In questo volume, diviso in tre
saggi, Raffaele Bruno esamina, attraverso l'analisi della filosofia
he-geliana e crociana, il problema della "Storia". Nel primo
saggio, intitolato Esperienza verità storia, l'A. afferma che
in Hegel la storia è "il luogo stesso in cui innanzitutto
sorgono domande, si pongo-no e risolvono problemi" (p.9), e non
l'ambito delle successioni di eventi né lo spazio di determina-zione
assoluta dell'accaduto e dell'accadere. La storia è il luogo
problematico per eccellenza, il luo-go del giudizio, della riflessione,
dell'agire, del domandare e del rispondere. Si instaura così
nel processo dialettico hegeliano un continuo rapporto tra una domanda,
in cui la verità è presupposta, ed una risposta, che
è il differenziarsi della domanda stessa, in cui la verità
è posta. Si stabilisce il "circolo vero" fra domanda
(principio di possibilità) e risposta (condizione attuata)
che sottende al processo della Fenomenologia dello Spirito in cui
la verità dell'esperienza si configura come "ri-velazione
del profondo".
Il luogo proprio della riflessione è il giudizio che si definisce
come circolo della mediazione in cui il negativo si riflette in se
stesso oltrepassando le determinazioni fisse, instaurandosi una relazione
necessaria fra le cose. Il giudizio separa, decide, conosce sulla
base di una totalità indeterminata a cui si rivolge. Questo
circolo determina l'impossibilità che la risposta raggiunta
sia definitiva, ma sempre oggetto di una successiva mediazione. Il
circolo domanda-risposta non è che "l'effettuarsi storico
dell'esperienza", la "costante apertura di orizzonte di
senso" (p. 14). Questa forza espansiva verso una continua riflessione
viene messa in relazione dall'A. con la categoria crociana del "vita-le":
l'irrequietezza dello Spirito su cui si basa la concretezza del divenire
storico, fondamento di ogni vita spirituale, che è, come il
giudizio hegeliano, incondizionata in quanto condizione di sé.
La storia è infatti l'assoluto fondamento incondizionato di
sé; quindi anche la stessa esigenza di com-prenderla nei vari
momenti del domandare, giudicare, conoscere è interna all'orizzonte
di senso che è la storia stessa, "circolo che fa circolo
con se stesso" (p. 19). La storia è il luogo dialogico
per ec-cellenza in cui non vi è stasi ma solo un "ricominciare
da capo".
E' proprio l'orrore di decadere nella risposta definitiva a caratterizzare
le riflessioni di molti pensa-tori successivi ad Hegel: Feuerbach,
Kierkegaard, Heidegger fino ad arrivare al "problematicismo"
di Ugo Spirito. L'A. si volge ora all'analisi del problema nella riflessione
nietzschiana in cui la sto-ria è colta nella sua irrealtà.
Nietzsche afferma che non si può pervenire alla comprensione
assoluta della storia, perché la "totalità delle
determinazioni", su cui si basa il processo hegeliano, è
una ipo-statizzazione della molteplicità. Questa impossibilità
umana si fonda sull'incapacità del linguaggio di avere quel
carattere veritativo che Hegel afferma: il linguaggio logico non coglie
le individualità reali. Ma l'A. obietta che questa incapacità
attribuita da Nietzsche al linguaggio dissolve la stessa teoria che
la enuncia.
Il bisogno del senso della storia nasce proprio da quel nichilismo
- e l'A. oltre a Nietzsche si riferi-sce anche a Weber e Wittgenstein
- in cui viene negata la possibilità di una comprensione storica
vista la contingenza dell'accadere dei fatti. "Se la storia è
l'evento originario di tutto ciò che è stori-co allora
la sua verità è tutta racchiusa in se stessa e si diffonde
nel suo cammino" (pp. 42-43). La storia si dà in questo
intreccio tra riflessioni e connessioni, tra domande e risposte, tra
fatti e deter-minazioni; essa è, dice l'A., questa contraddizione
irrisolta, "luogo intemporale, insieme profondo e superficiale,
del dire e contra-dire, del domandare e del rispondere sempre e di
nuovo" (p. 48).
Nel secondo saggio, Rivelazione redenzione storia. Sul detto di Croce:
"L'uomo vive nella verità", l'A. analizza il problema
della storia partendo dal detto crociano presente nel volume Storiografia
e idealità morale. In esso Croce afferma che non vi è
nulla che sia esterno all'orizzonte della storia. La verità
vive nella storia e noi viviamo nella storia, quindi la verità
è il luogo della nostra più pro-pria costituzione. L'A.
determina così un rapporto fra verità e storia in cui
esse mantengono in que-sta inseparabilità la loro differenza.
La verità "è la differenza distinta dall'altra,
la sua articolazione interna, e la storia è il differire dell'altra
- il suo accadere effettuale, la sua effettualità" (p.
52). Da qui parte una riflessione che mette a confronto la storia
del mondo hegeliana, definita da Croce uto-pica e universale, e la
storia non utopica crociana. Nella prima la contraddizione logica
assorbe tutti i gradi precedenti nell'identità assoluta del
risultato in cui si costituisce un orizzonte della totalità
compiuta. Il soggetto è autoproduzione riflessiva di sé,
è sapere assoluto che dalla sua presenza rea-lizza il tempo
storico. La storia è in tal senso un Universale che pone e
pensa la storia deducendola a priori. Nella concezione crociana della
storia, invece, si costituisce un nesso indissolubile fra ve-rità
e storia, fra verità ed ethos (azione), in cui la contraddizione
immanente ad ogni forma rende possibile che la storia non si chiuda
nella positività assoluta con cui si conclude l'idea di storia
he-geliana. Nella storia non utopica crociana l'attività del
giudizio storico è la determinazione non di un orizzonte della
totalità compresa, ma di un "lembo" di orizzonte
in cui verità ed azione si intrec-ciano senza che si anticipi
nessuna comprensione storica. Il giudizio storico crociano comprende
il passato e prepara il futuro, l'azione senza determinare in modo
assoluto la storia.
La differenza fra Croce ed Hegel è chiara. La dialettica hegeliana
redime il mondo dal male, non è redenzione del male. La vita
passata per Hegel è nostalgia, tristezza della memoria, non
è più reale. La storia passata è "consegnata
al tempo: alla morte, al maluum mundi" (p. 86). In Hegel la verità
conosce il negativo (il male, il sensibile) come strumento per la
sua rivelazione. Al contrario per Croce l'universale tensione fra
verità ed ethos non deve essere risolta, ma permanere nella
struttura stessa della logica della contraddizione immanente. Tutto
si deve fondere nell'"orizzonte inquieto del suo in-finito prodursi"
(p. 88).
Il terzo saggio, Croce e Hegel. Potenza e impotenza del concetto,
inizia richiamando la critica di Croce all'unità hegeliana
di filosofia e storia in cui libertà e necessità coincidono.
Croce oppone alla visione hegeliana una contrapposizione fra il libero
svolgersi della storia nella sua manifestazione di novità e
la necessità logica delle forme che rendono intelligibile la
storia, che sono permanenti e stabili di fronte alla ricchezza diveniente
del reale. In Croce "alla libertà del movimento cor-risponde
la necessità della connessione concettuale che la spiega"
(p. 90). In tal senso la critica di Croce ad Hegel è simile
a quella di Dilthey. All'affermazione del primato del "soggetto",
del con-cetto riflesso, si contrappone il primato della sostanza,
ossia delle condizioni che muovono l'accadimento storico. Anche in
Croce come in Dilthey (vds. Critica della ragione storica) il fluire
del tempo presuppone la totalità immutabile delle forme: lo
"spazio del tempo".
Nella storia hegeliana l'accadere contingente dei fatti e l'autocomprendersi
dello Spirito sono due strati compresenti e mediati. In Croce, invece,
sfera concettuale di comprensione storica e libero ac-cadere degli
eventi sono posti sullo stesso piano ma non si compenetrano e mediano
come avviene in Hegel. Ma l'A. si chiede se realmente ci sia in Croce
questa distinzione fra libertà e necessità vi-sto che
il giudizio storico pensa l'accadimento nella sua necessità,
dandogli esistenza.
La logica dei distinti crociana tende ad affermare il primato del
reale, "la positività del positivo" (p. 119), in
quanto essa tende ad assimilare il negativo. In tal senso essa opera
la "redenzione" del ne-gativo, "dell'errore, del brutto
come del male [
] cioè di tutta la Vita" (p. 121).
La Vita, nella sua positività determinata dal circolo eterno
delle forme assolute, è mantenuta nel movimento, ma ne-cessitata
ad essere ciò che è. La "logica positiva"
di Croce mostra la necessità della storia, quindi prima il
filosofo napoletano tende a distinguere libertà da necessità,
poi le congiunge ponendole a "far circolo nel circolo eterno
delle Forme eterne" (p. 122). Ma il primato della sostanza sul
sog-getto (il concetto riflesso) costringe la filosofia crociana,
secondo l'A, a ripetere "sempre le stesse cose. Sempre stesse
Forme - in circolo o in altro modo" (ibid.)