| Letture
Roberto Finelli, Un parricidio
mancato. Hegel e il giovane Marx, Bollati Boringhieri
2004.
di Cristina Corradi
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L’ultimo saggio di Roberto Finelli è dedicato alla
ricostruzione della trama teorica ed emotiva che alimenta il percorso
intellettuale e politico del giovane Marx, dalla tesi di laurea
fino ai saggi pubblicati sugli «Annali franco-tedeschi».
Esaminando un itinerario che risulta dal peculiare intreccio tra
le istanze della filosofia dello Spirito di Hegel, l’esigenza
giovane-hegeliana di mondanizzare la filosofia per realizzare
la libertà, e le sollecitazioni provenienti dalla lettura
umanistica dell’Assoluto e dalla critica feuerbachiana della
filosofia speculativa, il libro narra le avventure fenomenologiche
di uno studente brillante, che muove da una profonda valorizzazione
dell’idealismo hegeliano ma, per esigenze immediate di lotta
politica, è indotto a negare il proprio esordio filosofico.
Esplorare il travagliato rapporto, di identificazione
prima e di rimozione poi, che lega il rivoluzionario di Treviri
alla filosofia di Hegel significa anche rivisitare un luogo teorico
intorno al quale si sono consumate ben due crisi del marxismo
italiano: la prima, agli inizi del Novecento, quando il pensiero
di Marx, nella versione interpretativa fornitane da Antonio Labriola,
è stato riassorbito nell’egemonia neoidealistica;
la seconda, a cavallo tra gli anni ’70 e ’80, quando
il pensiero di Marx, anziché essere liberato dall’inquadramento
nel materialismo dialettico, è stato nuovamente irrigidito
secondo un duplice stereotipo. Alcuni lo hanno confinato nella
moderna metafisica del soggetto sfociante nel nichilismo, da cui
soltanto un ritorno alla filosofia dell’Essere o l’avvento
postmoderno dell’homo linguisticus ci potrebbero salvare;
altri lo hanno relegato in una filosofia premoderna che secolarizza
l’escatologia cristiana, affidando al meccanismo della contraddizione
l’impossibile revoca storica dell’alienazione conseguente
alla specializzazione dei lavori, dei saperi e dei poteri.
E’ dunque a partire dal luogo di
una duplice crisi che l’autore del saggio riavvia un confronto
con Marx, un confronto che si vuole libero tanto da semplificazioni
caricaturali quanto da ritualità apologetiche. La prospettiva
non è quella di una restitutio ad integrum, di un ritorno
all’intero pensiero di Marx quale sorgente pura e cristallina,
successivamente inquinata e corrotta dai suoi seguaci; l’intento
è piuttosto quello di ricercare, nello svolgimento contraddittorio
e nelle diverse fasi dello stesso pensiero marxiano, la fonte
di differenti declinazioni del marxismo, nonché quello
di sondare il deficit che ha minato la capacità della tradizione
comunista di coniugare cultura della solidarietà e cultura
dell’individuazione. Nel riflettere, perciò, sui
problemi e sui modi attraverso cui il giovane Marx elabora le
sue fonti di ispirazione teorica, questo libro interroga indirettamente
anche il nostro presente storico, facendo luce sulle fragilità
teoriche e sulle lacune politico-antropologiche del marxismo italiano
e suggerendo gli ambiti problematici a partire dai quali ricostruire
una più avvertita teoria critica della società,
della soggettività e della politica.
In Italia, infatti, l’originalità e l’autonomia
del pensiero marxiano non sono state argomentate con riferimento
alla matura critica dell’economia politica e alla rielaborazione
del rapporto con Hegel che essa comporta, ma sono state rivendicate
sulla base della valorizzazione della filosofia della prassi,
della concezione materialistica della storia e della critica giovanile
alle astrazioni speculative della logica e della teoria politica
del filosofo di Stoccarda. Lo storicismo marxista ha coltivato
fondamentalmente l’immagine di un Marx che, ereditato il
concetto hegeliano di contraddizione, rovescia lo speculativismo
dell’Idea e attinge la concretezza materialistica del divenire
storico, traducendo il primato feuerbachiano della sensibilità
nella priorità della prassi lavorativa. Il marxismo dellavolpiano
ha diffuso l’immagine di un giovane Marx che, accogliendo
da Feuerbach una lettura dell’idealismo assoluto in chiave
di epifania teologica, compie rapidamente il parricidio nei confronti
di Hegel per accedere alla fondazione di una scienza empirica
della politica e della società moderna, che estende il
metodo sperimentale galileiano dalla natura alla storia. L’operaismo
ha costruito un’immagine attivistica di Marx per rivendicare
la potenza antagonistica e l’immediata politicità
dello spirito operaio, ha reciso il legame con la dialettica hegeliana
per collegare la materialità antideologica della prassi
con la cultura della crisi e con la scienza post-galileiana del
principio di indeterminazione.
Finelli evade questa tradizione, compiendo
tre mosse teoriche:
1)decostruisce l’immagine di un Marx
materialista che, tramite la mediazione della filosofia feuerbachiana,
realizza il passaggio da una teoria del divenire confinata nel
piano astratto dell’idea ad una teoria della storia fondata
sulla concretezza dell’agire, dei bisogni e delle relazioni
umane;
2)propone un’originale interpretazione
del rapporto tra Hegel e Marx, incentrandolo su una teoria dello
svolgimento circolare della soggettività e della verità,
e perciò su una concezione antindividualistica e antiempiristica
della realtà e della scienza;
3)instaura un confronto tra l’antropologia relazionale di
Hegel, fondata sul principio del divenire se stessi attraverso
la mediazione con l’alterità, e l’antropologia
simbiotica e fusionale di Feuerbach, fondata sulla presupposizione
dell’immediata coincidenza del singolo con il genere umano,
un confronto che sovverte il luogo comune della cultura liberale
ed empirista, secondo cui le implicazioni organicistiche e palingenetiche
del pensiero marxiano sarebbero da imputare all’eccessiva
dipendenza dal dialettismo hegeliano.
Per la ricerca di un principio sintetico
non riducibile ai segmenti di realtà che esso informa,
Marx - afferma scandalosamente Finelli - non è mai stato
materialista e ciò che lo differenzia da altri filosofi
dell’idealità, e che distingue le fasi del suo stesso
pensiero, attiene ai diversi modi di identificare il principio
di produzione e di integrazione della modernità. L’ipotesi
fondamentale del libro è che il tentativo marxiano di uccidere
il padre spirituale e di conquistare autonomia teorica attraverso
la lettura teologica dell’idealismo hegeliano e la traduzione
dello Spirito assoluto nel principio feuerbachiano del genere
umano fallisca e che, fino alla stesura dei Grundrisse e del Capitale,
Marx rimanga iscritto in una prospettiva idealistica strutturalmente
subalterna a quella hegeliana. La rimozione troppo affrettata
e poco meditata della filosofia dello Spirito e l’apertura
all’influenza di Feuerbach, infatti, lungi dal risolvere
gli esiti problematici della logica e della filosofia etico-politica
di Hegel, fanno regredire l’orizzonte teorico marxiano tanto
sul piano logico-ontologico quanto sul piano politico-antropologico,
tanto sotto il profilo della ricerca di un principio di universalizzazione
più ampio di quello hegeliano, quanto sotto il profilo
del problema moderno di mediare individualità e universalità,
soggettività ed eticità. Soltanto nella maturità,
quando rielaborerà lo spessore teorico del proprio iniziale
hegelismo, Marx riuscirà ad evadere da una metafisica del
soggetto che, nonostante il preteso materialismo, rinvia ad un
umanesimo spiritualistico.
L’argomentazione di tale ipotesi
si svolge attraverso quattro passaggi teorici:
a)la ricostruzione dei lineamenti del robusto
hegelismo che sorregge la tesi di laurea di Marx;
b)la ricognizione dei principali concetti della filosofia hegeliana
alla luce di una lettura antropologica, anziché metafisica,
dello Spirito;
c)lo smascheramento del materialismo ingannevole di Feuerbach,
che veicola un umanesimo divinizzato e un comunitarismo organicistico
privo di conflitti;
d)l’analisi del contraddittorio tentativo marxiano di individuare
un soggetto, che tenga insieme l’impianto antropologico
feuerbachiano e l’esigenza hegeliana dello svolgimento immanente
del principio nel risultato.
Il primo capitolo è dedicato essenzialmente
al commento del testo, Differenza fra la filosofia della natura
di Democrito e quella di Epicuro, che segna l’esordio filosofico
di Marx. Finelli mostra che i principali filosofemi della tesi
di laurea - la distinzione tra determinazione formale e determinazione
materiale, lo scarto tra apparenza oggettiva e parvenza soggettiva,
la concezione della forma quale principio immanente di autodeterminazione
del contenuto, che obbliga il determinato a sottrarsi alla sua
pretesa coincidenza con sé e a svolgersi secondo il riferimento
all’altro da sé - testimoniano la profonda adesione
di Marx alla concezione dell’Idea quale principio non individuale
e non empirico capace di organizzare realtà. Pur cogliendo
l’eccessivo sbilanciamento contemplativo della filosofia
dello Spirito, privata di una dimensione pratica che non può
non essere presente in un principio di totalità, Marx,
a differenza dei Giovani hegeliani, coglie le difficoltà
di un concetto di critica che, confinando l’universale nello
spazio della coscienza individuale, ripropone una teoria della
conoscenza come atto di riflessione esteriore e, anziché
sanare le scissioni del tempo moderno e universalizzare a tutti
il principio della libertà, conferma la tradizionale separazione
tra intellettuali e popolo. Egli è perciò alla ricerca
di un universale reale, inclusivo di una dimensione pratica, che
sia al contempo esito di un processo sovrapersonale.
Nel secondo capitolo Finelli rifiuta la
lettura teologica della filosofia hegeliana, per proporre un’originale
interpretazione del Geist che non è processo di emanazione
o di creazione della natura attraverso la caduta dell’Idea
fuori di sé, bensì processo di maturazione di una
soggettività, capace di mediarsi con l’altro e di
fare ritorno a se stessa senza perdersi nell’infinita serie
di alterazioni che non si curvano nella sintesi e nella padronanza
di sé. In questa prospettiva, la dialettica non è
sinonimo di distruzione spiritualistica della natura o del finito,
ma è processo attraverso il quale un soggetto che pretende
di coincidere ottusamente con sé, rimuovendo la relazione
costitutiva con l’alterità, è obbligato ad
abbandonare configurazioni parziali, dogmatiche e inadeguate.
Motore del processo di individuazione è la negazione determinata
che si acuisce nella contraddizione, cioè nel riconoscimento
che la negazione dell’altro è negazione di sé
e perciò l’esistenza del finito non è semplice,
come pretende la rappresentazione empirica e naturalistica, bensì
duplice, fondata sulla compresenza interiore di due opposti. L’astrazione
intellettuale, che realizza la falsa mediazione basata sull’alternanza
o giustapposizione di opposti, non è un mero principio
logico, ma è una modalità pratica di rappresentazione
della soggettività e di organizzazione della comunità,
ed è principio ideologico che, dislocando all’esterno
l’universale e costringendolo in un particolare trasfigurato,
mette in atto un processo di rimozione, proiezione e spostamento
della relazione.
La debolezza della filosofia hegeliana
- rileva Finelli - non risiede nel cominciamento, nella presupposizione
di unità organica che condiziona l’intero svolgimento,
nella posizione di un inizio assoluto che anticipa la pienezza
della fine, perché il punto di partenza del processo dialettico
è al contrario una situazione di immediatezza povera di
determinazioni; la principale difficoltà della filosofia
hegeliana risiede piuttosto nell’esito finale, il sapere
assoluto, che viene traguardato sovrapponendo alla valenza pratico-dinamica
della negazione determinata la valenza logico-linguistica della
negazione assoluta. L’eccesso idealistico della filosofia
hegeliana non dipende da una concezione neoplatonica dell’Idea,
come ha argomentato ad esempio Lucio Colletti, bensì da
un’estremizzazione teoreticistica della soggettività,
conchiusa nel circolo dell’autoriflessività, nell’identità
di un rispecchiamento che toglie la differenza. La concezione
dello Spirito come autocoscienza perfetta e trasparente di sé,
oltre a sconfessare l’esigenza di un principio pratico di
universalizzazione della libertà e di unificazione della
comunità che non produca scissioni all’interno della
soggettività, imponendo il dominio della componente razionale
su quella empirico-sensibile della personalità, rende aporetica
la teoria circolare di una verità e di una soggettività
che non sono presupposte ma poste attraverso la mediazione con
l’alterità.
Nel quarto capitolo si individua il motivo
costante della filosofia di Feuerbach, al di là della distinzione
tra la fase razionalista e la fase sensista, nella rivendicazione
dell’Essere, dell’Umanità Generica, quale fonte
originariamente ricca di senso, principio di immediata coincidenza
di individuale e universale. Finelli sottolinea la distanza tra
la prospettiva sintetica e multiversa della filosofia hegeliana
e l’impostazione analitica e monistica della filosofia feuerbachiana
che, disconoscendo l’esigenza dello svolgimento circolare
del presupposto iniziale, ripropone un principio immediato e originariamente
pieno. Il nucleo del metodo critico di Feuerbach, il rovesciamento
del soggetto nel predicato, è un modulo teoretico che,
configurando nessi emanazionistici sul piano ontologico e nessi
analitici sul piano logico, comporta un secco impoverimento dei
concetti hegeliani. La dialettica, privata della valenza ontologica
di costruzione di realtà e di soggettività, diventa
meramente dialogica, riducendosi ad un ambito espositivo e dimostrativo
di verità possedute; la negazione non è scarto e
distanza da sé ma è solo negazione dell’altro,
secondo un nesso esteriore ed esclusivo di unità e molteplicità;
l’astrazione perde il suo significato pratico per riassumere
una configurazione e una genesi individuale e mentale; l’alienazione
non è la possibilità che l’essere per altro
non sia medium per il ritorno al sé, non è l’esito
probabile della socializzazione che si svolge nell’ambito
del sistema moderno dei bisogni, non è risultato di un
processo di esteriorizzazione che richiede al singolo di uniformarsi
a misure universali riconoscibili ma non garantisce la conservazione
e la riproduzione della soggettività, ma è cesura
prodotta dall’errore individualistico del singolo che si
separa arbitrariamente dal suo contenitore universale.
Nel terzo e nel quinto capitolo Finelli
esamina i risultati contraddittori del primo sistema teorico marxiano,
mostrando come l’assunzione del soggetto feuerbachiano del
genere umano e l’utilizzo dello schema dell’inversione
del soggetto e del predicato per criticare la logica e la filosofia
politica di Hegel, precludano strutturalmente la soluzione degli
esiti problematici del Sapere assoluto e persino la comprensione
dei reali limiti della sistemazione hegeliana del rapporto tra
società civile e società politica.
Pur elaborando un’originale della
teoria dello Stato, come forma che dissimula l’interesse
privato attraverso l’involucro dell’interesse pubblico
e rimuove le disuguaglianze e le asimmetrie della vita civile,
Marx propone paradossalmente una teoria della società e
della soggettività assai meno materialistica di quella
hegeliana. Mentre per Hegel, infatti, la società civile
è istituita sulla compresenza di due piani, quello dell’individualità
e quello dell’universalità, per il giovane Marx la
società civile è istituita soltanto sul principio
dell’individualità atomistica mentre l’universale
vive in una dimensione meramente immaginaria, dislocato nella
sfera della società politica. Sia il popolo, il soggetto
che specifica il genere e sorregge la prima valorizzazione della
democrazia, sia il proletariato, il soggetto capace di procurare
un’emancipazione umana più ampia dell’emancipazione
politica, rinviano ad una teoria spiritualistica, in base alla
quale ogni singolo uomo, costitutivamente libero in quanto ente
comunitario e partecipe, al di là della sua natura fisico-corporea,
della natura universale della comunità, si nega come ente
di natura confinato nei bisogni e negli interessi riproduttivi,
per produrre ambiti universali attraverso i quali il genere si
autoriflette e prende possesso di sé. Tale metafisica del
soggetto permane nel paradigma della filosofia della prassi lavorativa
e nella concezione materialistica della storia, incentrata sull’uomo
produttore, destinato, in forza della pienezza originaria della
sua essenza comunitaria, a riappropriarsi quelle capacità
di dominio incontrastato della natura che sono alienate dalle
divisioni interne al genere. Soltanto nell’ambito degli
studi di critica dell’economia politica, rielaborando il
proprio rapporto, a lungo rimosso con Hegel, Marx comprenderà
come l’astratto sia principio pratico, non solo logico e
ideologico, di organizzazione della realtà e riuscirà
a fondare una scienza della società moderna che realizza
l’esigenza, posta ma non soddisfatta dalla filosofia dello
Spirito assoluto, di attingere un universale a dominanza pratico-sintetica,
anziché a dominanza logico-analitica, capace di sostenere
lo svolgimento circolare del «presupposto-posto».
La cultura italiana che ha voluto
richiamarsi al pensiero di Marx non si è sostanzialmente
interrogata sulla sostanziale incompatibilità tra il soggetto
impersonale attinto dal Capitale e il soggetto spiritualistico
cui rinviano la filosofia della prassi e la concezione materialistica
della storia, tra un modello non empirico e non soggettivo di
scienza e un sapere che si richiama a principi autoevidenti immediatamente
constatabili, tra un’impostazione sintetica capace di mediare
e di stringere in unità molteplici piani di realtà
e un’impostazione analitica che deduce ogni momento della
storia e ogni aspetto della vita individuale e collettiva dalla
divisione del lavoro, tra un modulo teorico che individua un principio
produttivo di beni materiali, di rapporti sociali e di rappresentazioni
ideologiche e un modulo teorico che riconduce l’intera realtà
all’elaborazione umana del naturale tramite il lavoro. Ed
è probabilmente questa una delle ragioni per cui il ceto
politico e intellettuale di formazione marxista ha potuto sbarazzarsi
facilmente della critica marxiana dell’economia politica
e riconvertirsi a concezioni positiviste e mercantili dell’essere
sociale e a visioni contrattualiste o tecnico-amministrative della
politica.