L'UNIVERSITÀ: LUOGO DI RESISTENZA CRITICA
J. Derrida - P.A. Rovatti, L'università senza
condizione, Raffaello Cortina Editore, Milano 2002.
Senza dubbio una università senza
condizione - qual è quella delineata da Derrida nel testo di
una lezione tenuta in tante parti del mondo e ripresa criticamente da
Rovatti - una università che si vede riconosciuta, oltre alla
tradizionale libertà accademica, una libertà incondizionata
di interrogazione e di proposizione, una libertà incondizionata
di ricerca, e soprattutto di ricerca della verità, in Italia
oggi non esiste.
Non esiste anzitutto perché l'attuale governo, sin dall'inizio,
anziché aumentare gli incentivi, indispensabili per mettere in
atto la riforma varata in precedenza, ha tagliato tutti i fondi all'università.
L'ha fatto - occorre dirlo - in un modo drastico e violento al punto
da far pensare a un attacco deliberato contro il luogo pubblico - forse
l'ultimo? - di "resistenza critica". Prima ancora di poter
parlare di libertà incondizionata si è costretti a parlare
di diritto allo studio. Perciò Rovatti mette un titolo eloquente
al suo contributo: A condizione - che vuol dire rilanciare come compito
l'università senza condizione a condizione che le effettive condizioni
lo permettano. Si calcola - ma è solo un esempio - che dal prossimo
ottobre le tasse aumenteranno del venti per cento. L'università
va avanti grazie alla volontà degli studenti e dei docenti e
all'arte tutta italiana di arrangiarsi improvvisando. Ma quest'arte
funziona per poco e il peggio deve ancora venire.
Così è vero che paradossalmente, proprio nel momento in
cui di più sarebbero serviti per far fronte alle nuove esigenze
avanzate dalla riforma, i fondi non ci sono stati, anzi sono venuti
meno. Ma i limiti gravi, anzi gravissimi, della riforma universitaria
varata dal centro-sinistra non possono essere ricondotti - come vorrebbero
alcuni - solo alla mancanza di fondi. Non è così. Questi
limiti li avvertiamo da molti mesi, da quasi un anno. E il libro di
Derrida e di Rovatti ci aiuta a riflettere con quella distanza che in
casi del genere è indispensabile. È vero che l'idea di
"università" concepita dalla riforma non ha avuto i
mezzi per essere realizzata. E perciò si deve parlare di riforma
a costo zero. Ma qual è questa idea, anzi questo fantasma di
università?
La "nuova" università, accompagnata alla sua nascita
da parole altisonanti come "adeguamento europeo" e "modernizzazione",
è l'università-azienda che anzitutto produce, produce
per il mercato del lavoro. La produttività diventa il criterio
per eccellenza, il criterio dell'eccellenza. Lo studio deve servire
a qualcosa. Altrimenti - e questo è il punto - perché
studiare? Se ben fatto lo studio deve servire a una pratica (non dico
prassi che è sempre connessa con teoria), deve avere uno sbocco,
meglio se è uno "sbocco professionale". L'università,
nuova "fabbrica dei saperi", si adatta, anzi si piega, a questo
fine esterno ed esteriore. Il che potrà forse tornare utile per
alcuni saperi, quelli tecnici o tecnico-scientifici, e dunque per quei
dipartimenti che concentrano gli investimenti di capitali ritenuti produttivi
nel mondo accademico.
Ma che ne è delle Humanities, degli studi umanistici di cui parla
Derrida? La risposta sarebbe una domanda piena di meraviglia: gli studi
umanistici? E soprattutto la filosofia? Quest'ozio inconcludente che
non porta a nulla, cioè che non produce nulla? La modernizzazione
sembra poggiare allora su fantasmi vecchi, ma non per questo meno pericolosi,
riesumati per l'occasione. Primo fra tutti quello del positivismo scientista
che si è conservato purtroppo in tante parti della sinistra italiana.
È questa, nonostante i molteplici interessi che stanno invadendo
l'università, la "filosofia" di cui è imbevuta
la riforma. Si tratta di una "filosofia" solo tra virgolette
perché, a ben guardare, nasconde un atteggiamento a-filosofico
quando non scopertamente anti-filosofico. Se pretende di servire ancora
a qualcosa, la filosofia deve farsi scienza o, meglio, deve imitare
la scienza. Non deve saper domandare, deve saper rispondere; non deve
indicare i problemi, deve risolverli. Tutto questo a molte, troppe condizioni,
e soprattutto in vista di un fine condizionato. Lo stesso vale ovviamente
per tutti gli studi umanistici. A che pro studiare ad esempio antropologia
e perché ancora il lusso del sanscrito? Ma più in generale
vale ovunque ci sia ancora l'istanza di una riflessione critica che
è incondizionata - come già ricordava Kant - perché
è orientata verso un fine incondizionato.
La riflessione deve venir meno, la critica assottigliarsi sempre di
più per dare spazio a un sapere impartito, impartibile e dunque
tollerabile. La "fabbrica dei saperi" accetta al proprio interno
- e solo in vista del fuori - il sapere che attraverso moduli e crediti
(per usare i neologismi che sembrano tratti da un gergo bancario) si
lascia quantificare, smontare, ricostruire, che si lascia insomma controllare.
Il controllo arriva all'assurdo. Ogni studente deve seguire un curriculum.
Deve, cioè è costretto. Un "curriculum" vuol
dire un percorso già tracciato, un binario da cui non può
uscire - fino alla laurea, breve o specialistica. Nonostante tutte le
garanzie, elargite all'inizio con troppo leggerezza, non resta alcun
margine di libertà, alla fin fine di scelta. Di nuovo, non si
distingue o non si vuole distinguere. Per alcune discipline il curriculum,
assunto con molta flessibilità, potrebbe perfino rivelarsi opportuno;
per altre discipline si decreta la morte. Perché mai uno studente
di Filosofia - che a suo rischio ha scelto una "autovalorizzazione"
appartenente a un'altra economia - dovrebbe essere costretto a non scegliere?
Per esempio a dover incassare venti crediti in Filosofia della scienza
se intende laurearsi in Filosofia teoretica? Perché mai dovrebbe
avere ragione chi ha pensato per lei o per lui il curriculum? E soprattutto:
non si invade una scelta che sarebbe già a sua volta il risultato
di una riflessione e autoriflessione? Non si nega così fin dall'inizio
ogni istanza di riflessione critica, non si nega la filosofia stessa?
Non è un caso che, dopo lo spaesamento del primo anno di riforma,
nel tentativo di orientarsi nel labirinto di curricula, ovvero binari
didattici, di moduli, ovvero programmi, di crediti, ovvero quanti punti
valgono 100 pagine di questo libro, tra le voci critiche che si sono
levate ci sono quelle dei filosofi. Penso allo scritto di Rovatti. Ma
penso anche all'occupazione della Facoltà di Filosofia della
"Sapienza" di Roma in cui gli studenti sono riusciti ad aprire
nuovi e importanti spazi di dibattito sulla riforma. Non si è
trattato di una semplice, banale protesta. Sulla base della loro esperienza,
ma anche di uno studio approfondito di tutto quello che riguarda la
riforma, gli studenti hanno cercato di delineare nuove prospettive interrogandosi
sull'idea stessa di università. Non lo hanno fatto per nulla
da "nostalgici". O forse sì, da nostalgici. Ma la nostalgia
è rivolta al futuro, a un altro futuro della filosofia e a un
altro futuro dell'università - le due cose sono connesse.
La prima speranza per il futuro è che l'università non
diventi l'azienda produttiva che la riforma vuole. Se lo diventasse,
scomparirebbe l'università. La seconda è speranza e insieme
promessa: di una università che non c'è, che non c'è
ancora, e che talvolta si è spinti a credere non ci sarà
mai. La terza è speranza, promessa e professione di fede (di
un professore che assume su di sé le proprie responsabilità):
dichiarazione pubblica, performativa, di impegno senza limiti per l'università,
per gli studi umanistici di domani, per la filosofia, per la riflessione
critica. Perciò: appello alla resistenza.
Questa resistenza incondizionata potrebbe opporre l'università
ai poteri politici, economici, mediatici, ideologici, religiosi, a tutti
i poteri che limitano la democrazia a venire - ma senza risparmiare
neppure il concetto di "democrazia". L'università senza
condizione si fonda allora sul diritto incondizionato di dire tutto
- sia pure solo per sperimentare - di dire tutto pubblicamente, di pubblicarlo.
Ed è, diversamente da ogni istituto di ricerca finalizzato a
qualcosa, incondizionata, senza condizione perché, eterogenea
al potere, e quindi priva di potere, è una "cittadella esposta"
che esangue può finire per arrendersi senza condizioni.
Si intravede allora un cortocircuito tra università e globalizzazione.
All'interno del processo di "mondializzazione" per dirla con
Derrida - che deve essere allo stesso tempo anche una "umanizzazione"
- il diritto assolutamente incondizionato di domandare deve trovare
il proprio luogo nell'università, e nella fattispecie nei dipartimenti
di Studi umanistici e soprattutto di Filosofia. Questo luogo però,
Derrida lo dice con chiarezza, non è un dentro, come lo era nel
passato. L'insegnamento, lo studio, la ricerca devono trovare nell'università
il proprio luogo incondizionato "non per rinchiudersi lì,
ma, al contrario, per trovare l'accesso migliore a un nuovo spazio pubblico
trasformato da nuove tecniche di comunicazione, di informazione, di
archiviazione e produzione del sapere".
L'università ha il privilegio di essere tra il dentro e il fuori,
e cioè al limite. Su questo limite, su questo confine, deve negoziare
e organizzare la sua resistenza. Oggi più che mai. "Perché
- come scrive Rovatti - oggi il luogo del pensiero è questo non
luogo, quest'enclave tra dentro e fuori che ha a che fare con la mondializzazione
del mondo". Perciò deve essere luogo di resistenza, di dissidenza,
di disobbedienza civile se fosse necessario. Perciò l'università
ha luogo, cerca il suo luogo, ovunque l'incondizionatezza possa annunciarsi.