| Francesco
Valentini, Soluzioni hegeliane, Milano, Guerini e Associati 2001
L'oggettività è così
quasi soltanto un involucro sotto il quale si trova nascosto il concetto.
Nel finito non possiamo vedere o esperire che il fine viene veramente
raggiunto. L'attuazione del fine infinito consiste così soltanto
nel superare l'illusione che ancora non sia attuato. Il bene, ciò
che è assolutamente bene, si compie eternamente nel mondo, e il
risultato è che esso è già compiuto in sé
e per sé, e non ha bisogno di aspettare noi. È questa l'illusione
in cui viviamo e, al tempo stesso, è quest'illusione soltanto la
forza operante su cui riposa l'interesse del mondo. [Soluzioni...p.233n]
Torneremo, nel corso di questa breve recensione,
sull'idea hegeliana del Bene e la sua genesi, seguendo il prezioso e limpido
commento di Francesco Valentini. Emergerà, in chi si appresta a
leggere Soluzioni hegeliane, l'esigenza di comprendere il pensiero di
Hegel a partire da Hegel, e al contempo l'esigenza sarà pienamente
soddisfatta.
Sarà, per es., soddisfatta l'esigenza di chi voglia comprendere
il realismo hegeliano, la soluzione offerta da Hegel al problema kantiano
del Bene e della sua realizzazione; il lettore interessato, perciò,
sospenda inizialmente il giudizio, se accogliere o meno le soluzioni proposte
da Hegel, e segua fino in fondo la traccia che F. Valentini disegna così
lucidamente attraverso tutta l'opera del filosofo.
Dalla Prefazione: "Gli scritti raccolti nella parte prima di questo
libro concernono temi particolari del pensiero di Hegel, i due della parte
seconda sono dedicati alla filosofia di Eric Weil, pensatore nel quale
la presenza di Hegel è molto forte, a nostro avviso dominante.
E tale presenza è stata tematizzata. Anche questi scritti, dunque,
possono considerarsi hegeliani." (p.11)
I temi hegeliani trattati da F. Valentini nella prima parte del suo testo
sono la società civile, il mondo della ricchezza, la moralità,
le prime categorie della Logica, l'interpretazione dell'illuminismo, il
sapere assoluto, la genesi della razionalità. I testi hegeliani
cui l'A. fa riferimento sono la Fenomenologia dello spirito, la Scienza
della logica, l'Enciclopedia, ma anche l'Estetica e la Filosofia del diritto;
il sistema hegeliano viene presentato al lettore nella sua intima e viva
articolazione, un'opera che si vuole in sé completa, tuttavia 'plastica'
e soprattutto comunicante. Se la difficoltà della comunicazione
filosofica è avvertita da più parti non solo come problema
ma come condizione stessa del filosofare, le soluzioni proposte da Hegel
al riguardo, e presentateci qui dall'A., hanno lo scopo dichiarato di
sciogliere il nodo intorno a cui le filosofie della riflessione, del dualismo,
del finito, e del problema, continuamente si alimentano. "È
solo con il superamento delle filosofie della riflessione che l'uomo può
veramente dirsi libero, ossia del tutto al riparo dalla paura degli dèi
e dalla paura dell'Oggetto. Ed è questo dato essenziale [
]
che giustifica la nozione di sapere assoluto, espressione di eventi essi
stessi assoluti. Il qual sapere assoluto non è, come molti stranamente
dicono, un sapere definitivo e inerrante, [
] ma è un sapere
che ha in sé e in sé soltanto la sua misura. Ma è
appunto un sapere [
]." (p.12)
Le critiche rivolte a Hegel - allo Hegel politico, alla <<chiusura>>
del sistema, alla dialettica infedele a sé stessa, alla fine della
storia, al logocentrismo - sono a più riprese considerate dall'A.,
anche con precisi riferimenti bibliografici in nota, rappresentando nel
loro complesso "un caso particolarmente interessante nella storia
della critica filosofica, perché non sembrano tenere conto di un
dato elementare, cioè del fatto che Hegel considerava la filosofia
come memoria e come espressione del proprio tempo, non solo, ma anche
come indizio sicuro di una crisi del tempo, e perciò di sua natura
ritardataria." (p. 14) Questo semplice fraintendimento che tuttavia
persiste - Ricoeur e il suo coraggio di <<rinunciare a Hegel>>
o di considerarlo 'solo' come un interprete - deve pur avere le sue ragioni,
e l'A. indica nella <<rivincita delle filosofie della riflessione>>
la ragione fondamentale di questo qui pro quo: il "bisogno di tornare
a una filosofia che parta dall'individuo e sottolinei la sua tensione
ineludibile verso l'Essere, a una filosofia del timor Domini e in ogni
caso del problema. [
] L'hegeliano <<coraggio della verità>>
diventa così coraggio del dubbio, virile incertezza,[
]. Il
Finito diventa principio ultimo di spiegazione: è l'individuo Napoleone
che spiega la sua opera politica, e non - come sembra evidente - la sua
opera politica che spiega Napoleone." (pp. 15-17)
Nella seconda parte del testo l'A. commenta la Logica della filosofia
di Eric Weil, concentrandosi sull'insoddisfazione manifestata da Weil
nei confronti proprio della nozione hegeliana del sapere assoluto, ritenendo
quest'ultimo che Hegel abbia lasciato incolmata la distanza tra il sistema
e la realtà rispecchiata. "Weil non trova in Hegel il concetto
di azione ragionevole, concetto che ritiene la scoperta essenziale del
pensiero moderno e che si deve a Kant. [
] L'esigenza di Weil è
quella della stretta unità del momento teoretico e del momento
pratico [
]. In realtà l'uomo d'azione [
] nell'atto
dell'agire <<dimentica>> il vero [
]. Ci sembra cioè
ineliminabile una quasi-estrinsecità tra l'intendere e il volere,
tra chi vuole conoscere il mondo e chi vuole cangiarlo, in ultima istanza
tra il Passato che è il luogo del Vero e il Futuro che realizza
il Bene. [
] Di tutto ciò si troverà un qualche svolgimento
in queste pagine. E si vedrà che, a nostro avviso, non si tratta
di tornare a Kant dopo Hegel, ma piuttosto di ripensare Kant attraverso
Hegel e anzi apud Hegel" (pp.18-19)
Per il lettore interessato al pensiero e all'opera di Hegel, Soluzioni
hegeliane, questa raccolta di saggi di F. Valentini, giunge non solo opportuna
ma decisiva, ai fini della ricerca filosofica e soprattutto della comprensione
dei testi hegeliani, della loro connessione reciproca, senza con ciò
che si corra il pericolo, avvertito certamente da chi vi si immerge anche
con attenzione, di perdersi; di perdere quel nesso teoretico, su cui l'A.
insiste più volte e sul quale il sistema hegeliano si fonda. Le
opere e gli scritti hegeliani, primo fra tutti la Fenomenologia, ci parlano
al passato, ci parlano di un processo compiuto, di un divenire storico
rimirabile perché conchiuso, divenuto e approdato a un risultato
fermo e liberissimo: "Questo lungo cammino è giunto al suo
termine al tempo di Hegel, nella cultura che Hegel elabora, e nello stato
moderno. Il Razionale vive in quella cultura come la grammatica vive nel
concreto linguaggio, e il razionale è nello stesso tempo il <<liberissimo>>,
non ha nulla fuori di sé che lo limiti. Qui il discorso si chiude,
e tutto rimane, come oggi si ama dire, totalmente aperto." (p. 17)
Vediamo allora in particolare uno dei temi trattati nella presente raccolta
di saggi: l'inizio della Logica. Seguirà poi una breve intervista
all'Autore, che ci auguriamo sarà gradita non solo a coloro che
già conoscono gli studi e gli insegnamenti di Francesco Valentini,
ma soprattutto a chi ancora non ha avuto modo e privilegio di conoscerli.
Le prime categorie della <<Logica>>.
È il quinto dei saggi dedicati da F. Valentini a Hegel; chi ha
letto il testo di riferimento (il primo capitolo della Logica), chi ha
familiarità con le critiche rivolte al "passaggio cruciale",
dal DIVENIRE all'ESSERE DETERMINATO, conosce l'andamento dei nessi stabiliti
da Hegel tra quelle prime categorie (ESSERE-NULLA-DIVENIRE) e sa che sulla
presunta non plausibilità di quei nessi viene messo in discussione
tutto l'edificio della Logica.
Cominciare a pensare, pensare senza ancora poter determinare (né
parlare), eppure scegliere di pensare. L'esperienza logica del Cominciamento
appare senza dubbio paradossale e per certi versi aporetica; un'esperienza
tuttavia pienamente inserita da Hegel all'interno della sua Logica, all'inizio,
come il momento più astratto se considerato con gli occhi di chi
già pensa secondo categorie più concrete, determinando il
suo pensiero. Ma, ed è questo il problema sollevato dalle obiezioni
classiche, come avviene il passaggio al Dasein ? Come avviene che da un'esperienza
a stretto rigore prelinguistica, indeterminata, eppure logica, si passi
al logos vero e proprio, cioè al pensiero e al linguaggio determinati
e correlati ?
Il passaggio è dialettico ? Segue cioè lo schema classico
hegeliano della negazione della negazione ? L'essere determinato risulterebbe
così dal dileguare del dileguare ? Come se il secondo dileguare
arrestasse il primo ? Se così fosse, la negazione determinata sarebbe
surrettiziamente già operante all'interno di quella astratta triade
che volevasi, da parte di Hegel, mantenere nell'indeterminatezza più
assoluta.
"Riteniamo che Burbidge veda benissimo che le prime tre categorie
siano in sostanza una sola categoria, una monotriade. Ma non crediamo
che il famoso passaggio al Dasein debba essere inteso dialetticamente.
Crediamo anzi che in questo primo capitolo lo schema dialettico non sia
operante, che ci si muova invece nel campo dell'opinione e dell'ineffabile
e che la Logica per così dire cominci con l'essere determinato,
perché non può non cominciare con il linguaggio." (pp.
144-145)
L'A. espone sinteticamente alcuni punti del testo hegeliano, prende poi
in considerazione l'ineffabile e l'astratto, così come lo intende
qui Hegel, e riflette su alcuni testi della Fenomenologia, per poi concludere
sul significato ultimo delle prime categorie della Logica.
L'indeterminato, l'immediato ESSERE parmenideo è la prima categoria,
ovvero il NULLA, poiché "Nulla si deve presupporre [
].
Bisogna considerare il pensare come tale, e questo [
] è frutto
di una decisione che si può considerare arbitraria: si sceglie
il discorso e la ragione." (p.146) Ma il movimento evanescente e
istantaneo dall'ESSERE al NULLA e viceversa, ovvero il DIVENIRE stesso,
non continua all'infinito. Precipita in un risultato calmo. Il DIVENIRE
è sì una unione contraddittoria, ma che si distrugge da
sé stessa. "Si tratta pur sempre di passaggi immediati, diremmo
automatici, non di contraddizioni che si risolvono."(p.149)
Il punto di vista logico del DIVENIRE è la <<pura riflessione
del cominciamento>>, per intenderci quella hegeliana, l'autoriflessione
che rispecchia il movimento stesso dei concetti, la quale non sa ancora
che l'iniziale monotriade è l'indeterminato (risultato di un'astrazione),
"onde - dice ancora Hegel - il Nulla prorompe immediatamente nell'Essere
e non si incorpora con lui. L'autoriflessione mostra un tentativo di pensare,
un opinare, un altalenare di Essere e Nulla, mentre la riflessione astratta
mostra una quieta astrazione, l'Indeterminato" (p. 151)
Dunque, l'ineffabile (questa astratta e rarefatta atmosfera mentale) "non
è una semplice illusione. E che cosa è. È il tentativo
di esprimere quella esperienza singolare di fatti singolari e talora inconsci,
di cui Hegel parlerà nella prima parte dello Spirito soggettivo,
l'Antropologia, e che ha il suo equivalente nel mondo della vita della
Fenomenologia [
]. Si tratta del puro vivere in una condizione di
semicoscienza, in cui rientrano largamente manifestazioni patologiche
o extranormali." (pp. 154-155) Si tratta dell'<<anima>>,
intesa da Hegel proprio come eterno passato dello spirito, come sonno-sogno
dello spirito, la cui fenomenologia anticipa la fenomenologia lucida della
coscienza. "È una sorta di ombra che precede la luce, caratterizzata
da un'ottusa quasi-indifferenza tra me e le cose e da un'originaria simpatia
tra anima singola e anima del mondo." (p. 155)
Le esperienze sopra descritte, allora, possono essere considerate prelogiche,
suscettibili di diventare irrazionali e patologiche, quando non riescano
a svilupparsi secondo logica o quando il tentativo di pensare non scelga
definitivamente il pensiero determinato e la ragione.
Nella storia della filosofia il primo che ha tentato di pensare senza
determinare "e si è innalzato al regno dell'idea è
stato Parmenide. Tentativo importantissimo ma non riuscito appunto perché
tentativo e non ancora vero pensiero.[
] E non escluderemmo che certe
odierne tendenze ad andare al di là dell'ente, del determinato,
verso l'Essere possibile non resisterebbero alle classiche critiche di
Hegel." (p.157)
BREVE INTERVISTA AL PROF. FRANCESCO VALENTINI
Le vorremmo cortesemente rivolgere, a conclusione della nostra recensione,
tre domande, e precisamente la prima proprio sul <<passaggio cruciale>>
dal DIVENIRE all'ESSERE DETERMINATO, la seconda sull'idea del Bene, così
come Hegel ne parla alla fine della Logica, e l'ultima sul rapporto fra
la società civile e lo Stato descritti da Hegel nella sua Filosofia
del diritto.
1 Domanda
Abbiamo visto, nel suo saggio dedicato all'inizio della Logica, che la
Ragione hegeliana si mostra come una conquista storico-filosofica moderna
(a far tempo da Parmenide), ma anche semplicemente come il risultato di
una scelta.
Volevamo sapere da Lei, a questo proposito, se sia proprio questo carattere
quasi-arbitrario dello scegliere (di pensare, di parlare e determinare)
a giustificare l'immediatezza del passaggio dal DIVENIRE all'ESSERE DETERMINATO.
Là dove l'astrattezza dei contenuti ci rimanda a sfere prelogiche
e inconsce del pensiero, l'uomo hegeliano, per così dire, ha difronte
a sè la realtà concreta e in suo pieno possesso la capacità
di esprimerla.
La scelta, allora, sembra essere quasi scontata: ci sono tutte le condizioni
favorevoli al pensiero determinato, manca solo il sì, irrinunciabile
e 'irriflesso', di chi potrebbe comunque sempre scegliere diversamente.
Risposta1
Il passaggio dal Divenire all'essere determinato - così ho creduto
di interpretare - non è un passaggio dialettico (una negazione
della negazione), ma un passaggio immediato, una scelta che mi fa passare
dall'ineffabile al dicibile, dall'opinare al pensare. La natura immediata
di questo passaggio ripropone il passaggio dalla Certezza sensibile alla
Percezione nella Fenomenologia. Qui abbiamo l'intervento di un fattore
non linguistico, l'indicare, mediante il quale la terza esperienza della
sensibilità trapassa nella percezione, e posso finalmente pensare
la cosa con le sue proprietà (il famoso cristallo di sale).
Loro si domandano che rapporto vi sia tra questa scelta di pensare il
determinato dopo il Divenire e l'originaria scelta di pensare, che Hegel
pone all'inizio e come inizio della Logica. In effetti Hegel dice che
il cominciamento della Logica non ha presupposti (altrimenti non sarebbe
cominciamento): infatti esso coincide con "la risoluzione (che si
può riguardare anche come arbitraria) di voler considerare il pensare
come tale". Questa scelta, secondo Hegel, si deve a Parmenide. Inutile
aggiungere che Hegel non vuole dire che prima di Parmenide non si pensasse:
Hegel sostiene che con Parmenide si prende coscienza della natura del
pensare, si considera il pensare come tale. Parmenide dunque sceglie di
pensare e comincia a pensare, e tuttavia non pensa ancora nel pieno senso
del termine, tenta di pensare. E ciò è confermato dalla
lettera del testo di Hegel. Le definizioni delle prime categorie non sono
vere definizioni, sono soltanto nomi: "Essere, puro essere";
"Nulla, il puro nulla": due universali vuoti come l'Ora e il
Qui della Certezza sensibile nella Fenomenologia. A rigore, questi semplici
nomi non sono ancora linguaggio, perché il linguaggio implica l'articolazione
intellettuale. Si tratta dunque di un semplice cominciamento, di un'alba
di pensiero a cui segue il passaggio immediato all'essere determinato.
E qui direi che le due scelte coincidono, la prima, quella apparentemente
originaria, onde decido di pensare, è la scelta storica di Parmenide,
la seconda, quella del passaggio dal Divenire all'essere determinato,
è la scelta del Parmenide "autocritico", cioè
del Parmenide interpretato da Hegel. E questa scelta rende intellegibili
ex post le prime tre pseudocategorie.
Loro si domandano se la scelta non sembri quasi scontata, se non c'erano
tutte le condizioni per effettuarla. Credo che si possa rispondere distinguendo
. La scelta è stata libera e, in questo senso, contingente; ma
è pensata come necessaria. E ciò è tipico della mentalità
di Hegel. Pensatore eminentemente storico, egli interpreta i fatti ricercandone
la razionalità, beninteso quella che a lui sembra essere la razionalità,
ossia la progressiva presa di coscienza della libertà umana. Il
che implica anche una visione selettiva degli accadimenti. Stabilito o
"stipulato" ciò, la "doppia verità"
libertà-necessità è la Verità.
2 Domanda
Vogliamo tornare, riprendendo la citazione hegeliana di apertura, sull'idea
del Bene e sulla sua genesi.
Nel suo saggio su La virtù, il corso del mondo, la razionalità,
l'ottavo della raccolta, Lei prende in considerazione il quinto capitolo
della Fenomenologia, le figure dell'uomo della virtù e dell'uomo
del corso del mondo; analizza e commenta poi lo stretto e necessario rapporto
che intercorre fra di esse, spiegando come per Hegel la razionalità
dell'agire o il Senso della storia, si venga formando, in età moderna,
attraverso una presa di coscienza da parte dello <<spirito>>,
consapevole ormai di essere a casa propria come nel mondo e nel mondo
come a casa propria.
Successivamente, Lei si sofferma su un altro testo hegeliano, l'ultimo
capitolo della Logica, là dove Hegel parla proprio dell'idea del
Bene, distinguendo l'atteggiamento pratico da quello teoretico, e impostando
il rapporto fra i due in modo confessatamente kantiano, riuscendo tuttavia
a sciogliere le difficoltà che i postulati kantiani presentavano
in sede sia morale sia teoretica.
A questo proposito, Le volevamo chiedere in che senso la soluzione proposta
da Hegel - il sillogismo del Bene - ci fa dire, insieme a Sartre che Lei
cita in conclusione del saggio, che al dunque siamo <<condannati>>
a essere liberi; la libertà essendo così avvertita come
un peso dell'esistenza.
Risposta2
La reminiscenza sartriana, il "siamo condannati a essere liberi",
non vuole alludere alla libertà come peso dell'esistenza. Vuole
alludere invece - e direi che nello stesso Sartre, nel Sartre filosofo
della libertà, c'è questo motivo - vuole dunque alludere
alla morale della responsabilità e - aggiungerei - alla durezza
di Hegel nei confronti del singolo. Penso specialmente all'ultima parte
del quinto capitolo della Fenomenologia, in cui la Cosa stessa, come Hegel
dice, cioè il corso storico e la sua razionalità, ricomprende
in sé l'azione del singolo, che fatuamente ne rivendica la proprietà.
La pietra lanciata dalla mano è del diavolo, dice Hegel riprendendo
un antico proverbio. Agendo mi espongo ai voleri della Fortuna, cioè
la mia azione si intreccia con quelle altrui e con il complesso delle
circostanze, la Cosa stessa ora accennata. E tuttavia la Cosa stessa non
mi è estranea, perché si appunta nell'autocoscienza, è
la "mia" Cosa, ho comunque contribuito a produrla. È
stato detto che in guerra non vi sono vittime innocenti, e Hegel potrebbe
condividere questa espressione che allude alla universale responsabilità.
Per un verso dunque la mia azione è poca cosa, perché è
destinata a perdersi nel miro gurge del corso storico, per un altro verso
il corso storico mi appartiene o - ma in questo caso è la stessa
cosa - io appartengo al corso storico. Hegel spinge sino in fondo la sua
geniale tesi. Il corso storico ha la sua logica di fronte a cui l'opera
del singolo è irrilevante. Persino il famoso grand'uomo di Hegel,
Alessandro magno, Giulio Cesare, non sono dei veri creatori, non somigliano
per nulla agli uomini di Nietzsche o di Carlyle, perché la loro
azione non va oltre il portare alla luce una situazione virtualmente presente.
La repubblica romana era virtualmente cesariana quando Cesare vi dispiegò
la sua azione politica. Hegel infatti parla di un "cupo tessere dello
spirito", cioè di un corso delle cose che si viene svolgendo
inconsciamente, sicchè l'uomo d'azione interviene a cose quasi
fatte, l'uomo di pensiero, il filosofo, interviene a cose fatte e anzi
quando la situazione non solo si è consolidata, ma è già
in crisi, sta per mutare (l'uccello di Minerva che inizia il suo volo
al crepuscolo).
Potrebbe sembrare che questa dottrina possa spingere a un atteggiamento
quietista: se la mia azione è poca cosa non vale la pena di impegnarsi
troppo. E invece abbiamo visto che l'atteggiamento hegeliano è
di assoluta responsabilità. Certo la mia azione è eminentemente
rischiosa, può perdersi nel non-senso e comunque solo tardi, solo
a processo compiuto saprò o altri saprà quale sarà
stato il risultato e quindi il significato del mio impegno. Ma nel mio
agire devo credere (qui il temine è appropriato) di realizzare
il Bene (l'ineludibile motivo kantiano). È una illusione necessaria
che governa la mia libertà. E Hegel mostra che sfuggire a questa
libertà è impossibile perché è impossibile
sfuggire alla mia essenza di uomo.
3 Domanda
Le volevamo porre un'ultima domanda. Questa volta in riferimento a una
questione particolare, trattata ampiamente da Hegel nella Filosofia del
diritto, e da Lei presentata nel primo saggio della raccolta dal titolo
Aspetti della <<società civile>> hegeliana.
Rimandiamo il lettore direttamente al testo del saggio, estremamente interessante
e chiaro nell'esposizione, poiché qui vogliamo solo suggerire quanto
segue.
Lei afferma che l'<<alienazione>> della società civile
descritta da Hegel - nella Filosofia del diritto ma anche nel VI capitolo
della Fenomenologia - è solo apparentemente vinta dalla corporazione
e dallo Stato; ossia, il passaggio dalla logica economico-civile della
società moderna a quella dello Stato politico, non risolve appieno
l'estraneazione che pure Hegel aveva indicato come il carattere specifico
del mondo smithiano della ricchezza, dell'utile e dell'economia politica.
D'altra parte, Lei dice, Hegel si mostra consapevole non solo di questa
'mancanza' interna al passaggio (non del tutto tesaurizzatore), ma ne
mostra anche il connaturato aspetto negativo, e cioè a dire, la
formazione della plebe in sede civile rimane un problema aperto e un fattore
di irrazionalità nella costruzione politica hegeliana, ovverosia
nello Stato moderno descritto da Hegel.
Alla luce di quanto si è detto, sembrerebbe che la soluzione qui
avanzata da Hegel sia piuttosto una constatazione disincantata del persistere,
nell'eticità civile e politica, di una contraddizione irrisolta:
il 'nervo scoperto' (scoperto appunto da Hegel) della società civile,
e cioè la produzione di una massa d'uomini esclusa sostanzialmente
dalla possibilità economico-politica di riprodursi, è ciò
che, in ultima istanza, contraddistingue la modernità di questa
società e di questo Stato.
Ma è questa, o ci siamo sbagliati, la lettura che Lei dà
di questo passaggio hegeliano ?
Risposta3
Certamente. Questa è la lettura che ho creduto di dover fare della
filosofia politica di Hegel. Il suo Stato - e bisogna dire che ancora
una volta Hegel è nostro contemporaneo - porta con sé due
problemi irrisolti, il problema della guerra e il problema della plebe.
I testi sono chiarissimi. Verso la fine della Filosofia del diritto del
1821, al § 333, Hegel dice che gli stati sono "nello stato di
natura gli uni di fronte agli altri", stato di natura dunque e non
di diritto. La loro sorte dipende dalla loro volontà particolare,
e l'eventuale conflitto non può essere risolto se non con la guerra.
E notiamo che Hegel definisce la guerra una "condizione di non giuridicità,
di violenza e accidentalità". Aggiungiamo ancora che Hegel
critica la concezione kantiana della pace perpetua, perché sostiene
che una lega di stati, come quella prevista da Kant, sarebbe pur sempre
un intreccio di volontà statali particolari, e dunque sarebbe affetta
da accidentalità. Manca una "volontà universale costituita
a potere", che quindi stia al di sopra delle volontà dei singoli
stati. In sostanza manca uno stato mondiale. Ed è la violenza in
ultima analisi a decidere.
La violenza troviamo anche all'interno e, diremmo, contro la costruzione
razionale dello stato moderno, e la troviamo nella formazione della plebe.
La plebe, frutto del movimento dell'economia, compare nella "società
civile", ma riaffiora nella trattazione dello stato, quasi a confermare
che la razionalità dello stato non riesce ad averne ragione. Nell'annotazione
al § 301, sempre della Filosofia del diritto del 1821, leggiamo che
"appartiene all'opinione della plebe, al punto di vista della negatività
in generale", presupporre nel governo una cattiva volontà.
La plebe è infatti un fattore di sovversione che potrebbe, se dovesse
svilupparsi, mettere in pericolo l'unità dello stato, generando
una sorta di anarchia, cioè di lotta tra le varie componenti sociali.
Bisogna perciò evitare il formarsi della plebe. E Hegel allude
a degli interventi che evitino il degradarsi delle vite individuali, favorendo
l'accesso al lavoro, cioè favorendo il realizzarsi dell'etica della
società civile, fondata appunto sul lavoro individuale come fonte
della propria sussistenza. Oggi diremmo diritto al lavoro e dovere di
esercitare questo diritto. Ma è ciò possibile? La trattazione
di Hegel non lascia dubbi. È interessante notare che Hegel, dopo
aver detto che i vari interessi devono essere regolati e governati, aggiunge
che la garanzia della partecipazione dei singoli alla ricchezza generale
è sottoposta a varie accidentalità (ancora quella accidentalità,
che abbiamo incontrato nei rapporti tra stati. In questo caso condizioni
di salute, di attitudini, di proprietà dei singoli). Ma scrive
anche : "senza dire che questa garanzia deve restare incompiuta".
Questo "deve" è in tedesco muss, come dire "non
può non": vuol designare una sorta di necessità quasi
naturale, di quella seconda natura che è il meccanismo economico.
Il qual meccanismo economico dà luogo alla formazione della plebe,
cioè di una massa di uomini che decadono al di sotto di quello
che oggi diremmo il minimo vitale, con gravi conseguenze anche di ordine
morale. Inoltre la formazione della plebe "al tempo stesso porta
con sé, in cambio, la più grande facilità di concentrare
in poche mani ricchezze sproporzionate". Hegel non precisa altro,
ma è probabile che pensi alla "utilità" dei bassi
salari. Ora, evitare la formazione della plebe non è possibile.
Non è possibile mediante interventi umanitari, privati o pubblici,
perché, a parte la loro inevitabile accidentalità, essi
sarebbero contrari all'etica della società civile che implica che
ciascuno provveda a sé col suo lavoro. E non è possibile
col ricorso a nuove occasioni di lavoro, perché in tal modo la
produzione aumenterebbe, ma non aumenterebbe con questo il consumo, e
quindi si avrebbero difficoltà insormontabili per la produzione
successiva. E infine Hegel si riferisce, in particolare pensando all'Inghilterra,
al colonialismo, cioè alla creazione di una nuova società
civile in altra regione. Ma è evidente che ciò sposterebbe
e non risolverebbe il problema. Appare dunque chiaro, come Hegel dice,
che la società civile, per quanto ricca, non è ricca abbastanza
e genera povertà accanto a ricchezza. E bisogna notare che in tutto
questo Hegel è fedele a Smith, che chiaramente lo ispira: Smith
infatti parla della ricchezza individuale come fattore di benessere generale,
ma parla anche del fatto che per ogni uomo ricco occorre che vi siano
almeno cinquecento poveri e che l'abbondanza di pochi presuppone l'indigenza
di molti. È dunque il meccanismo economico che genera l'ineguaglianza
come in un processo naturale. Ma Hegel non manca di sottolineare la differenza.
Mentre nei confronti della natura, egli dice, non si possono invocare
diritti, nella società l'indigenza prende forma di un'ingiustizia
patita da questa o quella classe sociale. Onde questo problema agita e
tormenta le società moderne. Potremmo aggiungere: comprese le nostre
società. Se leggiamo, per esempio, quanto ha recentemente scritto
Amartya Sen, Nobel dell'economia del '98, a proposito della mondializzazione,
troviamo che nell'essenziale non dice molto più di quanto Hegel
diceva dell'economia del suo tempo.
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