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Pietro Chiodi,
La deduzione nell'opera di Kant,
di Francesco
Marro
Di libri ben fatti come quello che ci apprestiamo a discutere ce ne sono
davvero pochi: questo s'impone in modo rilevante perché è
notevole sia per profondità teoretica che per equilibrio nell'interpretazione.
L'argomento cardine di tutte le riflessioni di Chiodi nel testo in oggetto
riposa su una delle questioni più controverse della filosofia trascendentale
e cioè la "Deduzione trascendentale". Come ogni buon
lettore della prima critica deve sapere, Kant tornò a più
riprese nel corso della sua vita sul problema della deduzione e in specie
sul ruolo che essa assolve nel complesso del sistema critico. E' noto
che gli albori di questo tema vanno rintracciati nella famosa lettera
a Marcus Herz del 21 Febbraio 1772 in cui si domandava "su quale
fondamento poggia la relazione di ciò che in noi si chiama rappresentazione
con l'oggetto?". In questo preciso momento viene certificato l'atto
di nascita per il problema "trascendentale", si tratta insomma
della messa in discussione del fondamento per la possibilità dell'esperienza,
con la conseguente apertura della dimensione dell'a priori (le cosiddette
'condizioni di possibilità'). Kant rifletterà per dieci
anni su questo 'fondamento' - improntando al contempo la stessa filosofia
critica come "scienza di fondamento" - chiedendosi incessantemente
con quale diritto avanziamo una qualsivoglia pretesa di validità.
In quel periodo l'impostazione del problema è già abbastanza
chiara a Kant, benché sia ancora lontano dal guadagnare una corretta
via d'accesso al fondamento ed una soddisfacente nonché duratura
determinazione del medesimo. Non è un caso che immediatamente dopo
la pubblicazione della prima edizione della "Critica della ragion
pura" (1781) egli tornerà a lavorare sulla deduzione nei Prolegomeni
(1783), nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785), nei Principi
metafisici della natura (1786), per infine riscriverla daccapo nella seconda
edizione della grande critica (1787). Ma le conseguenze implicate dal
problema di una deduzione trascendentale si ripercuotono anche in opere
successive come la "Critica della ragion pratica" (1788) e soprattutto
nell'Introduzione definitiva alla "Critica della facoltà di
giudizio" (1790), fino ad approdare nei tardi appunti confluiti nel
cosiddetto Opus postumum.
Il libro di Chiodi si addentra in questa problematica che ricopre oltre
trent'anni di produzione kantiana cercando, con ottimi risultati, di diradare
"l'oscurità in cui la cosa stessa è profondamente avvolta"
(KrV A 88, B 121). Tutto si gioca sulla comprensione del § 13 della
"Critica della ragion pura" intitolato "Dei principi di
una deduzione trascendentale in generale", poiché solo in
base ad un'adeguata distinzione fra deduzione trascendentale überhaupt
e deduzione trascendentale delle categorie è possibile gettar luce
sul fatto - tutto ancora da indagare, o meglio ancora, da vagliare criticamente
con l'istituzione di una deduzione - che "ci possono quindi ben apparire
oggetti senza che debbano necessariamente riferirsi a funzioni dell'intelletto
[cioè le categorie]", ossia "anche senza funzioni dell'intelletto,
possono senz'altro esserci dati fenomeni nell'intuizione" (KrV A
89-90, B 122). La pretesa di validità avanzata dai concetti puri
dell'intelletto è volta a stabilire in maniera costituiva una sintesi
necessaria ed universale per la possibilità degli oggetti d'esperienza;
eppure si tratta di una necessità condizionata dal fatto che qualcosa
sia dato all'intelletto come suo oggetto. A dispetto delle forme dell'intuizione
(spazio e tempo) senza l'intervento delle quali un oggetto non può
assolutamente divenire un oggetto per noi (fenomeno) - e pertanto detengono
una validità d'uso che si legittima da sé - l'impiego dei
concetti puri dell'intelletto, invece, impone ineluttabilmente al filosofo
trascendentale di sondare quell'istanza che reclama il contributo essenziale
delle categorie alla costituzione di un oggetto possibile d'esperienza,
nonché di un'esperienza in sé possibile. In che modo e con
quale diritto le categorie non possono affrancarsi dall'esser sottoposte
ad un percorso che ne legittimi la pretesa di validità?
Senza dover ripercorre tutte le tappe della deduzione nella prima critica
e nelle opere successive a noi ora preme di riprendere il filo conduttore
dell'interpretazione che segue Chiodi. La deduzione è senz'altro
ad un tempo la premessa e il risultato più originale della 'rivoluzione
copernicana' del modo di pensare che la filosofia critica è convinta
di poter compiere. Posto che siano le 'cose fuori di me' a doversi regolare
in base ai dettami delle condizioni trascendentali di possibilità,
allora insorge "l'indilazionabile necessità di siffatta deduzione
trascendentale" (KrV A 83, B121) delle categorie, che riscatti l'assunzione
di quei presupposti mostrando il come del loro uso, sebbene dalla scoperta
che ci siano le categorie "non ne segue che tale deduzione sia anche
inevitabilmente necessaria" (KrV A 87, B 119). Spesso si sono letti
i passi appena citati per convalidare la tesi secondo cui Kant avrebbe
scritto questo paragrafo recuperando parte del materiale redatto nel decennio
di silenzio, senza però riorganizzarlo in vista delle conquiste
mature elaborate a stesura completa della "Critica della ragion pura",
ritenendolo di conseguenza un miscuglio di retaggi e convinzioni precritiche
che stride nettamente col resto del gruppo di paragrafi dedicati alla
deduzione dei concetti puri dell'intelletto. Tuttavia, così si
rinuncia ad una genuina interpretazione del problema che sta a monte di
una deduzione überhaupt, a dispetto, per giunta, delle tante rivisitazioni
da parte del suo autore: l'apparente contrasto o per meglio dire il paradosso
che emerge dall'impostazione di una questione di diritto indica appunto
che il problema della deduzione va pertanto ricondotto alla sua origine
e in particolare al suo senso di 'crisi di fondamento' ossia come trasformazione
di senso del 'fondamento' ereditato dalla tradizione filosofica per rimodularlo
alla luce della scoperta cartesiana del soggetto. Avanzare una pretesa
che abbia validità universale e necessaria, qualcosa che nella
sua portata non trascende affatto l'esperienza ma che anzi ne sia piuttosto
interna come il lato a noi rivolto dell'orizzonte, significa in prima
istanza portar innanzi tematicamente il modo d'essere di colui che reclama
una siffatta pretesa di diritto. Così facendo, la stessa filosofia
trascendentale deve sottoporsi ad un percorso di legittimazione che rovescia
la ricerca volta ad individuare le condizioni di possibilità (rispondente
alla domanda sulla possibilità dell'esperienza) nell'inchiesta
sulla possibilità di quelle stesse condizioni (questione che prende
forma nella domanda sulla "possibilità della possibilità
dell'esperienza"). In questa torsione si gioca la scommessa del progetto
critico - iniziato nella "Critica della ragion pura" e maturato
notevolmente nella "Critica della facoltà di giudizio"
- di addurre non tanto un nuovo fondamento (il soggetto cartesianamente
inteso) sulla scia della metafisica scolastica, quanto piuttosto rivoluzionare
e capovolgere radicalmente il modo stesso d'intendere questo fondamento
e, ad un tempo, il metodo che ad esso conduce. Infatti, dopo la 'rivoluzione
copernicana' il senso del fondamento dell'esperienza non può per
ragion alcuna essere compreso in termini di una realtà trascendente
con potere necessitante in maniera incondizionata: la scoperta della finitezza
del soggetto come componente costitutiva dell'ontologia impone al fondamento
il senso di una possibilità che è sì condizionante
ma inevitabilmente condizionata.
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