Non è facile accostarsi a
un'opera come la Fenomenologia dello Spirito hegeliana. Essa presenta
numerose difficoltà, legate sia alla complessa circolarità
che caratterizza la struttura generale dell'opera, sia alla comprensione
dettagliata del testo e del suo linguaggio, noto per essere tra i più
"criptici" nella vasta produzione filosofica di Hegel.
Per chi si accosta per la prima volta al pensiero hegeliano e alla Fenomenologia
dello Spirito, ma anche per chi ha già familiarità con
quel pensiero e con quel linguaggio, questo commentario di Paolo Vinci
racchiude un valore didattico, diremmo, insostituibile.
Il lavoro si concentra su alcune parti dell'opera: innanzitutto l'Introduzione,
in cui lo stesso Hegel descrive la dialettica immanente allo sviluppo
delle figure della coscienza, poi la fine del terzo capitolo (il superamento
del sapere intellettuale), l'intero quarto capitolo (l'Autocoscienza),
con particolare riguardo alla trattazione della Coscienza infelice,
e la terza e conclusiva parte del sesto capitolo della Fenomenologia
(lo spirito) fino al compimento di ciò che Hegel chiama lo "spirito
assoluto".
Il commentario al testo hegeliano si intreccia felicemente con le parti
più generali: le introduzioni critiche, che forniscono un orientamento
preliminare, nonché le conclusioni relative, successive al commento
testuale, che problematizzano i nodi concettuali che il lettore della
Fenomenologia ha incontrato nella comprensione del testo. La circolarità
di questo intreccio tra commento letterale e parti più generali
ha il doppio merito di orientare il lettore nelle coordinate di fondo
del pensiero hegeliano, senza però mai portarlo alla superficie
da quel profondo ritmo che caratterizza l'opera hegeliana, senza distoglierci
cioè da quella "corrente fluida" delle vicende fenomenologiche
che ci trascina nella lettura e a cui, per poter comprendere, è
necessario abbandonarsi completamente.
L'autore interpreta in generale la Fenomenologia dello Spirito - questo
cammino della coscienza che, attraverso una serie successiva di "figure",
giunge fino ad autosuperarsi e a scoprirsi spirito, arriva cioè
al superamento del dualismo, tipico della storia della cultura occidentale,
fra soggetto e oggetto - come la risposta hegeliana al problema principale
del suo tempo : "la necessità di trovare un punto di equilibrio
fra l'instaurarsi di un fondamento unitario, di una sostanza comune,
e il diritto degli individui all'affermazione della loro singolarità."
(p.13)
Sotto questo angolo visuale, l'opera hegeliana possiede un doppio significato;
si mantiene così, nello svilupparsi delle vicende fenomenologiche,
come un doppio livello di interpretazione, due piani al tempo stesso
sovrapposti e coincidenti.
Il primo è costituito dal problema, tipico nei pensatori dell'idealismo
tedesco, della scientificità della filosofia ; problema non da
poco, dal momento che una filosofia scientifica ha come condizione della
sua esistenza la totale convergenza del sapere e della realtà.
Dimensione scientifica della filosofia significa dunque, in altre parole,
comprendere il proprio tempo, il senso che esso esprime, col pensiero.
A questo problema il filosofo tedesco ritiene di aver trovato risposta
proprio con la Fenomenologia.
Il secondo livello di lettura consiste nella soluzione proposta da Hegel
al contrasto, caratterizzante la complessità moderna, tra affermazione
dell'individualità e affermazione dell'intero. La Fenomenologia
dello Spirito viene così letta anche come un modello filosofico
di relazione tra gli individui e l'intero, ed esprime innanzitutto il
ritmo del percorso storico di questa relazione : dal mondo greco dell'armonia
fra individuo e comunità, alla libertà assoluta della
Rivoluzione francese, tradotta in filosofia da Kant e sviluppata dall'idealismo
tedesco. Si tratta, perciò, del percorso di formazione del soggetto
moderno : la soggettività singolare emerge in questo lento processo
e, da un punto di vista filosofico, arriva a costituirsi come risultato
nella piena conciliazione tra piano dell'Universalità e piano
della Particolarità. Con l'emergere del soggetto moderno si ha
il superamento, per Hegel, della scissione intervenuta con la rottura
del mondo etico degli antichi greci : quella scissione, tra sostanza
comune e singolarità degli individui, che si presenta nel mondo
romano imperiale e che si svilupperà nel mondo cristiano e nel
mondo moderno.
Ora, la chiave per comprendere una tale soluzione la si trova, secondo
l'A., proprio attraverso l'individuazione del ruolo e della struttura
dell'autocoscienza . Da qui possiamo afferrare la centralità
delle figure fenomenologiche della coscienza infelice e dell'anima bella,
e l'importanza del loro segreto legame: esse rappresentano proprio la
problematicità di tali nessi.
La coscienza infelice rappresenta e incarna precisamente l'intima contraddittorietà
connaturata a quella che è la struttura generale dell'autocoscienza:
autocoincidenza con sé che si forma attraverso la negazione dell'alterità.
Si tratta di una sorta di unità di Universale e Singolare, unità
che l'autocoscienza appunto realizza. La coscienza infelice, però,
proietta fuori di sé, in un'essenza intrasmutabile quell'unità
di universale e singolare che invece la caratterizza in quanto autocoscienza.
"Attribuendo l'unità di universale e singolare, di uguaglianza
e diversità solo a Dio, la coscienza infelice, proietta, invece,
l'essenza dell'autocoscienza in un al di là irraggiungibile nel
quale non può riconoscersi. In questo modo, essa si condanna
alla singolarità, ad una identità 'colpevole' in quanto
frutto di una separazione da quell'unità ormai saputa come essenziale,
ma non riconosciuta come propria." (p. 14)
Questo è il dolore della coscienza infelice, il destino tragico
di un "cristianesimo incentrato sulla singolarità, di una
condizione in cui la certezza di se stessi, in assenza di una conciliazione
con la sostanzialità del divino viene a rovesciarsi nella totale
perdita di sé." (ibidem)
Dunque quell'infinito, o infinità, che sta a fondamento della
singolarità individuale autocosciente, costituisce anche la possibilità
della lacerazione tra essa e l'intero, e cioè il rischio della
deriva nella propria unilateralità.
Così l'A. individua un segreto nesso tra la coscienza infelice,
momento conclusivo della figura fenomenologica dell'Autocoscienza (IV
capitolo), e l'anima bella, che incontriamo nel VI capitolo della Fenomenologia,
subito prima del processo di riconoscimento che porta al sorgere dello
spirito assoluto.
Dunque l'anima bella ha tutte le caratteristiche e i limiti dell'autocoscienza,
ma posta in una sfera più alta, quella del VI cap. della Fenomenologia.
Essa costituisce allora la possibilità di un'ultima, potremmo
dire, suprema deriva all'interno del cammino che porta all'autorivelazione
dello spirito assoluto. Questo perché l'anima bella si inserisce
in quel processo che, attraverso la dialettica fra autocoscienza agente
e autocoscienza giudicante e attraverso il riconosciemto, il reciproco
rispecchiarsi di queste due autocoscienze, porterà infine al
perdono del "male" (indissolubilmente legato proprio alla
particolarità dell'agire individuale) : a quella conciliazione
tra sapere e agire che costituisce l'elemento proprio dello spirito,
riassunto nella nota formula hegeliana "Io che è Noi e Noi
che è Io".
Lo spirito si caratterizza così, secondo questa visione della
Fenomenologia, come un insieme unitario in cui però gli individui
affermano la loro libertà e indipendenza nel reciproco rispecchiamento
e riconoscimento. Ma questa soluzione hegeliana - il riconoscimento
delle autocoscienze - si può leggere anche nell'altro livello,
quello del sapere e della scientificità della filosofia: altro
non è, dunque, che quell'unità tra pensiero e essere,
quell'adeguazione tra realtà e pensiero che avviene quando la
realtà, la "cosa" diviene un Sé, quando "nel
riconoscimento, il soggetto ha ormai difronte un altro soggetto che
è insieme uguale e distinto." (p. 18)
Nel momento in cui il sapere conquista la sua forma assoluta, esso si
rispecchia nell'agire, ma l'agire mantiene sempre tuttavia un elemento
che si potrebbe definire oracolare, è cioè connesso all'imprevedibilità
dei risultati dell'azione stessa. Vi è dunque, ci dice l'A.,
una caratterizzazione prettamente coscienziale anche al più alto
livello del percorso fenomenologico : nel superamento del dualismo tra
sapere e oggetto, nell'autosuperamento della coscienza che diviene spirito,
il livello coscienziale viene al tempo stesso mantenuto.
Ecco quindi come l'A., in questa particolare prospettiva dalla quale
considera l'opera hegeliana (e cioè l'emergere della libertà
della soggettività individuale), può definire la Fenomenologia
dello spirito un'opera "aperta" : aperta verso l'alto, dal
momento che il sapere assoluto - ultima tappa del cammino fenomenologico
- fonda la possibilità dello sviluppo sistematico della filosofia
nell'elemento puro del pensiero - la Scienza della logica - ; ma aperta
anche verso il basso, nel momento in cui lo spirito, superato il dualismo
della dimensione coscienziale, si scopre immanentemente legato a essa,
scopre cioè quel legame d'essenza con la coscienza che costituisce
la possibilità del suo sviluppo e della propria autorivelazione.
"Trova così conferma quanto Hegel dichiara nell'Introduzione
: lo spirito come sapere assoluto non consiste nella semplice negazione
della coscienza, nel superamento del suo dualismo fra il sapere e l'oggetto,
ma, per realizzarsi, deve divenire consapevole di essere legato in modo
immanente ad essa. Nel rischiararsi a spirito la coscienza viene meno,
ma lo spirito continua ad aver bisogno di lei se vuole, secondo l'intento
della Fenomenologia, calarsi nella propria 'esistenza mondana'."
(p.18)
Il merito dell'A. consiste dunque in questa profonda lettura del famoso
testo hegeliano. Leggere la Fenomenologia dello spirito in questa prospettiva
ci mostra chiaramente il carattere di unicità che quest'opera
ha nel complesso della produzione filosofica hegeliana, e ci svela interni
e nessi che, forse, a una lettura non così approfondita dell'opera
di Hegel, potrebbero non apparirci.