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Biografia
Bibliografia
Husserl, in Rete

E.Husserl - Ideen zu einer reinen Phänomenologie
und phänomenologischen Philosophie.
Erstes Buch: Allgemeine Einfhürung in die reine Phänomenologie

 

di Nicola Zippel

Il Libro primo delle Ideen è edito nel 1913, a più di dieci anni dalla pubblicazione della prima grande opera fenomenologica di Husserl, i due volumi delle Logische Untersuchungen (1900-1901). In questo lasso di tempo, Husserl lavora alla questione della coscienza del tempo, senza però pubblicare alcun testo a riguardo; risalgono invece al 1907 e al 1911 due brevi scritti, rispettivamente le lezioni raccolte in Die Idee der Phänomenologie e l'articolo uscito sulla rivista "Logos" dal titolo Philosophie als strenge Wissenschaft, nei quali Husserl traccia le linee fondamentali della filosofia fenomenologica.
In Ideen I, sin dalla Introduzione, Husserl afferma il carattere essenziale della fenomenologia mediante il confronto con la ricerca di impostazione psicologistica. La psicologia è scienza di esperienza, ovvero di dati di fatto che si danno nella realtà spazio-temporale del mondo; la fenomenologia, per il suo essere pura o trascendentale, invece, si costituisce come scienza di essenze ossia scienza eidetica, che studia la coscienza insieme con i suoi vissuti (Erlebnisse), i suoi atti e i correlati di atti. Il movimento iniziale della ricerca fenomenologica è rappresentato dalla epoché o riduzione trascendentale, la quale è uno stadio ulteriore dell'indagine filosofica rispetto alla riduzione eidetica elaborata nelle Logische Untersuchungen. Mentre quest'ultima, infatti, permette di isolare ogni singolo Erlebnis dal suo statuto fattuale-mondano e dunque di studiarne la connotazione essenziale, la riduzione trascendentale attua un vero e proprio rivolgimento dell'atteggiamento teoretico, che investe in primis lo stesso soggetto operante l'analisi fenomenologica. Il soggetto e i suoi costitutivi Erlebnisse di coscienza diventano così delle "irrealtà" poste al di fuori da ogni inquadramento nella dimensione mondana. In tal modo, l'epoché dischiude allo sguardo del fenomenologo il regno della soggettività trascendentale, un regno in sé conchiuso e assolutamente autonomo. L'atto fondante la fenomenologia come scienza eidetica è la visione d'essenza, ovvero il coglimento diretto dell'essenza di un fenomeno, visione che non comporta alcuna presa di posizione circa l'esistenza o l'inesistenza del fenomeno stesso. Husserl non mette in dubbio che un fenomeno possegga un'essenza, dal momento che la fatticità accidentale del fenomeno significa che esso può "per essenza" essere diverso da quello che è e, quindi, per il suo esser casuale, al fenomeno appartiene di avere un eidos afferrabile a priori. Considerato in sé e per sé, il fenomeno non è natura, ossia non ha proprietà reali, non gli ineriscono parti reali né mutamenti reali e causalità; nella sua essenza, il fenomeno è datità assoluta, coglibile solo nella visione eidetica, la quale diviene perciò una sorgente legittima di conoscenza. Così Husserl teorizza il "principio di tutti i princìpi", secondo cui "ciò che si dà originalmente nell'intuizione (per così dire in carne e ossa) è da assumere come esso si dà, ma anche nei limiti in cui si dà", come scrive al § 24. La visione d'essenza rappresenta, dunque, la dimensione originaria del conoscere, da cui trae significato anche l'esperienza del mondo naturale. Questa ha luogo in quello che Husserl chiama l'atteggiamento o modo teoretico di vivere naturale, nel quale la coscienza si rivolge al mondo circostante e lo assume come esistente, ponendo la tesi dell' esistenza del mondo nel modo in cui esso si offre, secondo cioè le dimensioni dello spazio-tempo. Questa attitudine scientifica non è, però, l'unica né, soprattutto, la prima. E', infatti, possibile - e necessario in una prospettiva fenomenologica - mutare radicalmente atteggiamento e interrompere la tesi su cui poggia; non si tratta di modificare la tesi "mondo esistente" né di negarla, bensì semplicemente di metterla "fuori gioco", di "neutralizzarla", di porla "fra parentesi". In questo consiste la riduzione trascendentale, che è dunque una "sospensione del giudizio", la quale lascia permanere il mondo naturale come realtà per la coscienza, ma nella modalità dell'essere "in parentesi". L'epoché non è un sofisma, che negherebbe il mondo, né una scepsi, che indurrebbe a dubitare circa il suo esserci; essa, al contrario, vieta al fenomenologo di esprimere un qualsivoglia giudizio sull'esistenza o inesistenza del mondo, la cui validità non è più oggetto di indagine. Neutralizzata così l'intera sfera della realtà naturale, il metodo della riduzione dà modo di costituire l'inizio della nuova scienza: la fenomenologia pura o trascendentale. Il suo campo di ricerca è rappresentato da ciò che, nel passaggio dall'atteggiamento naturale a quello fenomenologico, emerge allo sguardo reso ormai puro dalla messa fuori gioco del mondo esistente: la sfera della coscienza, la quale rimane come "residuo fenomenologico", ossia come una regione dell'essere che, per il suo essere autonoma dalla realtà mondana, non viene punto toccata dalla neutralizzazione di essa. Lo studio dello status eidetico della coscienza ne rivela la forma fluente di cogitationes, la corrente di Erlebnisse attuali circondati da un alone di inattuali, ossia non attivamente operanti. Proprio dell'essenza di ogni cogito attuale è l'essere coscienza di qualche cosa, l'essere cioè intenzionalmente riferito a questo qualcosa; l'intenzionalità, pertanto, è la proprietà fondamentale della coscienza. Il cogliere l'oggetto, il prenderlo di mira con lo sguardo, fissarlo, supporlo, percepirlo, ecc. questi sono i momenti della "noesi" dell'Erlebnis, ne configurano essenzialmente il suo essere rivolto a qualcosa e il suo essere portatore di senso. In quanto "noetica", infatti, la coscienza è "sensata" e, come tale, conferisce senso all'oggettualità con cui si rapporta. Nel suo aspetto noetico, l'Erlebnis accenna ad un correlativo contenuto "noematico", ossia al "noema", che volta per volta sarà il "percepito come tale", il "còlto come tale", il "supposto come tale", ovvero considerati in sé, a prescindere dal loro riferimento alla dimensione fattuale-mondana (a tale proposito Husserl parla di "virgolette modificatrici"). Il noema, infatti, non è l'oggetto reale, la cosa fisica, bensì rappresenta il lato correlativo alla noesi nel rapporto della coscienza all'oggetto. L'oggetto stesso è, pertanto, il medesimo di quello della noesi e viene studiato dal fenomenologo nella prospettiva della essenziale duplicità noetico-noematica dell'intenzionalità: non si dà alcun momento noetico senza un momento noematico ad esso specificamente inerente. Con un esempio Husserl chiarisce che la percezione di un albero - la noesi - e l'albero "percepito come tale" - il noema - costituiscono nella loro correlazione il "senso" dell'Erlebnis, ossia la sua struttura eidetica, la quale non cessa di essere qualora venga meno l'albero reale. Il senso, infatti, ha proprietà essenziali e non reali. Mentre la cosa reale è trascendente rispetto alla coscienza e alle sue modalità, l'Erlebnis è essenzialmente immanente al flusso coscienziale, dove si costituisce nella continuità delle percezioni, ritenzioni e protenzioni, in un complicato processo che Husserl descrive meticolosamente nelle lezioni sulla coscienza del tempo, ancora inedite, come detto, all'epoca di Ideen I. La radicale differenza nella modalità d'essere tra l'Erlebnis e la cosa si fonda sulla più generale diversità tra l'essere come coscienza - il soggetto trascendentale - e l'essere come annunciantesi nella coscienza - la realtà trascendente. La conseguenza di questa dicotomia è di estremo rilievo per il pensiero fenomenologico, giacchè l'immanenza dell'Erlebnis ne garantisce necessariamente l'esistenza, dal momento che esso è dato in immediata evidenza allo sguardo intuitivo. Ciò vuol dire che l'io, come soggettività fenomenologica, si svela a se medesimo in una posizione d'esistenza insopprimibile e, pertanto, l'essere della coscienza è "assoluto nel senso che nulla 're' indiget ad existendum", come scrive Husserl nel celebre § 49 di Ideen I. Per converso, la realtà mondana risulta caratterizzata da una costitutiva accidentalità, in quanto attinge il suo senso e la sua validità d'essere dall'attività intenzionale del cogito. Il metodo fenomenologico, dunque, consiste nel porsi davanti allo sguardo puri accadimenti di coscienza, portarli a chiarezza cogliendone l'essenza, seguirne i nessi di essenza, fissare ciò che si è intuito in espressioni concettuali. L'apparire a se stesso del soggetto trascendentale quale essere assoluto e necessario è il risultato fondamentale dell'epoché, reso possibile solo attraverso la modalità della riflessione, i cui atti non sono rivolti al mero esistente, bensì vengono diretti alla vita coscienziale e ai suoi vissuti che costituiscono in modo trascendentale - donando senso - l'esistente medesimo. La riflessione è, quindi, una modificazione di coscienza che, per essenza, ogni cogito può subire e così cogliere la propria vita nella sua purezza eidetica.
Con le analisi di Ideen I, qui riassunte per sommi capi, la fenomenologia giunge a determinarsi come scienza delle origini del senso e della validità del conoscere e, in quanto tale, aspira a configurarsi quale erste Philosophie.

 
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