Kafka è ampiamente presente nel libro di Alfonso Iacono Autonomia,
potere, minorità. Ricordiamoci allora di un racconto notissimo:
un uomo davanti alla porta della legge è spaventato dal terribile
e minaccioso guardiano che sembra non lo voglia lasciar passare. Aspetta
davanti alla porta della legge e supplica il guardiano di lasciarlo
passare; ma intanto passano solo gli anni, invecchia, e rimane sempre
davanti alla porta aspettando di passsare. Arriva il suo ultimo giorno,
la sua ultima ora, il suo ultimo minuto; prima di morire il guardiano
gli dice che la porta era lì soltanto per lui e che ora verrà
chiusa per sempre. Un piccolo racconto enigmatico. Ma l'enigma muta
a seconda del punto di vista da cui ci si mette. Tutti cerchiamo di
immaginare che cosa pensa l'uomo che attende davanti alla porta. Ma
che cosa pensa il guardiano? Che cosa pensa dell'ostinata "minorità"
in cui si trova l'uomo? Il guardiano ha davanti a sé la più
impenetrabile delle sfingi. Ora, il libro di Iacono presuppone che,
almeno una volta, chi legge si sia messo nei panni del Guardiano,
per "guardare con altri occhi" lo strano spettacolo dell'umanità
che è schiava mentre potrebbe essere libera.
Nel libro si cerca di interpretare la fenomenologia della "minorità",
della quale Kant pensava che, con l'illuminismo, l'uomo si fosse finalmente
liberato, e che invece, ostinata, persiste nonostante tutto. È
proprio in questo "nonostante tutto" che si trova il punto
di partenza del libro. Nonostante le istituzioni democratiche prospettino
la possibilità della libertà, osserva Iacono, comunque
l'uomo permane nella sua tana e sceglie la "minorità".
La porta è lì, eppure
Il problema è se esiste
veramente questa libertà (dei moderni). Forse, non c'è;
o forse è la volontà di rimanere nella "minorità".
La "minorità" è una conseguenza di nuove forme
di "repressione"? Ma che cosa significa "repressione",
se in fondo l'uomo è libero? È il punto della questione,
il mistero della sfinge. La distinzione tra "processi di liberazione"
e "pratiche di libertà" e poi tra "stati di
dominio" e "relazioni di potere" proposta da Foucault,
può aiutare, secondo Iacono, a gettare una luce nel mistero.
Un processo di liberazione può condurre al suo contrario, allo
stato di dominio, irrigidendosi nella sacralizzazione delle conquiste
ottenute: a scomparire sono le "pratiche di libertà"
che l'avevano animato. Le "pratiche di libertà" costituiscono
la realtà della libertà, che è altra cosa dalla
sua astratta possibilità. L'illusione della libertà
si esprime nell'illusione della meta raggiunta. Il libro riconosce
e tematizza un senso di stanchezza delle democrazie occidentali: è
la caduta del futuro. Il futuro sembra uscire, secono Iacono, dal
profondo del progetto dell'Occidente. La "filosofia della storia"
che, più o meno consapevolmente, aveva guidato l'uomo occidentale
lentamente muta segno: "l'idea che il futuro rivelato, prognosticato
o previsto possa dotare di senso una storia costruita sul tempo lineare,
rendendola così sopportabile, sembra oggi perdere di significato".
Il raggiungimento di un "futuro diverso e migliore del presente"
si è rivelato illusorio. Il tempo lineare, però, deve
trovare un senso; il senso si rinviene adesso nella "coincidenza
delle condizioni future con le condizioni presenti"; la conseguenza
è la "trasformazione del tempo progressivo in tempo stazionario".
Insomma, in modo molto chiaro si tratteggia nel libro la crisi del
progetto che, semplificando, si può definire progressista o
illuminista e che, con una visione più profonda, è il
progetto stesso dell'uomo occidentale. Nelle strutture profonde della
cultura e della filosofia occidentali il meccanismo si è inceppato.