Il titolo di questa opera è anche un'immagine suggestiva e
di per sé ricca di mistero che, come avremo modo di vedere,
avvolse da subito "Il libro dei ventiquattro filosofi".
Tanti furono, secondo un autore a cui tutt'oggi non è possibile
dare identità certa, i pensatori che si riunirono in simposio
per argomentare intorno ad un tema che, analizzato in tutte le sue
implicazioni, possiamo affermare risulti centrale nel pensiero filosofico
occidentale fin dai suoi albori: cosa è Dio?
Nel prologo si dice infatti: "nel corso di un convegno di ventiquattro
filosofi un solo punto rimase loro in questione: che cosa è
Dio? Allora con decisione comune, si dettero un periodo di attesa,
e stabilirono il tempo di un nuovo incontro. Ciascuno avrebbe esposto
la propria idea di Dio in forma di definizione, e poi, di comune accordo,
avrebbero tratto dalle singole definizioni qualcosa di certo intorno
a Dio" (pag. 52, prologo).
Ma prima di inoltrarsi nel vivo delle "sentenze" il curatore
del volume, Paolo Lucentini, cerca di offrire un quadro delle indicazioni
teoretiche offerte dal testo e dalle quali parte la ricerca volta
a determinarne le origini.
La collocazione storica del Liber non è di facile individuazione
ma la struttura ed i contenuti svolti al suo interno lasciano intendere
che si collochi intorno alla seconda metà del XII secolo. L'uso
del metodo assiomatico, per esempio, lo pone in relazione con alcune
opere di quel periodo, ed in particolare con il commento di Gilberto
Porretano al De hebdomadibus di Boezio, che prende le mosse dalla
evidenza di alcune formulazioni enunciate in forma assiomatica per
svilupparne un'argomentazione.
Le ventiquattro definizioni tracciano così una sorta di percorso
della mente umana nel tentativo di tradurre in concetti una prima
intuizione del divino: un metodo che alterna una speculazione teologica
policentrica e insieme unitaria, che "(
) attraverso verità
manifeste e universali e la loro esplicazione in termini analitici
e discorsivi, conduce, in un cammino di slanci intuitivi e rigore
razionale, verso l'inconoscibile luce dell'unica e infinita natura
divina" (pag. 14).
Anche le linee dottrinali sono state individuate in maniera piuttosto
chiara: la "piattaforma" su cui poggia l'opera è
un neoplatonismo dai tratti marcati, dove trovano congiunzione l'emanatismo
di origine porretana dalle forti influenze tratte dalla teologia greca
di cui abbiamo già fatto menzione, ed un altrettanto chiaro
utilizzo della via remotionis , processo puramente mistico di avvicinamento
"per negazione" alla essenza divina, di cui il greco Dionigi
Aeropagita, conosciuto dal mondo latino attraverso la traduzione di
Giovanni Scoto Eriugena, fu uno dei principali fautori.
Ma, come abbiamo detto, tale analisi condotta sul versante teoretico
è orientata soprattutto all'individuazione dell'epoca in cui
venne steso il Liber: due sono le ipotesi che si contrappongono.
La prima vede Clemens Baeumaker, primo ad aver pubblicato il testo
nella sua forma integrale ed originaria nel 1913 e nel 1927, e Marie-Thérèse
d'Alverny (in un testo del 1949) volgere la propria analisi alla tradizione
platonica; la seconda abbracciata da Françoise Hudry, in uno
studio del 1992, collega l'opera al pensiero teologico di Aristotele
ed alla elaborazione alessandrina del III secolo. Due fasi del pensiero
occidentale riprese in periodi diversi del medioevo.
Il campo privilegiato per il discernimento dei principali dubbi è
costituito prevalentemente dalle prime due sentenze. La prima afferma:"Dio
è una monade e in sé riflette un solo fuoco d'amore".
L'elaborazione e l'analisi del concetto di monade, il principale ma
non l'unico presente in questo enunciato, è da ricercarsi nel
pensiero dei filosofi neoplatonici cristiani come il già più
volte citato Dionigi Aeropagita, mentre il ruolo predominante svolto
dalla scienza numerologica addirittura di remota origine neopitagorica,
che risulta evidente nella enunciazione di un movimento dalle tre
fasi, verrà sviluppato da Teodorico di Chartres nella prima
metà del XII secolo.
Sullo sviluppo trinitario (ma più precisamente, per il momento,
lo chiameremo ternario) della monade divina si apre un altro scenario
di un'ampiezza teoretica e storica che attraverserà il medioevo
e porterà le sue influenze su tutto il pensiero occidentale.
Una natura ternaria del divino viene, infatti, reiterata in numerose
sentenze e accompagna il concetto di unitarietà espresso dalla
monade: il mistero di un Dio indivisibile che si manifesta, come parola-mente-legame
(IV), principio processo fine (VII), potere-essere bontà (X),
potenza-sapienza-volontà (XII) unità verità bontà
(XV), colui dal quale, per il quale e nel quale sono tutte le cose
(XXII). Tre momenti estranei allo spazio ed al tempo e misticamente
tre persone per le quali non vi è nel modo più assoluto
distinzione di dignità.
Il nodo che lega sapienza greca di natura neoplatonica e aristotelica
alla tradizione cristiana della prima metà del XII secolo viene,
quindi, a stringersi fino a rendere difficoltoso il tentativo per
tenere separati i due versanti.
La concezione circolare della Trinità, ad esempio, concepita
come movimento d'amore che dal Padre va al Figlio e da questi viene
restituito al primo, sarà oggetto di lunga ed articolatissima
elaborazione da parte di grandi pensatori cristiani: Bonaventura da
Bagnoregio, Alberto Magno fino a S.Tommaso d'Aquino.
E' proprio il movimento misterioso di tre persone che sono esattamente
una monade, ad introdurci alla seconda sentenza: "Dio è
un sfera infinita, il cui centro è ovunque e la circonferenza
in nessun luogo". Qui Lucentini invita a procedere nell'analisi
da due differenti punti di vista: il concetto di infinito e il contenuto
teologico dell'immagine.
Il concetto portante di Sfera infinita va analizzato in senso spaziale
ma soprattutto gnoseologico perché, essendo "il centro
ovunque", è impossibile per il pensiero umano delimitare
ciò che lo trascende. Una metafora spaziale (la circonferenza
il cui centro è ovunque) per esprimere la sfuggevolezza dell'essere
supremo: paradosso del simbolo, che si serve di una metafora geometrica
per esprimere ciò che non è limitabile.
Ma tale simbolo vuole aprire le porte anche alla seconda chiave interpretativa,
quella teologica: "Sembra dunque" spiega Lucentini "che
nella sfera il centro esprima la fonte trascendente del flusso creatore,
e la circonferenza l'inesausta espansione creatrice: l'una e l'altra
inconoscibili all'anima, perché stabilite nell'eternità
che precede e fonda il numerabile trascorrere del tempo" (pag.33).
Il simbolo della sfera accompagna anche il commento alla sentenza
XIV, che propone, però, l'opposizione tra Dio e il nulla. Anche
qui è la potenza di tale simbolo a tentare di tradurre il mistero
dell'essere che vince sull'assenza di essere: la sfera contiene come
un prigioniero il nulla e chiama, per effusione d'amore, gli enti
all'essere.
Nell'immagine degli enti che costituiscono il limite della sfera e
si dispongono intorno al loro centro vi è tutta la forza esplicativa
del processo trinitario, fondamento, nella elaborazione teologica
del XII secolo, della vita e quindi dell'atto creativo perpetuo di
Dio.
"Se la profondità e la bellezza di una metafora risiedono
nella molteplice verità dei significati che da un'unica figura
si offrono allo spirito" dice Lucentini, "si comprende allora
l'inesausto fascino che l'immagine della sfera infinita ha esercitato
sull'intelligenza medievale e moderna.
L'unità trinitaria della monade, l'espansione dell'Uno nella
circonferenza infinita delle processioni eterne e delle processioni
creatrici, la trascendenza assoluta che sfugge alla conoscenza e si
nasconde nelle tenebre dell'anima: sono questi i motivi centrali del
Liber , come raccolti e dedotti intorno alle prime due sentenze"
(pag. 37).
A questo punto è possibile formulare una risposta all'interrogativo
di fondo che ha pervaso l'introduzione di Lucentini: quella sulle
origini.
il Liber è "Un prodotto singolare, ricco di inventiva
e di passione filosofica, composto poco dopo la metà del XII
secolo, un periodo così misterioso e sconcertante, che ha voluto,
alle soglie della riscoperta di Aristotele, indagare più a
fondo le risorse speculative del pensiero antico e impegnare la ragione
cristiana in un rinnovato confronto con la tradizione neoplatonica"
(pag. 46).