Immanuel Kant - Antropologia pragmatica.
tr. it. a cura di G. Vidari, riveduta da A. Guerra, Roma-Bari
1969.
di Fausto
Fraisopi
Il testo che qui presentiamo costituisce una
delle chiavi di lettura più difficili, interessanti e stimolanti
dell'intera opera kantiana, il cui interesse e la cui difficoltà
derivano sostanzialmente da un'identica matrice filosofica, quella della
stessaantropologia, del suo statuto ma soprattutto, della sua collocazione
funzionale e strutturale all'interno della filosofia critica. Infatti,
come risulta dalle lezioni di Logica, la domanda antropologica "che
cos'è l'uomo?" chiude - e soprattutto perfeziona in una
visione sinottica - le tre domande pertinenti agli ambiti della conoscenza,
dell'agire pratico, della teleologia in connessione con la fede razionale
o riflettente. "Il campo della filosofia", afferma Kant, "in
significato cosmopolitico si può ricondurre alle seguenti domande:
1) Che cosa posso sapere? 2) Che cosa devo fare? 3) Che cosa mi è
lecito sperare? 4)Che cosa è l'uomo?" (I. Kant, Logica,
tr. it. p.19). L'ordine delle domande non è nè gerarchico
nè, cosa aliena dal procedere kantiano, casuale, ma architettonico:
cosa ancora più eloquente è che il manifestarsi delle
questioni nella loro specifica trattazione risulta progressivo in quanto
rispecchia, quantomai precisamente, l'itinerario filosofico kantiano
e la cronologia delle opere che su quelle domande si cimentano, a cui,
in senso trascendentale, forniscono risposta ed a cui, infine, la riflessione
kantiana farà sempre e necessariamente riferimento. Ma l'eloquenza
e l'importanza dell'Antropologia pragmatica (o dal punto di vista pragmatico)
emerge nella prefazione kantiana all'opera in cui si afferma che "il
conoscere [
] l'uomo nella sua specie come creatura terrestre dotata
di ragione merita di essere detto, in modo particolare, conoscenza del
mondo, sebbene egli costituisca solo una parte delle creature della
terra" (p. 3). La conoscenza dell'uomo, quindi, non arriva ad integrare,
in modo estensivo una già prefigurata e determinata conoscenza
del mondo, laddove queste vengano intese come entità discrete,
giustapposte, reciprocamente estranee. Come afferma Kant in una Reflexion:
"Welterkenntnis ist Menschenerkenntnis", la conoscenza del
mondo è conoscenza dell'uomo e ciò avviene in modo inequivocabile
e categorico. Proprio attraverso tale rapporto di corrispondenza ma,
soprattutto, di rispecchiamento, l'antropologia kantiana e l'Antropologia
pragmatica come sua più matura e definita testimonianza ed attraverso
la chiarificazione del concetto di "pragmatico" la critica
della ragione acquisisce il suo senso unitario, sebbene, cosa oltremodo
curiosa, l'Antropologia pragmatica non sia da annettersi alle opere
sistematiche della filosofia trascendentale kantiana. Il rapporto di
rispecchiamento tra uomo e mondo, la loro intima corrispondenza ed appartenenza,
quindi, concepito e finalizzato a "determinar quello che l'uomo
come essere libero fa oppure può fare di sé stesso"
(p. 3) e non come mera classificazione osservativa di dati fisiologici
(o psicologici) si propone, mai come prima nell'opera di Kant, come
phrònesis o, seguendo la terminologia tedesca utilizzata dallo
stesso Kant, Weltklugkeit. La definizione di questo rapporto, al di
là delle fondamentali implicazioni filosofiche del rispecchiamento
tra uomo e mondo, non viene tuttavia a presentarsi come una noiosa o
pedante esposizione di precetti, regole o anche solo classificazioni
antropologiche: essa costituisce forse l'opera stilisticamente più
vivace e ironica del Kant della maturità, paragonabile solo,
all'interno dell'opera kantiana, ai Sogni di un visionario chiariti
con in sogni della metafisica. L'Antropologia pragmatica è una
delle opere di Kant stilisticamente più godibili, e, nonostante
le implicazioni filosoficho-pedagogiche fondamentali che porta con sé,
un'opera la cui lettura è piacevole e godibile in cui lo sguardo
teoretico "scivola" nell'osservazione del mondo degli uomini,
del mondo della vita, dell'intersoggettività, un'opera in cui
la rarefazione teoretica assoluta dei concetti cede ad una più
variopinta e spigliata caratterizzazione delle attitudini umane.
La difficoltà della collocazione del testo, una collocazione
necessaria se si vuole comprendere a pieno la portata filosofica fondamentale,
non fiacca quindi lo stimolo della lettura, anche da parte di colui
non sempre intenzionato a giungere ai fondamenti ed ai presupposti più
celati della filosofia trascendentale. L'interesse è poi fornito
dal quadro che Kant, sempre in modo sistematico, dipinge della società
umana e della società del suo tempo, vista da un osservatorio,
quello dell'estremo lembo della Prussia, non poi così isolato,
perché, come dice lo stesso Kant, "ai mezzi per l'ampliamento
dell'antropologia appartiene il viaggiare, sia pur anche soltanto la
lettura dei libri di viaggi". "Ma - continua - si deve prima
aver acquistato a casa, nelle relazioni coi propri concittadini e compaesani,
la conoscenza degli uomini, se si vuol sapere dove si deve cercare all'estero
il modo di estenderla". "Una grande città - infatti
- centro di uno Stato, dove si trovano i consigli di governo, che possiede
un'università (per la cultura scientifica) ed è anche
sede di commercio marittimo [
] una tal città, come è
per esempio Königsberg sul Pregel, può essere presa come
sede adatta per l'ampliamento della conoscenza dell'uomo e per la conoscenza
del mondo, la quale vi può essere acquistata senza viaggiare".
Proprio attraverso la sua attività all'Università Kant
sviluppa i suoi lavori, progressivi e sempre più connessi alla
genesi del pensiero critico, concernenti l'antropologia. In una lettera
a Marcus Herz risalente alla fine del 1773, Kant annuncia al suo corrispondente
la sua ferma intenzione di trasformare l'insegnamento privato di antropologia
in una materia universitaria a tutti gli effetti. Tre, infatti, sono
i testi di antropologia di cui lo studioso di Kant dispone per comprendere,
soprattutto nel suo percorso genetico, l'Antropologia pragmatica quale
risultato definito e definitivo di uno studio pluridecennale di indagine
sui costumi e le attitudini umane. L'Antropologia, quindi, espone in
modo quanto mai eloquente la vastità della domanda kantiana sull'uomo
nella sua corrispondente e speculare domanda sul mondo. Si viene quindi
a verificare, in questo caso, una eloquente corrispondenza con quanto
ebbe a dire Cassirer dei primi anni di magistero kantiani: "Quello
a cui Kant mira sia nella propria formazione sia nell'insegnamento accademico
è quindi dovunque l'ideale di un'ampia scienza pratica dell'uomo
[praktische Menschenkunde]. In particolare, come dapprima perseguirono
tale fine le lezioni di geografia fisica, così più oltre
esso fu l'intento delle lezioni di antropologia. Ma il vero e più
profondo motivo della leggerezza mondana assunta dalla filosofia di
Kant in questo periodo sta nel rapporto che qui si pone fra esperienza
e pensiero, tra sapere e vita. Fra questi due poli non esiste ancora
alcuna tensione né contrarietà. Il pensiero stesso e la
sua sistematica, così come vengono qui intesi, non sono altro
che l'esperienza affinata, depurata di superstizioni e di pregiudizi
[
]". Qual è allora il significato filosofico e speculativo
fondamentale dell'Antropologia pragmatica del '98 se, a ben vedere poco
o nulla dell'atteggiamento kantiano è mutato dalle indagini antropologiche
del periodo "precritico"? Il suo significato fondamentale
giace proprio nella sua presenza in rapporto, decisamente non oppositivo,
a quell'indagine filosofica epocale che della "leggerezza mondana"
ha ben poco, a quell'interrogazione filosofica epocale volta a sancire
il distacco dalla metafisica tradizionale e dalle sue strutture peculiari.
L'interesse antropologico rimane quindi e, anzi, si rafforza proprio
in virtù della disposizione sistematica delle questioni della
filosofia trascendentale che, sempre e costantemente, incontrano come
loro referente imprescindibile l'uomo. C'era una frase di Pope che Kant
amava particolarmente e che costituisce, in considerazione della costante
ricerca ed interrogazione kantiana sull'uomo, più una sfida che
non una verità da accettare: "Uomo, tu che sei un difficile
problema ai tuoi stessi occhi. No, non arrivo a comprenderti".
La comprensione, e questa e la sfida kantiana, risiede proprio nella
stretta relazione sussistente tra il rapporto speculare di Menschenerkenntnis
e Welterkenntnis da un lato e la relazione, costante e pedissequamente
perseguita, tra filosofia critica e indagine antropologica. Ecco come,
quindi, all'interno del laboratorio filosofico kantiano, il detto di
Pope amplia a dismisura i suoi orizzonti e la sua problematicità
inscrivendosi in questa doppia complessa relazionalità: la stessa
filosofia trascendentale ne rimane intessuta tanto da riproporre, appunto
nel '98, il problema in tutta la sua stimolante vivacità. La
semplice interrogazione descrittiva del mondo preso nella sua unilateralità
o dell'uomo preso nella sua "solitudine" non arrivano a costituire
la profondità dell'interrogazione kantiana che si muove, in quanto
profondamente speculativa, nel rispecchiamento tra i due elementi. A
sua volta, tuttavia questo rapporto viene portato alle sue estreme potenzialità
filosofiche laddove esso venga assunto tanto dalla filosofia trascendentale
stricto sensu intesa, quanto dall'indagine empirico-descrittiva. Questa
è la ragione per cui è lo schema delle facoltà
dell'animo umano che viene assunto come filo conduttore tanto dell'indagine
critica quanto dell'indagine antropologica. L'opera si divide in una
prima parte, la Didattica antropologica del modo di conoscere l'interno
e l'esterno dell'uomo, corrispondente ad una dottrina degli elementi
di una delle Critiche kantiane e in una seconda parte, la Caratteristica
antropologica della maniera di conoscere dall'esterno l'interno dell'uomo,
corrispondente, in modo analogo, ad una dottrina del metodo. La prima
parte risulta a sua volta tripartita in tre libri che trattano, rispettivamente,
le facoltà dell'animo, la facoltà di conoscere, il sentimento
di piacere e dispiacere, la facoltà appetitiva. Vogliamo a questo
punto riportare un passo non fondamentale dal punto di vista filosofico
ma eloquente dal punto di vista stilistico e tematico dell'opera, che
molto spesso associa, in modo organico, importanti spunti per la caratterizzazione
delle facoltà ad aneddoti o curiosità squisitamente "informative"
o descrittive. Il passo descrive i modi di eccitare o calmare l'immaginazione:
"Per eccitare o calmare l'immaginazione - dice Kant - c'è
un mezzo fisico, che è l'uso di sostanze inebrianti, alcune delle
quali, come veleni, agiscono indebolendo la forza vitale (di tal genere
sono taluni funghi, il rosmarino silvestre, l'acanto, la chica dei Peruviani,
l'ava degli indiani dei mari del Sud, l'oppio); altre agiscono rafforzandola,
o almeno eccitando il sentimento che se ne ha (come le bevande fermentate,
il vino e la birra, o l'estratto di esse, l'acquavite); ma tutte sono
contro natura e artificiose. Colui che le prende in misura così
soverchia, che per un certo tempo diventa incapace di ordinare le rappresentazioni
sensibili secondo le leggi dell'esperienza, si dice ebbro o ubriaco,
e il mettersi volontariamente o di proposito in tale condizione, si
dice ubriacarsi. Ma tutti questi mezzi devono servire a far dimenticare
all'uomo il peso che originariamente sembra risiedere nella vita in
genere. - La tendenza molto diffusa alle bevande alcoliche e l'influenza
di esse sulla vita intellettuale merita di esser presa in considerazione
specialmente in un'antropologia pragmatica" (pp.54-55).
Non sappiamo se Kant avesse direttamente fatto esperienza, nella sua
cittadina prussiana, dei fatti che descrive con tanta pregnanza, ironia
e stile e nemmeno c'interessa, in quanto la biografia del pensatore
è la sua opera e non sono, salvo eccezioni, le sue attitudini
o frequentazioni sociali: è certo tuttavia che Kant, quanto sveste
i panni dell'osservatore (o del diretto sperimentatore) e veste quelli
del filosofo della Critica della ragione, mostra in che modo il lavoro
di osservazione del mondo e di introspezione dell'uomo non possano andare
separati, mostra come tali ambiti di considerazione vengano poi assunti
e fatti propri da una filosofia speculativa che risponde alla domanda
sull'uomo in modo sempre aperto e non unilaterale: "Menschenerkenntnis
ist Welterkenntnis, Welterkenntnis ist Menschenerkenntnis". La
risposta, a ben vedere, non è né scontata né non
pertinente, si costituisce come un processo di interrogazione squisitamente
filosofica.