"Quaestio. Annali di storia
della metafisica" vol. 1: "Heidegger e i medievali" a cura
di C. Esposito e P. Porro. Brepols, Turnhout 2001.
Il primo volume della rivista "Quaestio.
Annuario di storia della metafisica" si presenta subito come esemplificativo
degli intenti che essa in generale si propone. Come scritto nella pagina
di apertura, si tratta "di un nuovo progetto editoriale internazionale
dedicato alla ricostruzione della storia di alcuni dei più importanti
e influenti concetti e temi della tradizione filosofica...", in
cui però "... un'attenzione particolare ... è rivolta
anche al modo in cui i filosofi contemporanei si rapportano all'eredità
greca o medievale". L'ampiezza di orizzonti e scopi che l'impresa,
diretta da Esposito e Porro, si propone è sostenuta da un Comitato
Scientifico di primissimo livello (Armogathe, Beierwaltes, Berti, Emery,
Hinske, Imbach, Marion, Reale per citare solo alcuni nomi) ed i risultati
sono già sinora apprezzabili. Si raccolgono infatti in questo
primo numero gli atti di un importante convegno tenutosi a Cassino tra
il 10 e il 13 Maggio del 2000, in cui esperti di livello internazionale
hanno discusso il tema della relazione tra Heidegger e il pensiero medievale.
Tale indagine costituisce allora, secondo i due piani su cui "Quaestio"
vuole operare e che si sono menzionati in apertura, sicuramente un fondamentale
contributo per ciò che riguarda l'approfondimento della conoscenza
del filosofo tedesco, venendo a riempire, o quantomeno iniziando a colmare,
un vuoto che, con l'intensificarsi della ricerca heideggeriana, cominciava
a farsi sentire in maniera pressante. Al pensiero filosofico e teologico
medievale sono infatti dedicati in larga misura gli sforzi del giovanissimo
Heidegger e non è esagerato dire che parte del respiro metafisico
e dell'ampiezza di orizzonti della maturità risentano di questi
studi originari. Il volume presenta un interesse però anche per
ciò che riguarda la storia della metafisica in generale perchè,
come ormai è ampiamente riconosciuto, la conoscenza delle teorizzazioni
medievali risulta imprescindibile per comprendere la modernità,
che in diverse maniere vi è comunque legata; tale legame si fa
poi ancora più interessante se considerato a partire dal punto
di vista di colui che molte descrizioni contemporanee definiscono proprio
come soglia di passaggio a quella che, con termine vago ma significativo,
viene definita invece "post-modernità".
Dopo gli interventi di saluto di Pecere, rettore dell'Università
di Cassino, e di Riedl, presidente della "Martin-Heidegger-Gesellschaft",
la sezione dedicata al giovane Heidegger inizia con l'articolo di Casper,
che tratta della svolta che nel giovane studente di teologia si registra,
da un pensiero indirizzato in maniera pre-critica alla ricerca di un
solido e dogmatico fondamento filosofico per le verità trasmesse
dalla teologia rivelata, al tentativo di ricercare l'autenticità
del vissuto religioso in una forma che si allontani da ogni idolatrismo,
anche quelli filosofici. L'attenzione heideggeriana alla mistica, soprattutto
in contrapposizione ad un sistema di teologia razionale è evidenziata
anche da Poggi, che ricostruisce anche l'ambiente di studi della medievistica
tedesca tra la fine dell'800 e i primi del '900. E sempre relativamente
al distacco di Heidegger dalla neoscolastica, Volpi si rivolge peculiarmente
alle opere di Brentano e Braig, dalla cui lettura il giovane pensatore
avrebbe tratto spunti decisivi per l'abbandono di un metodo ormai ritenuto
inefficace a rispondere alla questione dell'essere e della sua equivocità.
Nella seconda sezione si trova anzitutto il testo di Narbonne, in cui
si sostiene l'irriducibilità del neoplatonismo alla categoria
heideggeriana di ontoteologia, e dunque la possibilità - persa
da Heidegger in una lettura che Narbonne definisce in sostanza superficiale
e banalizzante - offerta da questa tradizione di raggiungere un vero
pensiero della differenza. Ruggenini poi analizza la progressiva presa
di distanza di Heidegger dalla comprensione tomista della verità,
secondo una linea che, se nelle prime fasi del pensatore tedesco lo
portava a condividere la teoria per cui l'intelletto (e dunque in generale
l'uomo) è il luogo precipuo del vero, successivamente mette in
contrapposizione sempre più la "veritas", vista come
oggetivazione, alla "alétheia", ossia ad una teoria
del disvelamento. Von Herrmann sottolinea invece il ruolo di Agostino,
e particolarmente della descrizione del tempo nel libro XI delle "Confessioni",
su Heidegger, il quale apprezza la messa in luce della dipendenza del
tempo dall'anima (rispetto ad esempio, alla teoria di Aristotele), ma
critica al contempo il restare eccessivamente legato del Vescovo d'Ippona
ad una comprensione ontica.
Relativamente poi al problema della "Filosofia cristiana"
l'intervento di Mazzarella descrive la necessità per la filosofia
e la teologia di essere pensieri della finitezza e dunque di doversi
fondare sulla fede nella persona di Gesù Cristo piuttosto che
su proposizioni razionali, e mette inoltre in discussione gli esiti
dell'ultimo Heidegger, soprattutto in riferimento ai "Beiträge
zur Philosophie" e al tema dell' "ultimo dio". Fabris
invece, descrivendo la somiglianza delle categorie ermeneutiche ai concetti
della rivelazione cristiana e dunque sostenendo addirittura il carattere
necessariamente cristiano dell'ermeneutica filosofica, sostiene che
molti aspetti del pensiero heideggeriano sarebbero appaiabili a nozioni
teologiche. Speer poi si rivolge al tema della sapienza, e alle sue
descrizioni in Heidegger e nei medievali, quale esempio della natura
ancipite della filosofia, che è combattuta tra la sua propria
realizzazione come scienza perfetta e il suo continuo tendere a questo
ideale irragiungibile; Speer vede in questa dinamica l'esemplificazione
della struttura propria dell'uomo quale descritta in parte anche da
Heidegger, di cui però sottolinea poi la radicale differenza
con il Cristianesimo nella comprensione della morte. Grossmann infine
si occupa dell'interesse del primo Heidegger per Lutero e ne mostra
la distanza dalle opposte interpretazioni, dominanti all'inizio del
ventesimo secolo, di Troeltsch e Hoss; l'esempio di Lutero sarebbe in
Heidegger anzitutto paradigmatico della ermeneutica della fatticità,
per poi invece essere considerato più tardi solo un elemento
della storia decadente della metafisica occidentale.
Nella parte dedicata ai rapporti heideggeriani con Tommaso e Scoto,
Courtine e Coriando discutono, rispettivamente rifiutandola e accettandola,
l'adeguatezza della categoria di ontoteologia per il pensiero di Tommaso,
mentre Todisco analizza il ruolo che il pensiero scotista, e particolarmente
una comprensione neutralizzata dell'ente, avrebbe avuto secondo Heidegger
nei confronti dello sviluppo della filosofia moderna. Ancora dedicato
all'ontoteologia è invece l'intervento di Boulnois (collocato
però nell'ultima sezione), che descrive la complessità
e irriducibilità ad una categoria unica del quadro degli autori
medievali, prendendo spunto dall'analisi di ciò che essi, secondo
posizioni diverse che oscillano tra una preminenza assoluta assegnata
all'ente in quanto tale o a Dio, consideravano come l'oggetto precipuo
della metafisica. Caputo infine, rivolgendosi allo scritto di abilitazione
sulla "Grammatica speculativa", ne descrive gli elementi che
già mostrano un'iniziale presa di distanza dalla metafisica e
costituiscono quindi i prodromi della successiva analisi esitenziale.
Proseguendo, Vitiello, nella sezione intitolata "Metafisica, teologia,
mistica", individua nella nozione eckhartiana di "Abgeschiedenheit"
una vicinanza con la heideggeriana "Gelassenheit", così
come nel vissuto della paura una esperienza limite descritta in modo
simile da entrambi gli autori, accomunati soprattutto nella tendenza
fondamentale rivolta al superamento del pensiero rappresentativo. Sempre
ad Eckhart è dedicato anche l'intervento di Strummiello, che
cerca di rinvenire un parallelo tra la distinzione operata dal mistico
renano tra Dio e divinità e il tentativo heideggeriano di distanziarsi
dal pensiero ontoteologico: vi sarebbero comunque anche radicali differenze
tra i due, date soprattutto dall'orizzonte neoplatonico - e dunque orientato
in certo modo sempre ad un fondamento - , in cui si muove Eckhart. Pellecchia
invece sottolinea quella che sarebbe stata una lettura falsa di Heidegger
dell'argomento anselmiano del Proslogion, in cui verrebbe accentuato
l'aspetto relativo all'"ens realissimum" piuttosto che quello,
descritto qui come molto più fondamentale, di negazione delle
possibilità di definire positivamente Dio. Beck infine "legge
con Heidegger una poesia di Rilke" in quello che definisce un "commentario
fittizio."
Esposito poi, in un'ultima sezione dedicata più in generale al
" Medioevo e la 'storia della metafisica' ", rivolge la sua
attenzione alla lettura heideggeriana di Suarez, orientata da una parte
alla descrizione del ruolo fondamentale giocato da questo autore, nonostante
il suo essere ancora pienamente all'interno di un orizzonte cristiano,
nel raggiungimento di una comprensione moderna di metafisica come scienza
autonoma e sganciata dal riferimento alla teologia naturale; dall'altra
alla critica della comprensione della nozione di "esitenza"
del pensatore spagnolo. Il volume infine si chiude con l'intervento
di Porro, che sottolinea come, seppure le tesi heideggeriane relative
al medioevo (secondo le quali tale periodo avrebbe mantenuto sostanzialmente
la comprensione antica dell'essere, apportandovi solo una cristianizzazione
della visione del mondo e una latinizzazione del vocabolario) abbiano
avuto poca influenza sullo sviluppo della medievistica, tuttavia esse
abbiano contributo in maniera decisiva a far sì che molti studiosi,
sulla scorta dell'idea della filosofia come esperienza di pensiero,
si siano interrogati e si interroghino sul senso del pensiero medievale
in generale.
Il volume poi, oltre a contenere una vasta bibliografia sul tema in
questione curata da Caputo ed Esposito, si chiude con una sezione di
Varia. Note Cronache Recensioni.
Come risulta evidente da questa panoramica necessariamente breve, l'opera
è molto ricca, e se un giudizio dettagliato dei singoli articoli
risulta chiaramente impossibile, si può però tranquillamente
sostenere che la lettura dell'intero possa risultare di grande interesse
sia agli studiosi di filosofia medievale, sia agli esperti del pensiero
heideggeriano, sia infine a tutti coloro che, praticando la filosofia,
non possono esimersi dall'interrogarsi su momenti decisivi della sua
storia. L'attesa per il secondo volume della rivista allora, che sarà
dedicato alla causalità, non può che essere grande.