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FILOMUSICA

 









 











Leonard Cohen, Concerto 28.07.08
Auditorium Parco della Musica – Roma

Cohen. In una romantica Babylon

Teo Orlando - Livia Bidoli


Completo nero, cappello calato sulla fronte, circondato da sette polistrumentisti e tre coriste, le due Webb Sisters e Sharon Robinson, Leonard Cohen si presenta in Cavea con una voce profondissima per un concerto di poco meno di tre ore. Dal nono album Various positions del 1984 ha intonato la prima song delle nove della prima parte, Dance me to the end of love, introducendo il pubblico alle struggenti metafore del testo. L’eccelsa Christine Wu è chiamata a vibrare immediatamente le sue note sulla lirica che vi allude: “Dance me to your beauty with a burning violin” (danzami con la tua bellezza come un violino ardente). Il verso seguente annota invece un intersecarsi di simboli biblici evocando le radici dell’autore: "Lift me like an olive branch and be my homeward dove” (sollevami come un ramoscello d’ulivo e sii la colomba che mi riconduce a casa), rivelando la sua profonda ebraicità. Ecco però che i costumi vagamente lussuriosi dell’antica Babilonia: “Let me feel you moving like they do in Babylon” (Fammi sentire che ti muovi come fanno a Babilonia), lo ricongiungono al suo essere profondamente legato alla dimensione del corpo (in senso greco, corpo e psiche), inteso come primario sfondo relazionale con il femminile.

Durante la prima carrellata di brani storici, da The future fino all’inno religioso Anthem, si alternano Ain’t no cure for Love, l’antica ed emozionante Bird on the Wire del ’69, la ritmata Everybody Knows, incrociando In my Secret Life. Gli strumentisti sono tutti notevolissimi ed estremamente versatili, a cominciare dal sassofonista Dino Soldo, che ha imbracciato anche clarinetto e piccole percussioni, fino al preparatissimo Neil Larsen che sembrava guidare l’intera orchestra al posto di Roscoe Beck al basso.

La seconda ondata di pezzi si avvia con Tower of Song, seguita dalla leggendaria Suzanne (forse una delle canzoni che ha avuto più cover in assoluto, compresa quella italiana di Fabrizio De André), e da una russeggiante balalaika su The Gipsy’s Wife. Boogie Street - la voce calda e bassa di Sharon Robinson si leva grave sulle note cadenzate del brano –, dall’ultimo disco Ten New Songs, ha come sfondo armonico atmosfere alla Perfect Day dell’altro cavernoso cantore di strani amori, Lou Reed.
Nel raffronto con la recente versione sinfonico-minimalista di Philip Glass, ascoltata nel giugno scorso nella lussureggiante cornice di Villa Adriana, quest’ultima si distingue prima di tutto per la moltiplicazione dei brani da parte del compositore di Baltimora, in cui Sip of Wine fa brano a sé. Secondariamente per l’afflato che conduce le canzoni di Cohen ad un livello di astrazione e raffinatezza conferitagli dalla versione per opera scritta dallo stesso Glass.

Con Hallelujah, inno ebraico reso ancora più celebre dalle commoventi versioni dei due grandi colleghi Jeff Buckley e Bob Dylan, la voce di Cohen sembra sintonizzarsi con i segreti accordi della trascendenza legata ancora a valori corporei. La donna lega l’uomo alla sedia - “she tied you to a kitchen chair” - e, allo stesso tempo, dopo avergli tagliato i capelli e averlo sbalzato dal trono, gli fa proferire dalle labbra un Hallelujah - “and from your lips she drew the Hallelujah”. La contraddizione forma un aspetto basilare per Cohen, per cui la donna è origine di attrazione e seduzione quanto di distruttività molesta e arbitrio possibile solo attraverso l’allontanamento, l’abbandono di campo oppure la disfatta.

La successiva Democracy appartiene all’album più militante dell’altrimenti impolitico Cohen, The Future, la cui title track è stata eseguita nella prima parte del concerto. Il cantautore anarcoide di Bird on the Wire e di First we take Manhattan si cangia in un implacabile fustigatore del potere globalizzante. Ed infatti dichiara: “I’m neither left or right/I’m just staying home tonight/Getting lost in that hopeless little screen” (non sono né di sinistra né di destra/resto solo a casa stanotte/perdendomi in quel disperato piccolo schermo). La cosiddetta democrazia arriverà negli Stati Uniti dalle sue stesse ceneri, dai falò che bruciavano i senzatetto e i locali dei gay, o dai resti umani arsi di notte a Piazza Tien An Men.

Nello scrosciare di applausi durante i sette lunghi bis una canzone merita attenzione, la versione struggente e flautata di If it be your will della corista Hattie Webb delle Webb Sisters. La gamma variabile della voce di Hattie, che distilla inoltre suoni su un’arpa di piccole dimensioni, tinge di blu cromatico le note di questo madrigale che s’intona melodiosamente al vicino I tried to leave you, con Cohen ad una vibrante chitarra elettrica.

Con il coro a cappella di Whither thou goest si conclude il concerto di un menestrello che incanta dal fondo di una bottiglia proveniente dagli abissi di un mare di baci, “A thousand kisses deep” vietati e negati, riprendendo a raccontare, tra tormenti e lamenti, “la profonda sofferenza che rende nobili e divide” (cfr. Friedrich Nieztsche, Nietzsche contra Wagner).


Componenti del gruppo
Roscoe Beck basso, voci, direzione musicale
Neil Larsen tastiere, strumenti a fiato
Bob Metzger chitarre e voci
Javier Mas chitarre acustiche
Christine Wu violino, viola, violoncello e tastiere
Rafael Gayol batteria e percussioni
Dino Soldo tastiera, sassofoni e voci
The Webb Sisters e Sharon Robinson: coriste

 

 
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