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Mariateresa Fumagalli - Beonio Brocchieri,
Il Pensiero politico medievale, Laterza, Bari 2001
L'uomo tra cielo e terra. Caduto per sua colpa da una realtà
perfetta, l'essere umano deve fronteggiare una realtà caduca.
Ed è proprio la gestione di questa situazione immersa nel continuo
contrasto che costituisce il problema fondamentale del pensiero politico
fin dal primo medioevo. L'autrice del presente testo, Maria Teresa Fumagalli
Brocchieri, riserva il compito di aprire l'esposizione del suo saggio
proprio al filosofo che dedicò buona parte della sua speculazione
all'analisi di tale stato: S.Agostino. Dal De Civitate Dei sono infatti
tratti i passi in cui la tensione tipica della condizione terrena viene
profondamente analizzata.
Tutto prese le mosse, secondo il filosofo di Ippona, dalla originaria
ribellione di alcuni angeli a Dio: da questo "strappo" nacquero
due nature diverse ed altrettante città, entrambe buone per natura
ma delle quali una malvagia per scelta. Da quel momento le due dimensioni
intrapresero il loro "viaggio" parallelo, che avrà
il suo epilogo quando una, l'eterna, proseguirà per sempre nel
suo cammino di luce. Dice S.Agostino: "Due amori hanno quindi costituito
le due città: l'amore di sé, spinto sino al disprezzo
di Dio ha costituito la città terrena, l'amore di Dio spinto
fino al disprezzo di sé, la città celeste. La prima trova
la gloria in se stessa, questa nel Signore, la prima cerca la gloria
in mezzo agli uomini, la seconda cerca la gloria di Dio, testimone della
coscienza" (pag. 7). Questa visione dualistica fisserà un
punto di riferimento costante per tutto lo svolgersi della riflessione
politica medievale.
A partire dai Papi Leone I, da cui nasce la figura del pontefice "erede
indegno" ma pur sempre erede del tesoro di Pietro, e Gelasio I,
che manterrà netta la distinzione tra temporale e spirituale
proprio in virtù di un'incolmabile distanza tra le due nature,
il celeste ed il terreno rappresenteranno le categorie a partire dalle
quali inevitabilmente si snoderà l'analisi sociologica e politica.
Compiendo un salto temporale fino al VII secolo, troviamo Carlo Magno
incoronato imperatore da Papa Leone III che, terminato il rito, gli
si inginocchierà di fronte: le distinzioni trovano riscontri
diversi nella dimensione terrena. A ridosso del XII secolo l'elaborazione
prende vita dall'intreccio tra scienza giuridica e politica, prendendo
a modello il Corpus Iuris Civilis , nella consapevolezza che la legge
romana rappresenti, secondo una definizione dell'epoca, "la legge
generale di tutti".
In questo senso la scuola di Bologna diede luce ad alcuni tra i più
grandi pensatori dell'epoca, come Graziano, al quale si deve la raccolta
più imponente di norme canoniche, e Rufino. Per entrambi il primo
problema sarà sottolineare la distinzione ontologica , oltre
che contingente, dei due poteri: lo spirituale legittima il temporale,
il primo dà senso al secondo.
Ma una nuova concezione, non più subordinazionista, pervase tutto
il XIII secolo: la monumentale opera di S.Tommaso partì da una
concezione finalistica dell'ordine ontologico, e indicò nel bene
la meta ultima dell'ordine naturale, allo scopo di partecipare di quello
eterno. Ma per ciò raggiungere, l'essere umano deve, anzi gli
è connaturale, costituirsi in società. La genesi della
società vista in funzione della caduta, tipica della riflessione
agostiniana, è ora giustificata dalla natura: l'uomo è
l'animale politico di aristotelica memoria e risulta spontanea la sua
inclinazione a costituire una società che regoli la vita dei
suoi simili. Così come la natura tende al bene, così la
legge degli uomini deve approssimarsi il più possibile a quella
divina. Come gli ambiti temporale e spirituale saranno ordinati allo
stesso fine e non in contrapposizione, così il fine del cittadino
sarà subordinato a Dio.
Ma un altro aspetto del confronto tra i due poteri è destinato
a prendere il sopravvento: quello della povertà. Con l'avvento
di S.Francesco e della sua regola si aprì nella Chiesa un conflitto
di vastissime proporzioni e secolari conseguenze. Sancisce tale rottura
la fuga di Guglielmo d'Ockham da Avignone e dall'autorità papale
di Giovanni XXII, definita addirittura eretica.
"All'origine della fuga di Ockham" spiega la Brocchieri "vi
è la convinzione di dover difendere con qualunque mezzo (e qualsiasi
prezzo) l'ideale della povertà assoluta contro gli attacchi di
quello che , ai suoi occhi, appare ormai uno pseudo Papa" (pag.
150). Tali affermazioni derivano dall'analisi del pensiero del pontefice
relativo alla povertà francescana (sviluppata soprattutto nell'opera
del 1332, l'Opus Nonaginta Dierum). Giovanni XXII infatti contestò
la tesi secondo cui l'Ordine dei Frati minori avrebbe avuto solo l'uso
di fatto dei beni posseduti, ribattendo che l'Ordine stesso non sarebbe
persona reale ma fittizia, immaginaria et rapraesentata e come tale
senza diritto all'uso di fatto. A questo proposito Ockham rileva come
l'uso lecito non sottintenda la proprietà della cosa ma solo
il permesso di usarla da parte del proprietario: dietro a tale convinzione
sta la sicurezza che la tesi del pontefice sia in assoluto contrasto
con i precetti evangelici e l'insegnamento di Cristo.
Ma la rivendicazione di una Chiesa povera sarà seguita da una
reazione legata più propriamente all'ambito politico: le istituzioni
non cristiane saranno gerarchicamente poste alla pari con quelle cristiane
in virtù dei passi della Bibbia relativi alla dignità
del popolo di Dio e dei pagani. Da qui l'importanza del consenso del
popolo nell'eleggere l'autorità civile.
Queste le tesi di John Wyclif, per il quale, inoltre, i governanti hanno
il diritto di delegittimare addirittura il pontefice che non rispetti
i dettami di Cristo e non viva, secondo il Vangelo, in povertà.
Ecco le parole di Wyclif: " Innanzitutto, intendo illustrare due
verità di cui mi servirò come principi fondamentali del
mio discorso: la prima, che nessun uomo che sia in uno stato di peccato
mortale ha diritto a ricevere qualcosa in dono da Dio; la seconda ,
che chi si trova in uno stato di grazia non solo ha quel diritto, ma
è di fatto signore di tutti i beni divini" (De civili dominio,
I, 1 ).
"Nonostante le loro differenze, d'altra parte" chiarisce la
Brocchieri " sia il dominio evangelico che quello civile sono autentici
solo se chi li esercita si trova in una condizione di innocenza, poiché
l'unica garanzia per l'esercizio di una signoria legittima è
data dall'approvazione (beneplacitum ) divina" (pag. 182).
Affermare l'esistenza di uno stretto nesso fra dominio umano e grazia
divina è diretta conseguenza di una riflessione che decreta tutto
ciò che gli uomini possiedono come bene dato loro in prestito
da Dio, il quale li incarica di amministrarlo a patto che ne facciano
un buon uso, ossia se ne avvalgano per servirlo.
Evidente il riflesso sulla dimensione spirituale del clero, relegato
a veicolo della grazia divina e , seppur rispettabile per la sua carica,
non certo giustificato a poter considerarsi in una posizione privilegiata
davanti al Signore.
Dopo aver sperato inutilmente in un ruolo determinante da parte del
re Edoardo III, visto in un primo momento come un novello Davide, Wyclif
decise di indirizzare le sue forze a sostegno di un gruppo di poveri
preti che con il loro insegnamento preparassero l'avvento di una nuova
era.
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