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E.Husserl - Cartesianische Meditationen(Meditazioni
cartesiane)
di
Nicola Zippel
Le Meditazioni cartesiane, edite nel 1931 in lingua
francese e solo nel 1950 in traduzione tedesca, rappresentano una più
compiuta rielaborazione dei Discorsi parigini, ossia delle conferenze
che Husserl tenne a Parigi nel 1929.
Lo spirito delle cinque Meditazioni muove dalla svolta soggettiva che
Renato Cartesio impose alla filosofia nella sua opera del 1641, Meditationes
de prima philosophia, cui Husserl rimanda espressamente; Cartesio, secondo
Husserl, inaugurò una filosofia nuova poiché volse il pensiero
teoretico dall'oggettivismo ingenuo verso l'orizzonte del soggettivismo
trascendentale. Husserl vuole riprendere l'intento radicale del ragionare
cartesiano ed in virtù di esso elaborare una nuova scienza universale
dotata di fondamento assoluto, ossia immune a qualsiasi obiezione di carattere
scettico. A tal fine, secondo il filosofo di Friburgo, occorre rifiutare
le scienze positive, ovvero esistenti di fatto, perché prive di
una solida base teoretica, compresa la scienza matematica, la cui idealizzazione
inficiò la dottrina di Cartesio.
La nuova scienza dovrà fondarsi su quella che Husserl considera
la modalità di conoscenza privilegiata: l'evidenza. L'evidenza,
nel linguaggio husserliano, è esperienza diretta dell'ente, ossia
di ciò che esiste, poiché nel conoscere evidente l'ente
perviene da sé, senza alcuna mediazione, alla vista spirituale,
sia dello scienziato che del filosofo; evidenza e verità, pertanto,
sono intrinsecamente correlati. In particolare, la fenomenologia si basa
sull'evidenza "apodittica", ossia una conoscenza primaria contenente
un nucleo di verità inconfutabile; quest'evidenza è rappresentata
dall'ego puro o trascendentale, la cui scoperta è il frutto della
svolta soggettiva che ha inizio dall'opera cartesiana.
L'atto fondamentale, che permette al filosofo di svelare a se stesso l'esistenza
dell'ego puro è la "epoché", termine greco che
indica una sospensione del giudizio, una messa fuori questione nei confronti
di qualcosa; nel caso di Husserl, l'epoché è adottata rispetto
al mondo realmente esistente e ai giudizi che su di esso si possono effettuare.
Il risultato di questa sospensione è l'emergere dell'unica realtà
che non può essere messa fuori questione, ossia l'ego trascendentale,
che attua l'epoché; quest'ultima assume, nell'ambito specifico
della fenomenologia, il nome di "riduzione fenomenologico-trascendentale",
perché il mondo è "ridotto" a un semplice "fenomeno".
Questo non significa che l'ego neghi l'esistenza del mondo; il soggetto
fenomenologico, attraverso l'epoché, comprende infatti che il mondo,
come realtà, ha senso e significato solo se il soggetto decide
di conferirglieli; il soggetto è detto quindi "trascendentale"
rispetto al mondo poiché è il "presupposto di senso"
del mondo, è ciò che dà senso e valore d'essere alla
realtà mondana.
Al filosofo che medita l'epoché fenomenologica presenta una sfera
d'essere di nuovo genere: l'esperienza trascendentale. Essa comprende
non solo l'ego, ma anche il campo infinito di esperienze che l'ego può,
ma non deve necessariamente, compiere. Questa sfera d'essere si articola
nei vissuti di coscienza, i quali rappresentano gli atti della vita del
soggetto; ogni vissuto di coscienza è in se stesso coscienza "di
qualcosa", al di là della esistenza o meno del qualcosa. In
questo senso, l'ego puro è anche detto, con un termine di derivazione
cartesiana, "ego cogito", il quale, in quanto atto di coscienza,
porta in sé il suo cogitatum, ossia il qualcosa che accompagna
ogni vissuto coscienziale. Questa proprietà universale della coscienza
di essere coscienza di qualcosa è detta da Husserl "intenzionalità"
e i momenti di coscienza sono perciò definiti "intenzionali".
Lo studio della vita di coscienza si sviluppa secondo due direzioni interconnesse:
la prima riguarda i modi d'essere del cogitatum, ovvero dell'oggetto intenzionale,
che Husserl chiama anche "noema", ad esempio "il percepito",
il "ricordato", "l'immaginato", ecc. (descrizione
noematica); la seconda è rivolta invece ai modi d'essere del cogito
stesso, ossia della "noesi", ad esempio "il percepire",
"il ricordare", "l'immaginare", ecc. (descrizione
noetica). Noesi e noema si riferiscono quindi allo stesso oggetto reale.
La descrizione noematica, nel suo complesso, comprende la realtà
mondana, la quale rappresenta il cogitatum delle molteplici cogitationes
del soggetto trascendentale; in un'ottica fenomenologica, dunque, il mondo
e i suoi singoli oggetti valgono come correlati intenzionali dei rispettivi
modi di coscienza.
La descrizione noetica, che prende le mosse dalle considerazioni della
descrizione noematica, mostra che la forma originaria della coscienza
è la "sintesi", la quale rappresenta una coesione inscindibile
che unifica i momenti coscienziali gli uni agli altri, attraverso l'atto
fondamentale della "identificazione". La sintesi, pertanto,
ha un dominio universale e si articola costantemente nella forma della
continua coscienza interna del tempo, in cui ogni vissuto che segue mantiene
il risultato del vissuto che lo ha preceduto e aggiunge nuovo materiale
per il vissuto futuro. Analizzando la propria vita di coscienza, l'ego
coglie se stesso sotto due aspetti: 1) come corrente o flusso dei vissuti;
2) come "io" stabile e permanente, polo identico di questo flusso,
cui tutti i momenti di coscienza fanno riferimento. La dimensione concreta
dell'io stabile e permanente è rappresentata dall'io "monade",
che comprende l'intero vivere coscienziale sia nelle sue attualità
sia nelle sue potenzialità. Esse si sviluppano attraverso due modalità
genetiche interdipendenti: la genesi attiva, dove l'io costituisce sempre
nuove oggettività; la genesi passiva, che della genesi attiva è
il grado inferiore, nel quale l'oggetto si offre allo sguardo intuitivo
dell'io. L'intera vita soggettiva s'inserisce in una più ampia
dimensione "temporale-genetica", in conformità alla quale
le strutture coscienziali si costituiscono in un processo continuamente
fluente.
Il concetto della soggettività fenomenologica, tuttavia, a causa
della sua natura di "assoluto", poiché nulla è
al di fuori della coscienza, si espone al rischio di "solipsismo
trascendentale", ossia all'impossibilità di concepire alcunché
di veramente esistente al di là del soggetto stesso. Per scongiurare
questo esito negativo della fenomenologia, Husserl elabora l'importante
concetto di "alter-ego", ovvero di un secondo ego che, pur rinviando
al soggetto per quel che riguarda il suo avere senso, risulta dotato di
una reale esistenza nel mondo reale. Dall'ego monade, perciò, si
sviluppa la possibilità di pensare e conoscere gli altri soggetti,
i quali vanno infine a formare quella che Husserl denomina la "comunità
intermonadica", dove il mio ego è uno fra i molti.
In conclusione, la fenomenologia nasce come autoesplicazione del mio ego
come soggetto di ogni possibile conoscere poiché ogni oggetto ha
senso solo nel poter avere senso per me come ego; Husserl chiama la filosofia
descritta nelle Meditazioni "idealismo fenomenologico-trascendentale",
che egli considera l'unica possibile interpretazione del senso dell'essere.
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