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Platone
(428/27 a.c. - 348/347 a.c.)
di Giorgia Marchiori
Platone nacque nel settimo giorno
del mese Targelione (maggio-giugno) del 428/27 a.C, cioè nello
stesso giorno in cui gli abitanti dell'isola di Delo dicono che nacque
Apollo. La famiglia del filosofo era di origine nobilissime:
il padre Aristone sembra che discendesse da Codro, un antico re di Atene,
mentre la madre, Perictione, era figlia di Glaucone il Vecchio, fratello
di Crizia II, uno dei Trenta Tiranni; rimasta vedova, sposò poi
Pirilampo, intimo amico di Pericle. Dall'unione di Aristone e Perictione
nacquero Platone, Adimanto, Glaucone (questi ultimi sono i due interlocutori
della Repubblica) e Potone, madre dello Speusippo che poi succederà
a Platone nella direzione dell'Accademia. "Platone" non è
il nome originariamente datogli dai genitori, che doveva invece essere
Aristocle, bensì un soprannome assegnatogli, secondo quanto riferisce
Diogene Laerzio, o dal maestro di ginnastica per la sua "ampia"
(plàtos in greco significa, infatti, ampio) costituzione, o per
l'ampiezza dello stile o, ancora, perché ampia era la sua fronte.
Prima del decisivo incontro con Socrate, che avvenne nel 408 circa, si
dice che Platone avesse frequentato l'eracliteo Cratilo e il parmenideo
Ermogene; almeno così riferiscono Aristotele e Diogene Laerzio.
Ma gli anni decisivi furono quelli passati con Socrate. Nella VII Lettera,
che costituisce un documento fondamentale per ricostruire la personalità
del filosofo, Platone afferma che da giovane pensava di dedicarsi alla
vita politica, facilitato tra l'altro in ciò dalle illustri parentele;
ma la sconfitta di Atene nella guerra del Peloponneso (404), il fallimentare
esperimento aristocratico dei Trenta Tiranni (404-3), il deludente ritorno
di una democrazia ben diversa dalla precedente e, soprattutto, il fatto
decisivo della ingiusta condanna a morte di Socrate (399), disgustarono
il giovane ateniese che, da allora in poi, non cessò di meditare
su come sarebbe stato possibile migliorare la vita politica. La conclusione
cui giunse era che ciò non sarebbe stato possibile senza la filosofia.
Scrive, infatti, Platone: "Io vidi che il genere umano non sarebbe
mai stato liberato dal male se prima non fossero giunti al potere i veri
filosofi, o i reggitori di stato non fossero per divina sorte divenuti
veramente filosofi" (Lett. VII, 325 c); ecco qui il pensiero che
doveva animare tutta la sua opera, e cioè che solo la filosofia
avrebbe potuto realizzare una comunità umana fondata sulla giustizia.
Dopo la morte di Socrate, insieme ad altri condiscepoli, Platone si recò
a Megara presso il socratico e parmenideo Euclide; da qui intraprese un
lungo viaggio che lo portò in Egitto, a Cirene, in Magna Grecia,
dove conobbe il pitagorico Archita di Taranto, e, infine, giunse verso
il 388 a Siracusa, presso la corte del tiranno Dionigi il Vecchio. Qui
rimase per un anno, durante il quale legò amicizia con Dione, cognato
di Dionigi. Se Dione rimase affascinato dall'ideale filosofico-politico
di Platone, che auspicava e proponeva una restaurazione della vita politica
secondo i dettami della sapienza, Dionigi il Vecchio e la sua corrotta
corte si infastidirono, a causa delle libere critiche del filosofo, a
tal punto che nel viaggio di ritorno ad Atene questi venne fatto sbarcare
ad Egina e lì venduto come schiavo. Dopo esser stato riscattato
da un certo Anniceride di Cirene, tornò ad Atene nel 387 e vi fondò
la sua scuola, detta "Accademia" in quanto sorta nei giardini
dedicati all'eroe Academo. Il corso di studi e l'educazione qui impartita
dovevano rispecchiare il programma delineato nella Repubblica.
Nel 367, morto Dionigi I, Platone si recò una seconda volta in
Sicilia, a Siracusa: Dionigi il Giovane, di cui si esaltava la liberalità,
sembrava più adatto del padre a realizzare l'ideale platonico.
Ma anche questa volta il filosofo ateniese rimase deluso: Dionigi II si
rivelò addirittura peggiore del padre. Non solo, infatti, esiliò
Dione accusandolo di tramare contro di lui, ma trattenne Platone stesso
a Siracusa come prigioniero. Solo nel 365, con lo scoppio di una guerra
in Sicilia, Platone riuscì a tornare ad Atene, ove riprese la sua
attività all'Accademia; durante la sua assenza, nel frattempo,
vi era entrato nel 367 Aristotele, che vi rimase per ben vent'anni.
Un'ultima volta, nel 361, Platone ritornò a Siracusa, con l'intento
di riconciliare Dione e Dionigi. Ma nonostante le promesse di Dionigi,
Platone fu trattenuto nuovamente in una semi prigionia e i provvedimenti
contro l'amico Dione divennero sempre più gravi. Solo l'intervento
di Archita di Taranto, amico di Dionigi e di Platone, mise in salvo il
filosofo facendolo partire per Atene, città che, dal 360, non abbandonerà
mai più.
Intanto gli eventi in Sicilia si fecero sempre più drammatici:
nel 353 Dione, dopo esser riuscito ad impadronirsi di Siracusa (357),
venne assassinato da Callippo, un discepolo dello stesso Platone; morivano
così, insieme a Dione, il sogno e la speranza di poter attuare
a Siracusa una comunità giusta. Tutta la delusione al riguardo,
emerge nella VII Lettera, indirizzata ai Siracusani dopo la morte di Dione.
Platone morì ad Atene nel 348-7, all'età di circa ottant'anni.
Narra un aneddoto che al momento della sua morte accanto al filosofo venne
trovata una tavoletta con sopra trascritto e modificato, rispetto alla
prima stesura, il proemio della Repubblica, l'opera in cui più
di tutte Platone aveva asserito la necessità della filosofia ai
fini della realizzazione di uno stato giusto: il filosofo deve infatti
governare perché è il solo a conoscere la verità
ideale e quella realtà che è eterna e sempre identica con
se stessa. "E quali sono per te i veri filosofi?", domanda l'interlocutore
della Repubblica per capire perché proprio questi ultimi debbano
governare: "quelli che amano contemplare la verità" gli
risponde semplicemente Socrate, chiarendo il fondamento del progetto politico
platonico.
Opere
Della produzione platonica ci sono state tramandate un'Apologia di Socrate,
34 dialoghi e 13 lettere; le opere sono state ordinate in nove tetralogie
dal grammatico Trasillo, vissuto al tempo dell'imperatore Tiberio. La
divisione in tetralogie è la seguente:
1)Eutifrone, Apologia, Critone, Fedone; 2) Cratilo, Teeteto, Sofista,
Politico; 3) Parmenide, Filebo, Simposio, Fedro; 4) Alcibiade I, Alcibiade
II, Ipparco,gli Amanti; 5) Teagete, Carmide, Lachete, Liside; 6) Eutidemo,
Protagora, Gorgia, Menone; 7)Ippia maggiore, Ippia minore, Ione, Menesseno;
8) Clitofonte, Repubblica, Timeo, Crizia; 9) Minosse, Leggi, Epinomide,
Lettere.
Già Trasillo escluse alcuni dialoghi e una raccolta di Definizioni
dalle sue tetralogie; ma, indubbiamente, anche tra le opere comprese nelle
tetralogie ve ne sono di spurie. Certamente spuri sono infatti: Alcibiade
II, Ipparco,gli Amanti, Teagete, Minosse; solo probabilmente spuri sono:
Alcibiade I, Ione, Clitofonte, Epinomide (quest'ultimo è quasi
certamente di un allievo di Platone, Filippo di Opunte). Per quanto concerne
le Lettere, considerate spurie fino a poco tempo fa, sono ormai attestate
autentiche.
Possiamo suddividere cronologicamente le opere
in tre periodi fondamentali:
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1)
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Scritti giovanili o socratici
(tra 395 e 388): Apologia, Critone, Ione, Lachete, Liside, Carmide,
Eutifrone, Alcibiade I, Alcibiade II, Ippia maggiore, Ippia minore,
I libro della Repubblica o Trasimaco, Menesseno,Protagora, Gorgia |
| 2) |
Scritti della maturità
(tra 387 e 367): Clitofonte, Menone, Fedone, Simposio, II-X libro
della Repubblica, Fedro. |
| 3) |
Scritti della vecchiaia (posteriori
al secondo viaggio in Sicilia, 367-5): Parmenide, Teeteto, Sofista,
Politico, Filebo, Timeo, Crizia, Leggi (questi ultimi due sono posteriori
al terzo viaggio in Sicilia, 361-0). Le lettere VII e VIII sono posteriori
alla morte di Dione (353). |
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