Pietro Chiodi, La deduzione nell'opera di Kant,

ed. Taylor, Torino, 1961.

di Francesco Marro


Di libri ben fatti come quello che ci apprestiamo a discutere ce ne sono davvero pochi: questo s'impone in modo rilevante perché è notevole sia per profondità teoretica che per equilibrio nell'interpretazione.
L'argomento cardine di tutte le riflessioni di Chiodi nel testo in oggetto riposa su una delle questioni più controverse della filosofia trascendentale e cioè la "Deduzione trascendentale". Come ogni buon lettore della prima critica deve sapere, Kant tornò a più riprese nel corso della sua vita sul problema della deduzione e in specie sul ruolo che essa assolve nel complesso del sistema critico. E' noto che gli albori di questo tema vanno rintracciati nella famosa lettera a Marcus Herz del 21 Febbraio 1772 in cui si domandava "su quale fondamento poggia la relazione di ciò che in noi si chiama rappresentazione con l'oggetto?". In questo preciso momento viene certificato l'atto di nascita per il problema "trascendentale", si tratta insomma della messa in discussione del fondamento per la possibilità dell'esperienza, con la conseguente apertura della dimensione dell'a priori (le cosiddette 'condizioni di possibilità'). Kant rifletterà per dieci anni su questo 'fondamento' - improntando al contempo la stessa filosofia critica come "scienza di fondamento" - chiedendosi incessantemente con quale diritto avanziamo una qualsivoglia pretesa di validità. In quel periodo l'impostazione del problema è già abbastanza chiara a Kant, benché sia ancora lontano dal guadagnare una corretta via d'accesso al fondamento ed una soddisfacente nonché duratura determinazione del medesimo. Non è un caso che immediatamente dopo la pubblicazione della prima edizione della "Critica della ragion pura" (1781) egli tornerà a lavorare sulla deduzione nei Prolegomeni (1783), nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785), nei Principi metafisici della natura (1786), per infine riscriverla daccapo nella seconda edizione della grande critica (1787). Ma le conseguenze implicate dal problema di una deduzione trascendentale si ripercuotono anche in opere successive come la "Critica della ragion pratica" (1788) e soprattutto nell'Introduzione definitiva alla "Critica della facoltà di giudizio" (1790), fino ad approdare nei tardi appunti confluiti nel cosiddetto Opus postumum.
Il libro di Chiodi si addentra in questa problematica che ricopre oltre trent'anni di produzione kantiana cercando, con ottimi risultati, di diradare "l'oscurità in cui la cosa stessa è profondamente avvolta" (KrV A 88, B 121). Tutto si gioca sulla comprensione del § 13 della "Critica della ragion pura" intitolato "Dei principi di una deduzione trascendentale in generale", poiché solo in base ad un'adeguata distinzione fra deduzione trascendentale überhaupt e deduzione trascendentale delle categorie è possibile gettar luce sul fatto - tutto ancora da indagare, o meglio ancora, da vagliare criticamente con l'istituzione di una deduzione - che "ci possono quindi ben apparire oggetti senza che debbano necessariamente riferirsi a funzioni dell'intelletto [cioè le categorie]", ossia "anche senza funzioni dell'intelletto, possono senz'altro esserci dati fenomeni nell'intuizione" (KrV A 89-90, B 122). La pretesa di validità avanzata dai concetti puri dell'intelletto è volta a stabilire in maniera costituiva una sintesi necessaria ed universale per la possibilità degli oggetti d'esperienza; eppure si tratta di una necessità condizionata dal fatto che qualcosa sia dato all'intelletto come suo oggetto. A dispetto delle forme dell'intuizione (spazio e tempo) senza l'intervento delle quali un oggetto non può assolutamente divenire un oggetto per noi (fenomeno) - e pertanto detengono una validità d'uso che si legittima da sé - l'impiego dei concetti puri dell'intelletto, invece, impone ineluttabilmente al filosofo trascendentale di sondare quell'istanza che reclama il contributo essenziale delle categorie alla costituzione di un oggetto possibile d'esperienza, nonché di un'esperienza in sé possibile. In che modo e con quale diritto le categorie non possono affrancarsi dall'esser sottoposte ad un percorso che ne legittimi la pretesa di validità?
Senza dover ripercorre tutte le tappe della deduzione nella prima critica e nelle opere successive a noi ora preme di riprendere il filo conduttore dell'interpretazione che segue Chiodi. La deduzione è senz'altro ad un tempo la premessa e il risultato più originale della 'rivoluzione copernicana' del modo di pensare che la filosofia critica è convinta di poter compiere. Posto che siano le 'cose fuori di me' a doversi regolare in base ai dettami delle condizioni trascendentali di possibilità, allora insorge "l'indilazionabile necessità di siffatta deduzione trascendentale" (KrV A 83, B121) delle categorie, che riscatti l'assunzione di quei presupposti mostrando il come del loro uso, sebbene dalla scoperta che ci siano le categorie "non ne segue che tale deduzione sia anche inevitabilmente necessaria" (KrV A 87, B 119). Spesso si sono letti i passi appena citati per convalidare la tesi secondo cui Kant avrebbe scritto questo paragrafo recuperando parte del materiale redatto nel decennio di silenzio, senza però riorganizzarlo in vista delle conquiste mature elaborate a stesura completa della "Critica della ragion pura", ritenendolo di conseguenza un miscuglio di retaggi e convinzioni precritiche che stride nettamente col resto del gruppo di paragrafi dedicati alla deduzione dei concetti puri dell'intelletto. Tuttavia, così si rinuncia ad una genuina interpretazione del problema che sta a monte di una deduzione überhaupt, a dispetto, per giunta, delle tante rivisitazioni da parte del suo autore: l'apparente contrasto o per meglio dire il paradosso che emerge dall'impostazione di una questione di diritto indica appunto che il problema della deduzione va pertanto ricondotto alla sua origine e in particolare al suo senso di 'crisi di fondamento' ossia come trasformazione di senso del 'fondamento' ereditato dalla tradizione filosofica per rimodularlo alla luce della scoperta cartesiana del soggetto. Avanzare una pretesa che abbia validità universale e necessaria, qualcosa che nella sua portata non trascende affatto l'esperienza ma che anzi ne sia piuttosto interna come il lato a noi rivolto dell'orizzonte, significa in prima istanza portar innanzi tematicamente il modo d'essere di colui che reclama una siffatta pretesa di diritto. Così facendo, la stessa filosofia trascendentale deve sottoporsi ad un percorso di legittimazione che rovescia la ricerca volta ad individuare le condizioni di possibilità (rispondente alla domanda sulla possibilità dell'esperienza) nell'inchiesta sulla possibilità di quelle stesse condizioni (questione che prende forma nella domanda sulla "possibilità della possibilità dell'esperienza"). In questa torsione si gioca la scommessa del progetto critico - iniziato nella "Critica della ragion pura" e maturato notevolmente nella "Critica della facoltà di giudizio" - di addurre non tanto un nuovo fondamento (il soggetto cartesianamente inteso) sulla scia della metafisica scolastica, quanto piuttosto rivoluzionare e capovolgere radicalmente il modo stesso d'intendere questo fondamento e, ad un tempo, il metodo che ad esso conduce. Infatti, dopo la 'rivoluzione copernicana' il senso del fondamento dell'esperienza non può per ragion alcuna essere compreso in termini di una realtà trascendente con potere necessitante in maniera incondizionata: la scoperta della finitezza del soggetto come componente costitutiva dell'ontologia impone al fondamento il senso di una possibilità che è sì condizionante ma inevitabilmente condizionata.

 
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