F. W. J. Schelling, Le divinità
di Samotracia, a cura di F. Vigano, Mimesis, Milano 2002.
L'apparizione di una traduzione, che permette
al lettore di lingua italiana di ampliare la conoscenza delle opere
di pensatori stranieri, è di per sé un fatto positivo.
Quando, poi, il pensatore è uno dei più importanti della
filosofia classica tedesca, Schelling, e il testo che viene tradotto
è uno dei più controversi di tutta la sua produzione,
Le divinità di Samotracia, l'opera di traduzione non è
più un solo un fatto editoriale, ma un lavoro scientifico che
contribuisce all'approfondimento e allo sviluppo della meditazione filosofica.
E questo lavoro di Viganò rappresenta un contributo di valore
alla ricerca schellinghiana.
Difficilmente, del resto, sarebbe potuto essere diverso. Viganò,
infatti, è una giovane studiosa, che, sotto la guida del compianto
Francesco Moiso, ha lavorato a lungo sul pensiero tedesco tra il Settecento
e l'Ottocento e, soprattutto, su Schelling, offrendo già numerose
prove del suo acume e della sua competenza, che si sono confermate anche
in questo testo. Nell'attività di traduzione ella ha dimostrato
una grande accortezza linguistica, cercando di non appesantire il testo
e di mantenere il più possibile l'originaria dimensione discorsiva
dello scritto, che è stato letto nel 1815 da Schelling come prolusione
accademica per dei festeggiamenti reali. Di tutt'altro tenore è
invece l'introduzione, dove Viganò abbandona l'oggettiva neutralità,
dimostrata nella traduzione, per intraprendere un discorso ermeneutico
più profondo circa la portata speculativa del breve testo schellinghiano.
Di grande interesse, a questo proposito, è il collegamento tra
l'interpretazione di Schelling del mito dei Cabiri e quella proposta
dal grande studioso ungherese, Kàroly Kerény, a più
di un secolo di distanza. In questa apertura sulla moderna scienza delle
religioni, Viganò evidenzia il valore e l'attualità di
alcune intuizioni, quali il senso soteriologico dei misteri o la dimensione
dinamica dell'intero sistema mitologico, che giustificano ancor oggi
l'interesse per un pensatore troppo facilmente dato per superato.