| Giovanni
Miccoli, I dilemmi e i silenzi di Pio XII. Vaticano, Seconda guerra
mondiale e Shoah, Rizzoli, Milano 2000.
Questo libro affronta la spinosa questione
della condotta tenuta dal pontefice Pio XII Pacelli e dal Vaticano nei
confronti del nazismo e dello sterminio degli ebrei nel corso della seconda
guerra mondiale. Si tratta di un tema molto attuale, dato il processo
di beatificazione in corso di papa Pacelli, e che ha scatenato vivaci
dibattiti ed aspre polemiche tra gli storici e i giornalisti che si sono
occupati dell’argomento.
1. Il primo capitolo ripercorre l’atteggiamento tenuto dalla diplomazia
della Santa Sede nel corso della seconda guerrra mondiale.
Di fronte ai venti di guerra che scuotevano l’Europa, il Vaticano
non prese posizione a favore di nessuno tra i contendenti: eventi come
l’invasione della Polonia, la caduta della Francia e l’entrata
in guerra dell’Italia al fianco dell’alleato nazista non smossero
la diplomazia vaticana da una posizione di sostanziale neutralità.
Delle pressioni vennero attuate su Mussolini perché moderasse l’impeto
di Hitler, ma anche sulla Polonia perché accettasse le richieste
tedesche, evitando così la guerra. Si sperava in una “nuova
Monaco”. All’indomani della caduta della Francia Pio XII sondò
le possibilità di una pace, che tuttavia avrebbe sancito un’egemonia
di fatto della Germania sull’Europa. Il pericolo principale, per
la stabilità dell’Europa, per Pio XII, non era comunque la
Germania nazista, ma la Russia sovietica: i negoziati che si svolsero
tra Pio XII e l’opposizione tedesca tra settembre ’39 e marzo
’40 avevano come fine ultimo, infatti, la costituzione di una coalizione
antisovietica.
Di fronte alla “guerra totale” e ai crimini di guerra compiuti
dai nazisti sin dall’inizio del conflitto, il papa, e con lui la
stampa vaticana, non andarono oltre generiche condanne e atteggiamenti
crittografici, mentre fu condannata con molto vigore l’invasione
sovietica della Finlandia. Una solidarietà generica venne espressa
al sovrano del Belgio e nessuna condanna venne espressa nei confronti
del bombardamento tedesco di Coventry. Sembrava che il Vaticano percepisse
la tragedia della guerra come ineluttabile e non riuscisse ad esprimere
niente di più che generici sentimenti di compassione per chi soffriva
a causa della guerra. Al contempo il Vaticano si candidava a svolgere
un ruolo di mediazione tra le parti in conflitto, cosa che gli impediva
di schierarsi a favore di una delle parti in conflitto.
All’avvento in Croazia del regime filonazista di Ante Pavelic il
Vaticano sembrò guardare con simpatia, assecondando le posizioni
della maggioranza del clero locale e dell’arcivescovo di Zagabria,
nonostante le dure persecuzioni operate dal regime contro serbi ed ebrei.
Di fronte all’incipiente persecuzione su larga scala degli ebrei
e all’estensione delle leggi razziali, il Vaticano non ebbe la forza
di assumere una posizione netta di condanna, neppure in seguito ad esplicite
richieste angloamericane di una condanna della condotta dei nazisti a
partire dalla fine del’42 . Nel messaggio del Natale 1942 Pio XII
pronunciò una frase che alludeva in modo molto crittografico allo
sterminio degli ebrei, ma non si andò oltre. Una presa di posizione
forte, d’altronde, avrebbe potuto significare uno sbilanciamento
della Santa Sede nei confronti di una delle parti in conflitto, cosa che
si voleva evitare, tenendo conto anche del fatto che i nazisti, pur perseguitando
gli ebrei, stavano combattendo una spietata guerra contro il nemico sovietico.
Il clero tedesco, dal canto suo, non mancava di esortare il popolo a resistere
contro la barbarie bolscevica, ma, salvo rari casi individuali di prelati
coraggiosi, non accennò mai ad una condanna esplicita dei crimini
nazisti.
2. Il secondo capitolo affronta la questione del rapporto tra cattolicesimo
tedesco e Terzo Reich. La Chiesa tedesca salutò con favore l’avvento
del regime nazista in Germania, regime che si opponeva sia al liberalismo
che al marxismo, e la Santa Sede rimase influenzata da questo atteggiamento
della Chiesa cattolica locale, tant’è che il pontefice Pio
XI, predecessore di papa Pacelli, non mancò, in un primo tempo,
di apprezzare la figura di Hitler, e di stipulare un Concordato con il
regime appena instauratosi. Di fronte alle prime violazioni naziste delle
norme del Concordato i vescovi tedeschi avanzarono solo delle timide proteste.
Neppure le persecuzioni condotte dai nazisti contro il “cattolicesimo
politico” sin dai primi anni del regime provocarono nette e ferme
condanne; nel clero tedesco oltretutto pareva essersi diffusa una fiducia
nella buona volontà di Hitler, considerato molto distante dal deplorevole
neopaganesimo di alcuni dei suoi collaboratori. Si attendeva una “svolta”
del regime sul modello del fascismo italiano; in una svolta “moderata”
del nazismo pareva credere il cardinal Bertram, leader dei vescovi tedeschi;
la partecipazione nazista alla guerra di Spagna a favore dei franchisti
non fece che rinsaldare la speranza e la fiducia nel regime nutrite dalla
grande maggioranza dell’episcopato germanico.
Le misure ostili alla fede messe in pratica dai nazisti suscitarono tuttavia
una crescente tensione tra la Germania e il Vaticano e lo sdegno di Pio
XI, nonostante il segretario di stato Eugenio Pacelli (il futuro Pio XII)
tentasse di moderare le posizioni del papa, che parevano evolversi verso
un accostamento di nazismo e comunismo. Nell’enciclica Mit brennender
Sorge (1938) Pio XI criticò esplicitamente gli attentanti compiuti
dal nazismo contrò la libertà della Chiesa, ma non la persecuzione
degli ebrei. Pio XI prese posizione anche contro l’alleanza tra
Italia e Germania. La morte gli impedì quindi di prendere posizione
contro l’antisemitismo: aveva già infatti commissionato un’enciclica
su questo tema. L’avvento al soglio pontificale di Pio XII portò
il Vaticano su posizioni ben più distensive e compromissorie nei
confronti del regime nazista, come suggerito dai cardinali Bertram e Faulhaber,
esponenti di spicco del clero tedesco, all’interno del quale tuttavia
si veniva delineando una linea decisamente antinazista, seppur minoritaria,
facente capo a monsignor von Preysing, vescovo di Berlino, e a monsignor
von Galen, vescovo di Munster. La linea maggioritaria fu comunque quella
del lealismo nei confronti di un regime fortemente schierato nella lotta
anticomunista. Si cercava, infatti, in nome di una forma di “solidarietà
nazionale”, di distinguere tra patria, Stato e Partito, cercando
peraltro di evitare l’accusa di “pugnalata alle spalle”,
che poteva essere scagliata contro i cattolici da parte dei nazisti.
3. Il terzo capitolo affronta la questione dell’anticomunismo vaticano
e del suo influsso sul giudizio della Santa Sede sul regime nazista.
Dagli inizi degli anni ’30 (mentre in URSS Stalin attuava la “collettivizzazione
forzata”) la condanna del Vaticano nei confronti del comunismo si
fece sempre più dura. Un vero choc fu rappresentato dalla violenza
popolare antireligiosa scatenatasi in Spagna colla guerra civile. L’enciclica
Divini Redemptoris di Pio XI, coeva della Mit brennender Sorge, rappresenta
un duro attacco contro il comunismo ateo e le sue implicazioni. Il nazismo,
va ricordato, rappresentava, dal canto suo, un baluardo contro il bolscevismo.
L’attacco nazista, scagliato a partire dal giugno ’41, contro
l’URSS, non venne appoggiato esplicitamente dalla Santa Sede, che
comunque guardò con preoccupazione alla saldatura creatasi tra
l’URSS e le potenze occidentali. D’altronde c’era chi,
come monsignor Tardini, sperava che l’URSS e la Germania nazista
si annientassero a vicenda: si trattava di una posizione che rifletteva
la volontà della Santa Sede di rimanere comunque imparziale e non
pronunciarsi a favore di nessuna delle nazioni belligeranti.
4. Il quarto capitolo prende in esame la condotta della Santa Sede durante
l’occupazione tedesca di Roma a partire dal settembre 1943. Tale
evento non fece altro che rendere ancora più prudenti le posizioni
del Vaticano, che non protestò pubblicamente né a seguito
dei rastrellamenti del ghetto ebraico di Roma del 15 e 16 ottobre 1943,
né a seguito della strage delle Fosse Ardeatine del 24 marzo 1944.
5. Il quinto capitolo, il più denso del libro, affronta la questione
della reazione della Santa Sede e dell’opinione pubblica cattolica
di fronte all’antisemitismo e alle leggi razziali.
Miccoli si pone il problema se la Shoah fu o meno preparata da un atmosfera
generale e diffusa di ostilità nei confronti degli ebrei, favorita
da buona parte dell’opinione pubblica cattolica, il cui atteggiamento
era senz’altro diverso rispetto al fanatismo nazista ma non opposto
ad esso. Affievolitosi all’inizio del’900 (dopo l’escalation
legata all’affaire Dreyfus), un certo antisemitismo tornò
a riaffiorare prepotentemente nella stampa cattolica italiana alla fine
della seconda decade del secolo a seguito della creazione di un focolare
ebraico in Palestina e alla nascita dell’URSS. Nel 1928 un significativo
decreto del Sant’Uffizio soppresse la società cattolica “Gli
amici d’Israele”. Un’enunciazione dell’antisemitismo
cattolico del tempo si poteva trovare, d’altronde, nel Lexicon
fur Thelogie und Kirche del teologo Gustav Gundlach, nel quale si
distinguono due opposti antisemitismi: uno, anti-cristiano, fondato su
basi razziali, ed uno, accettabile dal cristiano e lecito, fondato sulla
necessità di contenere il pernicioso influsso esercitato dall’ebraismo
sul popolo.
Durante il Terzo Reich, la Chiesa cattolica e l’opinione pubblica
cattolica tedesca rimasero sostanzialmente passive di fronte alla persecuzione
antiebraica e i vescovi intervennero solo in difesa degli ebrei cattolici.
Nei confronti delle leggi razziali l’opinione pubblica cattolica
internazionale non assunse una posizione netta di condanna; in Italia,
per esempio, le leggi razziali non vennero contestate, eccetto che per
il divieto dei matrimoni misti, che costituiva un vulnus al Concordato.
In questo contesto si colloca la vicenda di un'enciclica di condanna delle
persecuzioni antisemite, commissionata da Pio XI, il cui progetto venne
però lasciato cadere in seguito alla morte di questi (1939), soprattutto
per le forti perplessità al riguardo di esponenti di spicco della
Curia, tra i quali il segretario di stato cardinal Pacelli, il quale,
succeduto a Pio XI col nome di Pio XII, fece abortire il progetto, da
lui considerato troppo avventato.
Nel corso della guerra, d’altronde, Pio XII non si pronunciò
mai espressamente sulla questione. Nella Germania nazista, nella Francia
di Vichy in Slovacchia, in Ungheria e nella Croazia di Ante Pavelic gli
episcopati locali appoggiarono politicamente, in modo più o meno
forte e più o meno palese, regimi che perseguivano gli ebrei e
favorivano la loro deportazione. In Italia, caduto il regime fascista,
nell’agosto 1943 il Vaticano parve reagire non troppo positivamente
all’eventualità di una revoca della legislazione razziale
da questo promulgata; ne dà una prova eloquente una lettera di
monsignor Tacchi Venturi, plenipotenziario di Pio XII presso il governo
italiano, al segretario di stato vaticano cardinal Maglione, nella quale
Tacchi Venturi afferma di essersi guardato bene, in un suo incontro col
nuovo ministro degli interni italiano Umberto Ricci, di accennare minimamente
all’eventualità di una totale abrogazione della legislazione
antisemita introdotta dal fascismo, definita dal Tacchi Venturi “una
legge la quale secondo i principii e la tradizione della Chiesa cattolica,
ha bensì disposizioni che vanno abrogate, ma ne contiene pure altre
meritevoli di conferma”.
Il tradizionale antisemitismo cattolico non va certo confuso con l’antisemitismo
su base razziale e sterminatore dei nazisti; tuttavia esso parve creare
un clima che fece in modo che l’opinione pubblica cattolica non
prendesse una posizione netta a difesa delle masse dei perseguitati. A
ciò occorre aggiungere il timore di ritorsioni contro i cattolici
che potevano seguire all’esplicitazione da parte del Vaticano, dei
vescovi e della stampa cattolica di una condanna dura della legislazione
antisemita e dello sterminio in corso degli ebrei.
Su questo tipo di scelta Miccoli formula, nella conclusione, il suo giudizio
storico: l’atteggiamento tenuto da Pio XII e dalla Chiesa cattolica
nei confronti del nazismo, della guerra e della Shoah, una posizione di
neutralità e silenzio frutto peraltro di una lunga tradizione ideologico-diplomatica,
si rivelò sostanzialmente inadeguato di fronte ad un evento di
portata così grave, che richiedeva tutt’altra presa di posizione
a favore delle vittime di una così immensa ed “unica”
tragedia.
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