principio Utopico fondamentale da cui partiva il legislatore era che non solo i proverbi sono la saggezza dei popoli ma che voce di popolo è voce di Dio; dunque uno Stato perfetto deve essere costituito sulla base di questa unica saggezza, tutte le altre ideologie e progetti morali, sociali, politici, religiosi avendo prima fallito perché per hybris intellettuale ci si era allontanati dalla prisca esperienza (impara dal passato, credi nel futuro e vivi nel presente)». In sostanza, la «repubblica» edificata (e raccontata all’interno di un «libello anonimo che, oltretutto privo di data, e pubblicato presso una delle solite città fantasma… reca un titolo peraltro appetitoso come De la Nuova Utoppia [sic] ò vero de Insula Perdita, ove un Legislatore d’Ingegno aveva cercato di realizzare la Repubblica Felice attenendosi al principio per lo cui li Proverbi sono la Saggezza de’ Popoli») «sulla base di questa unica saggezza», alla fine, è invece risultata essere «palesemente fondata sull’ingiustizia». Se il tempo, nel caso in questione, è quello dei libri, la contrapposizione è quella tra giustizia e ingiustizia, saggezza e sconsideratezza, onesta e corruzione.

E veniamo al successivo, «Io sono Edmond Dantès», nel quale apprendiamo che «il feuilleton mette in scena i meccanismi eterni della narrativa». Tra essi «l’agnizione», cioè «“il rivolgimento dall’ignoranza alla conoscenza”, e in particolare il riconoscimento da persona a persona, come quando il personaggio identifica in un altro, e inopinatamente (per rivelazione altrui o scoperta di un monile o di una cicatrice) il proprio padre o il proprio figlio, o peggio quando Edipo si rende conto che quella Giocasta con cui ha contratto le nozze è sua madre». Mercé questo «meccanismo», Eco, in chiusura di questo stesso saggio (come farà – però stavolta in maniera perfettamente sistematica - nel successivo scritto) costruisce un fuelletton usando brani di Alexandre Dumas, Ponson du Terrail, Giuseppe Garibaldi, Xavier de Montepin, Victor Hugo e Carolina Invernizio. Dal contrasto tra una verità creduta in un modo e il suo «riconoscimento» nella maniera esattamente opposta, scaturiscono in queste pagine l’antagonismo e il conflitto che caratterizzano tutta quanta la struttura del volume Costruire il nemico e altri scritti occasionali. Come detto, lo scritto successivo è fabbricato come un grande collage (o pastiche) di «articoli apparsi negli anni venti e trenta». Il tema del dibattito è rappresentato dalla pubblicazione dell’Ulisse di Joyce. L’immaginaria «recensione» di Eco conduce a questi giudizi: «Ulysses non è opera d’arte», «non solo Joyce, ma anche i suoi consimili come Proust e Svevo sono fenomeni di moda destinati a durare poco», «Joyce è in fondo tra coloro chiamati a perpetuare il cattivo gusto del borghesume italiano. Ma grazie a Dio, e a Mussolini, l’Italia non è tutta borghese, europeista e marginale», «il Joyce è un tipico esponente della decadenza moderna, una cellula purulenta e infettiva anche nella nostra letteratura». Il dissenso, in questo caso, nasce dalla (implicita o inconscia) analogia tra gli attuali giudizi sul capolavoro di Joyce e quelli prodotti nell’Italia del Ventennio (il tempo, in questo caso, è giusto quello decorso).

«Perché l’isola non viene mai trovata» pone in essere, al contrario, il tempo dei libri. Eco si chiede: «perché il fascino delle isole?». E si risponde: «E perché, sino al XVII secolo, quando è stato possibile determinare le longitudini, un’isola si poteva magari incontrare per caso e, come Ulisse, si poteva anche fuggirne, ma non c’era verso di ritrovarla», Siamo di fronte a un isola magari «trovata» una volta ma mai più «ritrovata» in futuro. Un’eccentricità e un assurdo che determinano il nuovo momento discordante dell’intero volume. L’ultimo saggio si intitola «Riflessioni su WukiLeaks». In esso Eco constata che «se continuerà ad affidare le proprie comunicazioni e i propri archivi riservati a Internet o ad altre forme di memoria elettronica, nessun governo al mondo potrà più alimentare aree di segretezza, e non dico solo gli Stati Uniti ma neppure San Marino o il Principato di Monaco (e forse verrà risparmiato solo Andorra». Niente più «segretezza» oggi (è questo, naturalmente, il tempo del testo di Eco) per quella istituzione che si regge proprio sul «nascosto» e l’«occultato». Con questa ultima contraddizione ci rendiamo conto di essere nei pressi di una realtà (sia essa passata, presente, futura, o solamente fantasticata) che è costantemente alle prese con un divenire che la trasforma. Essa diventa quindi, volta per volta, sfuggente, congestionata, disordinata, babelica. Ed ecco che la riflessione di Eco può a questo punto dirsi pienamente morale. Di fronte a un soggetto stabilmente binario e duale, il pensiero intravede due aspetti: qualcosa di vivo, vivace e vitale da una parte; qualcosa di spiacevole, malinconico e fastidioso dall’altra. La diade che sta alla base di tale riflessione sul bene e sul male, sul giusto e sull’ingiusto, è perciò quella costituita quindi dalla coppia gioia-dolore.

Il volume in questione presenta dunque aspetti di interesse notevoli (specie per quanto riguarda le analisi dell’attualità) ma anche momenti di pesantezza e di eccessivo sfoggio nozionistico. Un ultima notazione riguarda l’uso degli «elenchi», ovvero le «enumerazioni» e i «cataloghi». Nel saggio su Victor Hugo, a questo proposito Umberto Eco scrive: «la tecnica dell’elenco è antica. Se qualcosa deve apparire così immenso e confuso che una definizione o una descrizione non potrebbe renderne la complessità, si ricorre al catalogo, specie per dare la sensazione di uno spazio, con tutto quanto contiene. L’elenco o catalogo non riempie uno spazio, che di per sé sarebbe neutro, con apparenze significative, con pertinenze, evidenze, particolari che saltano all’occhio. Allinea nomi di cose o persone, o luoghi. E’ un’ipotiposi che fa vedere per eccesso di flatus vocis, come se l’orecchio assegnasse all’occhio parte del compito, troppo faticoso, di tenere a mente tutto quello che ode, o come se l’immaginazione si sforzasse di costruire un luogo in cui possano trovare alloggio tutte le cose nominate».

A parte il carattere intrinsecamente aporetico dell’elenco e l’uso spregiudicato che ne fa lo stesso Eco (sia quando cita di prima mano sia quando «finge» di citare oppure quando intraprende l’analisi di qualche concetto), bisogna osservare che tale «ossessione» per i «repertori» e le «rubriche» piuttosto che indice della desiderabile bravura dell’autore rappresenta, a volte, un intermezzo abbastanza noioso e piuttosto inconsistente. L’impressione è che Eco utilizzi tale mezzo in maniera sistematica; anche quando non ce ne sarebbe stato, forse, bisogno. Ciò, del resto, non toglie nulla alla lettura di un libro che risulta, in ogni caso, intelligente e vivace.

 

 
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Emanuele Severino
"Ragione, fede, verità"
(1h 09')
["Abitatori del tempo" 2008, a cura di R. Lissoni]
 

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