Remo Bodei, Il dottor Freud e
i nervi dell'anima. Filosofia e società a un secolo dalla nascita
della psicoanalisi. Conversazioni con Cecilia Albarella, Donzelli,
Roma 2001.
Il libro, edito da Donzelli nella collana
Saggine, riporta la breve ma densa intervista a Remo Bodei, professore
ordinario di Storia della filosofia all'Università di Pisa, realizzata
dall'analista Cecilia Albarella, membro ordinario della Società
psicoanalitica italiana. L'intervista affronta temi quali: l'attualità
della psicoanalisi, il suo "statuto gnoseologico", ed i rapporti
di questa disciplina con la filosofia. Il motivo di fondo cha anima
il testo è, come dice nell'introduzione C.A, lo stato di disagio
in cui si trova attualmente la disciplina dell'inconscio. Oggi, infatti,
a cento anni dalla sua nascita, la psicologia è attaccata e denigrata
da più parti e da vari livelli della società, con un astio
che ricorda quello che accompagnò i suoi esordi. Attacchi, che
"concernono questioni di fondo e globali che riguardano l'inefficacia
terapeutica, una confutazione degli assunti teorici, che non sarebbero
in grado di offrire contributi significativi alla conoscenza dell'uomo,
ed in fine dubbi sull'onestà scientifica di Freud" (p. 7).
Ed è proprio questa richiesta di onestà scientifica il
problema: quale idea di scienza è il termine di paragone? Nel
momento in cui il criterio di verità e di validità di
qualunque cosa viene ricercato e valutato con gli occhi delle scienze
"oggettive" si perdono, in una scivolata neo-positivistica,
il senso della psicoanalisi come "scienza" storica ed ermeneutica
ed i suoi rapporti con la filosofia. Perdite che si possono recuperare,
secondo Bodei, riportando la psicoanalisi nel suo ruolo, difficile ma
produttivo, di "ponte tra ermeneutica e scienza".
Nel primo capitolo, intitolato Psicoanalisi e società, le considerazioni
dell'A. prendono le mosse dalle riflessioni sui rapporti tra psiche
individuale e psiche collettiva, svolte da Freud nel periodo tra il
1919 e il 1929, considerazioni che culminano nello scritto Il disagio
della civiltà (edito in Italia da Boringhieri). Freud individuava
il disagio psichico del singolo in un disagio più originario
intrinseco alla società stessa in cui gli uomini nascono e vivono.
Disagio che si sviluppa nella tensione tra l'essere naturale dell'uomo
(pulsioni, desideri, etc.) e la strategia sociale del suo essere comunitario.
Strategia strutturale alla sua sopravvivenza ed al suo imporsi come
specie. Questo disagio, anche se originario, si manifesta ed è
delineabile solo attraverso forme storiche determinate, per cui, se
l'origine è sempre la stessa, le sue manifestazioni sono sempre
storicamente nuove e storicamente determinabili. Lo stesso vale per
le patologie psichiche individuali. La cultura (Kultur) porta con sé
un disagio psichico per gli individui, che consiste in una forte riduzione
della libido soggettiva che viene deviata e sublimata per, e attraverso,
la produzione materiale della civilizzazione (Zivilisation). Freud,
come evidenzia Cecilia Albarella, unisce così la storia del pensiero
alla produzione materiale (la tecnica) in un binomio, strutturale e
necessario, che si contrappone ai desideri delle libido individuali
per far sì che possano convivere insieme.
Attualmente il disagio della civiltà si manifesta storicamente,
per Bodei, prima di tutto nel dislivello, generato dalla struttura delle
democrazie capitalistiche, tra promesse di realizzazione di sé
e risultati effettivamente raggiunti. Il problema non è tanto
la mancata realizzazione delle aspettative individuali, ma è
che queste grandi speranze naufragano spesso nella banalità più
che nella disperazione, sentimento questo che potrebbe invece essere
estremamente più utile per generare un atto risolutivo, di emancipazione,
rispetto a questa diffusa insoddisfazione. Banalità dovuta, continua
Bodei, dal dominio di una scarsa cultura, non tanto come quantità
di informazioni che anzi sono eccezionalmente abbondanti, ma quanto
a cultura di sé: "ci si interroga poco su noi stessi come
portatori di possibilità e malgrado l'immensa mole di informazioni,
si tende ad avere una percezione frammentaria e schematica del mondo"
(p. 42).
Oggi, secondo l'A., nel binomio Kultur/Zivilisation, la tecnica ha preso
il sopravvento sul pensiero. Questo dominio si impone, andando a far
leva sul sentimento che soggiace a ogni intimo desiderio umano: l'inadeguatezza
e l'insoddisfazione verso il desiderio di essere felici. La scienza
soddisfa, infatti, la gran parte dei nostri desideri e bisogni materiali,
con una spinta produttiva mai conosciuta prima dalla società
degli uomini. In questo orizzonte la tecnica si sostituisce, di fatto,
nelle democrazie moderne alle antiche strutture di senso (riti, religioni,
metafisica) ma nel suo essere rivolta al dominio e al soddisfacimento
materiale rivela una sostanziale inadeguatezza a questo scopo. Questa
insufficienza innesca una corsa spasmodica verso nuove mete tecnologiche
che a loro volta si rivelano costantemente inadeguate. In questo modo,
ci mettiamo alla mercé "di forze incontrollabili, perché
non dipendono da noi, che sembrano garantirci un certo grado di benessere
e felicità, proprio mentre ci snervano e ci debilitano in attese
sempre riproposte" (p. 43). In tutto ciò si finisce per
perdere l'ubi consistam a cui il pensiero, però, può costantemente
riportarci. Il pensiero inteso non semplicemente come ratio, ma come
quell'essere presenti a sé nel domandare, nell'interrogare la
visione di noi stessi, e di ciò che ci circonda.
La felicità e la morte (come estremo confine della sofferenza),
sono quindi gli ambiti in cui si immette e prolifera la civiltà
e il disagio che questa comporta. Oggi, per Bodei, "con il tramonto
di rituali a lungo collaudati nell'esprimere in pubblico le proprie
emozioni, ognuno finisce per gestirle, certo con minori costrizioni
esterne, secondo il criterio del "fai da te", in maniera sostanzialmente
dilettantesca. Per questo, spesso, fallisce nel suo intento di oggettivarle"
(p. 48). Nell'attuale società, il singolo, sostanzialmente chiuso
in se stesso, vive schiacciato nell'immanenza senza una prospettiva
forte di senso a cui relazionare la sua esistenza. L'irripetibilità
della vita, e di ogni singola occasione che in essa si presenta, sono
la giustificazione per mettere in cultura intensiva il presente, con
l'intento di cogliere il prima possibile, e il più possibile,
occasioni che non si ripeteranno mai più. La morte diviene, allora,
l'evento estraneo e incomprensibile, che sostanzialmente non ci appartiene,
che ruba le nostre possibilità, invece di dischiuderle. Si è
perso di mira, come dice C. A., che la vita è costruzione, lotta
per esprimersi, e che solo in questa lotta acquista il suo senso. Dice
l'A.: "lo svantaggio di tale atteggiamento consiste nel privare
l'esistenza del singolo di ogni tensione, di lasciarlo in uno stato
astenico, come se gli fossero stati recisi i nervi dell'anima. Tolto
lo slancio verso l'ulteriorità, verso il futuro, la vita interamente
immersa nel presente rischia di diventare opportunistica e predatoria.
La psicoanalisi, restituendo agli individui la profondità del
passato e la proiezione verso l'avvenire, costituisce un antidoto a
tale spossatezza psichica" (p. 66). Restituire la profondità
del passato e la proiezione verso l'avvenire significa sostanzialmente
comprendere, dispiegandolo, il presente. Significa ricomprendere il
senso della sofferenza come vissuto proprio del soggetto, come ciò
in cui e rispetto a cui la vita può avere, ed ha, in ogni vissuto
attuale di coscienza, un senso. L'assunzione della morte è assunzione
della finitezza, è porsi nell'aperto, è l'esser rivolti
al possibile.
L'A. mette in evidenza, quindi, come la psicoanalisi sia molto di più
di una terapia del dolore, o di una "semplice" cura di un
determinato sintomo. Non bisogna infatti dimenticare che "la psicoanalisi
si serve del dolore anche ai fini della conoscenza emancipatrice. [
]
Costringe ciascuno a frugare penosamente dentro se stesso con l'aiuto
esterno dello psicanalista, nell'attesa di essere tratti fuori dal gorgo
della malattia. Il prezzo da pagare è la riapertura delle ferite
non completamente cicatrizzate, la rinuncia ai vecchi meccanismi di
difesa [
]. Nel far soffrire essa riapre la strada alla soluzione
dei conflitti" (pp. 49-51). Il dolore è per la teoria psicanalitica
sia epifenomeno della malattia, sia il mezzo per giungere alla soluzione
dei conflitti psichici. Soluzione che è quindi ricomprensione,
pensiero. Allora è attraverso il pensiero che può avvenire
quella costante ricontrattazione del disagio che la civiltà ci
impone. Il pensiero è quindi non solo strumento di coercizione
della libido ma è, allo stesso tempo, anche mezzo di emancipazione.
Emancipazione che avviene nell'atto stesso di comprendere il proprio
vissuto.
Freud, secondo Bodei, volendo restituire all'individuo le proprie possibilità
attraverso l'autoassunzione della sua finitezza, si colloca all'interno
della tradizione illuminista (dove per illuminismo Bodei intende evidentemente
quello kantiano). Il vero illuminismo, dice l'A., non grida ingenuamente
"viva la ragione!" ma definisce il campo delle possibilità
di questa, limitandola, per poterle poi praticare fino in fondo. Freud
lega la soggettività a tre "padroni": il mondo esterno,
i propri istinti (l'Es), la società (Il Super-Io), portando l'alterità
in seno alla coscienza stessa. Lungi dal voler riproporre un dualismo
sostanziale all'interno della coscienza, l'intento di Freud è
quello di mettere a nudo i nervi dell'anima, i quali si rivelano costitutivamente
trasversali tra il biologico e lo storico-culturale. Il soggetto, quindi,
non è mai né storicamente né biologicamente determinato.
La padronanza di sé, allora, non può mai essere dominio
ma soltanto comprensione. Cade così, in Freud, l'idea dell'"Uomo",
finisce la possibilità stessa di una sua rappresentazione certa
e definitiva. Solo facendo i conti con i suoi tre "padroni"
la coscienza può recuperare il suo esser proprio ed attivarsi
nei confronti di questa appartenenza come ciò da cui si dirama
il nuovo. "Freud per primo ha scoperto il carattere dinamico dell'inconscio,
la resistenza opposta da determinati contenuti traumatici a oltrepassare
la soglia della consapevolezza, vale a dire i meccanismi mediante i
quali - per sopravvivere a determinati traumi - ci procuriamo l'ignoranza,
il non voler sapere" (p.83, corsivo mio).
La filosofia, per l'A., non si è ancora completamente confrontata
con questo concetto di inconscio tematizzato da Freud e dai suoi successori.
Ad esempio: la definizione freudiana del senso di colpa come qualcosa
che precede l'agire, che è indipendente da una nozione di bene
particolare, può aprire la strada al pensiero di una prassi della
responsabilità che è indipendente dal fare. Una morale,
quindi, dove tutti siamo responsabili perché tutti originariamente
"colpevoli". Dove però la colpa non è in rapporto
ad un bene assoluto o ad un peccato originale contro Dio ma è
l'inevitabile, intrinseco al nostro stesso stare in rapporto con altro
da noi, sia verso l'esterno che verso l'interno del sé. La redenzione
è allora l'essere consapevoli di questo nostro esser rimessi
e della nostra responsabilità verso ciò che è stato
e verso ciò che è possibile a partire da quel che già
ci appartiene.
Lo stato attuale di disconoscimento della fecondità degli aspetti
antropologici e culturali del pensiero freudiano sono causati, secondo
l'Autore, anche da alcuni sviluppi della psicoanalisi che hanno teso
a non considerare parte delle riflessioni fin qui riassunte. "Da
una parte, in molti casi, la psicoanalisi è diventata una (cara)
officina di riparazione dell'anima, tradendo così l'essenza stessa
del discorso e della metodologia freudiana" (p. 87). Da un'altra
parte ha teso a fare della teoria freudiana un organo dottrinale compiuto
alla stregua di una summa teologica. Bisognerebbe invece recuperare
quell'atteggiamento di onestà intellettuale, che lo stesso Freud
aveva, di continua ridiscussione dei principi della teoria, atteggiamento
che aveva alla base una profonda attenzione al vissuto individuale e
collettivo della società in cui la psicoanalisi ha la pretesa
di operare. Ripristinando, quindi, quel circolo interpretativo, che
genera la stessa teoria psicoanalitica, che dall'evento va al sé
individuale, da questo va alla società (intesa come insieme dei
legami interpersonali diretti e indiretti), per tornare all'evento riuscendo
a modificare il disagio psichico che questo denunciava. "Sia in
campo filosofico che in campo psicanalitico, bisognerebbe sempre avanzare
secondo un doppio movimento. Il primo parte dalle esperienze individuali
per giungere a concezioni di carattere più universale. Il secondo
è un movimento inverso, che fa fruttare le idee generali ripiantandole
sul terreno dell'individualità" (p. 91).
Molte esperienze della vita quotidiana, molte psicopatologie emerse
di recente, aspettano ancora che qualcuno ne fornisca spiegazioni plausibili.
Spiegazioni che guardino però con rinnovato "coraggio"
alla teoria dell'inconscio. Riuscendo a mantenere e a ripristinare quella
caratteristica gnoseologica della psicoanalisi, a cui abbiamo accennato,
che la rende ponte tra ermeneutica e scienza. Ma cosa significa che
la psicoanalisi è e può essere un ponte tra ermeneutica
e scienza? Freud, pur avendo un fine "scientifico", nella
sua attenzione alla tradizione umanistica, riusciva a condurre tematiche
specifiche della letteratura dal piano ermeneutico al piano scientifico
della terapia, tematizzandole, così, in una teoria finalisticamente
orientata (scienza). Mostrando, come ciò che sembra inspiegabile
alla scienza e appartenente al mondo del mito (il sogno e i lapsus)
riesca a trovare una spiegazione "scientifica" solo nella
comprensione ermeneutica, nel guardare. In questo movimento Freud riusciva
di fatto ad unire ermeneutica del vissuto con la necessità di
finalizzare la ricerca a fini terapeutici. Egli mostrava come il mondo
del quotidiano sia intrinseco alla riflessione "scientifica",
e come il determinato (oggetto della spiegazione) sia correlato al possibile
attraverso una conoscenza che comprenda invece di dominare. Capire (atteggiamento
dell'ermeneutica) e spiegare (atteggiamento della scienza) trovano così
nel pensiero freudiano una sostanziale unificazione.
Per la psicoanalisi porsi in questo orizzonte significa, in conclusione,
uscire dalla tendenza al determinismo psichico, intrinseca ad una visione
meramente biologica della teoria dell'inconscio, senza cadere né
nel relativismo scettico, né nello storicismo assolutizzante.
Superare il determinismo significa, più in generale, diventare
consapevoli "[
] del nostro essere necessitati, del fatto
cioè che la nostra anima è, appunto, come una barca a
vela, allora il nostro maneggiare il timone in una direzione o nell'altra
non potrà ignorare l'intensità e la direzione del vento"
(p. 103). Rendersi conto, quindi, che possiamo essere liberi pur muovendoci
in un insieme già dato di forze e che per farlo è necessario
prima di tutto corrispondere a quel già dato che ci appartiene.
Preso atto di ciò diviene allora possibile tracciare la rotta
verso gli obbiettivi propri di ogni singolarità puntando ad aumentare
quello che Spinoza definisce la "sua vis existendi, l'intensità
del suo potere di esistere e della gioia che l'accompagna" (p.
103). Come cento anni fa, la psicoanalisi è chiamata a dischiudere
all'individuo, psichicamente disagiato, questa possibilità, strappandolo
all'incantesimo di una perversione involontaria.