Il tema dell'alterità viene
descritto in questo studio come una chiave di lettura privilegiata
per accedere allo sviluppo della filosofia heideggeriana. Il giovane
autore si cimenta allora in una approfondita e dettagliata indagine
dei testi,soprattutto di quelli delle lezioni, la cui pubblicazione
piuttosto recente ma ormai pressochè completa, relativamente
al periodo qui preso in esame in modo particolare, ossia il decennio
´19-´29, permette uno studio fresco ma solidamente fondato
al contempo. Bancalari mostra allora nelle sue dense pagine come tali
testi rivelino la centralità di una questione che invece nelle
opere principali (soprattutto dunque in Sein und Zeit per i primi
anni, ma poi addirittura in quasi tutti gli interventi dopo la cosiddetta
Kehre), ottiene uno scarsissimo rilievo. I commentatori precedenti
allora, accuratamente citati dall'A., che si muove con maturità
ed esperienza nell'ambito della Heidegger-Forschung, si erano sostanzialmente
divisi in quelle che egli qualifica nell' "Introduzione"
quali due opzioni opposte, una che consiste nel sottolineare l'aspetto
mancante della trattazione heideggeriana, l'altra invece che tenta
di evidenziare come il superamento heideggeriano della monadicità
del soggetto trascendentale porrebbe le basi per una vera fondazione
di una filosofia sociale. L'A. tenta invece decisamente una nuova
via a partire da un filologicamente necessario passaggio dal "non
detto" al "detto" di Heidegger, procedimento tanto
importante e quasi scontato, quanto sinora (anche per la mancanza
dei testi) non praticato.
La domanda sull'alterità viene mostrata allora come una questione
dalla quale dipende direttamente la possibilità stessa della
Seinsfrage, e riguardante in senso più ampio la legittimità
stessa della fenomenologia quale metodo che si prefigge di portare
a datità ciò che è altro. Con ciò, sostiene
l'A., si mette alla prova "l'ontologia nella sua pretesa di essere
l'unico esito rigoroso della fenomenologia." (p. 10). Tale interpretazione
ha chiare risonanze levinassiane, che nel testo emergono raramente
ma con forza e in punti decisivi. L'avere però un'ottica specifica
non pregiudica assolutamente il rigore filologico del lavoro, tanto
che il lettore risulta al termine efficacemente persuaso della tesi,
tale è il supporto di testi presentato e il rigore analitico
con cui sono esaminati.
A partire quindi dai primi anni venti, in cui Heidegger si occupa
particolarmente del tema della vita, elaborando i concetti di Umwelt,
Mitwelt e Selbstwelt, si mette subito in luce come il problema di
una scienza della vita stessa, ossia del ruolo della filosofia, nella
sua diversità di atteggiamento rispetto alle altre scienze
(descrittivo, cioè e non teoretico), dipenda da una equivocità
ad essa intrinseca, da quello cioè che verrà definito
come un intreccio: esso sin dai Grundprobleme der Phänomenologie
(1919-´20) pare risiedere proprio nella presenza dell'alterità,
la quale rende difficile il raggiungimento dell'originarietà
del Selbst, al quale comunque fin da subito viene assegnata una preferenza
da parte di Heidegger. Si tratta allora del problema della negazione
intrinseca nella fatticità, ossia sempre già presente
in ogni fenomeno e con cui dunque deve fare i conti una scienza che
proprio da essi vuole partire (una "fenomenologia" appunto).
Dall'analisi delle lezioni degli anni successivi emergono allora il
ruolo del tempo e della storia come decisivi per impedire il Mitvollzug,
ossia la costituzione definitiva della vita intersoggettiva; in questi
testi si compie inoltre il passaggio (attraverso l'approfondimento
dei temi dell'avere e del cercare e l'uso dell'espressione Miteinandersein)
da Leben a Sein e dunque da Mitwelt a Mitsein quali determinazioni
più ampie e rigorose. E' però in Ontologie. Hermeneutik
der Faktizität (1923), che, oltre ad essere introdotto il concetto
di Vorhandenheit, emerge con forza di nuovo il ruolo occultante del
mit, fatto coincidere subito con il man.
Tale ruolo costituisce un punto chiave dell'interpretazione di Bancalari,
che infatti spende su di esso pagine di notevole profondità
teorica all'inizio del secondo capitolo, in cui intraprende una serrata
analisi del paragrafo 7 di Sein und Zeit e dunque della compresenza
di rivelazione e nascondimento nei fenomeni, dialogando con alcune
letture significative che di esso sono state date (tra cui quelle
di Courtine, Marion, Henry). Il lettore avvezzo alla fenomenologia
non potrà non restare affascinato da questi passi. Si tratta
infatti della possibilità di concepire l'eccedenza fenomenologica
(ben descritta anche in pagine successive dall'A. laddove egli tratta
della questione dell'orizzonte di apparizione dei fenomeni), di capire
cioè il perché dello strutturale occultamento dei fenomeni,
descritto qui come il problema di pensare un "non" che non
sia semplicemente una negazione reciprocamente opponentesi ad una
posizione, e in questa sempre riassorbibile dal pensiero logico (un
"non" dunque che non sia formale). Si potrebbe qui notare
come si tratti in certo modo dell'esigenza fatta valere dalla fenomenologia
realista (che sottolinea l'eccedenza del reale rispetto alla capacità
del soggetto di ridurlo a sé) e non a caso l'A. evidenzia la
dipendenza di Heidegger da Scheler, soprattutto per ciò che
concerne la concezione di un'empatia non mediata dalla soggettività
trascendentale e quindi non monadicamente chiusa in sé, ma
che ovviamente nel pensatore di Sein und Zeit viene radicalmente portata
su un piano diverso dall'assunzione del Dasein, con cui si espunge
la questione da ogni ambito gnoseologico in cui il realismo la tratteneva
ancora. Si può suggerire allora al lettore, quale linea di
approfondimento del testo di B., la considerazione della posizione
di Stein, che in scritti fenomenologici da rivalutare rispetto alla
fortuna avuta sinora (quelli dedicati al vissuto di empatia, alla
psicologia e alle scienze dello spirito e nell'Introduzione alla filosofia)
propone una visione del metodo husserliano al contempo né monadica
né ingenuamente realista, grazie proprio a quello che potrebbe
essere descritto, nei termini cui si è fatto riferimento, come
il mantenimento dell'intreccio. L'eccedenza va infatti pensata su
un altro livello, ossia sulla considerazione dell'altro non tanto
a partire dalla contingenza, riassorbibile sempre dal Sé, quanto
come origine della trascendentalità stessa, dunque al di là,
non al di qua di essa. Nella menzionata ottica levinassiana l'A. stesso
si indirizza comunque esplicitamente in questa linea.
Heidegger invece tende sempre più, e riprendiamo qui a seguire
il testo, a sciogliere l'intreccio nella ricerca dell'autenticità,
e anche dopo averlo chiaramente individuato come originantesi anzitutto
nel linguaggio e dunque nel mit, separa sempre più negazione
e alterità. Nella conferenza sul Begriff der Zeit (1924) emergono
allora per la prima volta, nell'analisi della temporalità,
i temi del passaggio da inautenticità ad autenticità
e del precorrimento della morte.
A partire dal 1925 si realizza quindi secondo l'A. una svolta, perché,
essendo gli anni in cui Heidegger si dedica all'elaborazione di Sein
und Zeit, tutto andrebbe metodologicamente concepito in riferimento
all'opus maius. Al Mitsein sarebbero inoltre dedicati per la prima
volta a partire da quella data dei paragrafi specifici. Nei Prolegomena
zur Geschichte des Zeitbegriffes (1925) Heidegger tenterebbe l'univocazione
dei molteplici significati espressi dall'alterità sotto la
nozione di Mitdasein, così come in precedenza aveva fatto con
Dasein rispetto a Mensch, ma tale operazione non riuscirebbe completamente
dato il carattere assieme ontologico e ontico (di verbo e di sostantivo)
dell'esserci, che verrebbe infatti così perduta in quello altrui.
Heidegger verrebbe allora a trovarsi in una scomoda somiglianza con
Husserl, per cui il Dasein perderebbe in certo modo solo apparentemente
i caratteri di soggettività trascendentale e si sarebbe in
presenza della "versione ontologica della riduzione husserliana"
(p. 206), del tentativo cioè di individuare sempre un ambito
puro e originario, anche se a partire dal presupposto dell'analisi
esistenziale. Proprio il man infatti risulterebbe il fenomeno capace
di comprendere il Dasein quale pura espressione d'essere, essendogli
negazione intrinseca così come lo era lo Schein rispetto al
Sein nella struttura del "non". All'analisi dell'autenticità
sono allora dedicate interessantissime pagine nel IV cap. in cui l'A.,
anche a partire dalla lettura condivisa da Marion, Franck e Courtine
dell'angoscia come riproposizione della riduzione trascendentale,
ancora una volta si serve del piano storico anche per occuparsi più
direttamente di teoria fenomenologica: qui purtroppo per ragioni di
spazio tali considerazioni non possono essere descritte accuratamente,
ma ad esse rimandiamo volentieri la curiosità del lettore.
L'A. analizza poi come il Dasein vada incontro a forme di reduplicazione
per rimanere fedele a se stesso, come quella già accennata
dell'angoscia o quella della voce della coscienza che lo pone di fronte
a sé per negarsi quale inautentico, reduplicazioni che richiamano
i problemi della molteplicità dell'io in Husserl. L'analisi
della morte allora conduce l'A. a prendere in considerazione il fenomeno
del Leib, di cui tra l'altro si è occupato in altri saggi,
e a dispiegarne pieghe filosofiche di rilievo, per giungere poi a
condividere l'impostazione levinassiana per cui la morte andrebbe
concepita molto più quale impossibilità delle possibilità
(dunque in senso estatico come rimando all'assolutamente altro) piuttosto
che quale possibilità dell'impossibilità (ossia come
tentativo supremo di assumere su di sé anche ciò che
massimamente non è in possesso del sé).
Nell'ultimo capitolo infine l'A. descrive come a partire dagli anni
'30 cali pressoché il silenzio sul Mitsein, fatto che fa presupporre
una sua connessione con la questione della Kehre. Significativamente
infatti, viene notato, l'assenza di considerazioni relativa al "con"
diviene definitiva allorché si tratta per Heidegger di affrontare
la cosiddetta metaontologia e dunque l'ambito ontico e fittizio (e
qui l'A. conduce interessanti analisi sul tema della nascita), che
con la compresenza dell'alterità si era visto sin dall'inizio
sempre già strettamente connesso, soprattutto rispetto ad un'ottica
definibile husserlianamente quale genetica. Si conclude allora con
l'osservazione che "Heidegger stabilisce che la differenza tra
esserci ed esserci, tutta interna al Da-sein, non debba fare problema
e non debba essere rilevante né, per dir così, verso
l'alto, in quanto cioè differenza ontologica, che si risolve
nella relazione tra l'esserci e l'essere, né verso il basso
in quanto luogo della tensione tra l'esserci e la vita." (p.
244).
Si può dire allora senza eccedere che il testo di Bancalari
costituisca una lettura imprescindibile per tutti coloro che hanno
a che fare con Heidegger, introducendo un'ottica interpretativa come
detto fondata in modo decisamente solido e al contempo sicuramente
nuova: se infatti una interpretazione centrata sull'alterità
in quanto tale non lo è, mancava però uno studio che
ne dimostrasse con rigore il ruolo decisamente interno all'architettura
heideggeriana stessa, facendo emergere la questione von den Sachen
selbst. Lo studio di Bancalari ha inoltre il pregio di indurre alla
riflessione il lettore, di dischiudergli orizzonti speculativi e di
accompagnarlo all'approfondimento delle tematiche trattate (come anche
qualche osservazione di questa recensione ha forse mostrato) e si
rivela quindi capace di offrire contributi di notevole interesse al
dibattito contemporaneo, che sulla fenomenologia, soprattutto nella
sua versione heideggeriana, è per larga parte fondato.