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FILOMUSICA
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Cohen. In una romantica Babylon Teo Orlando - Livia Bidoli
Durante la prima carrellata di brani storici, da The future fino all’inno religioso Anthem, si alternano Ain’t no cure for Love, l’antica ed emozionante Bird on the Wire del ’69, la ritmata Everybody Knows, incrociando In my Secret Life. Gli strumentisti sono tutti notevolissimi ed estremamente versatili, a cominciare dal sassofonista Dino Soldo, che ha imbracciato anche clarinetto e piccole percussioni, fino al preparatissimo Neil Larsen che sembrava guidare l’intera orchestra al posto di Roscoe Beck al basso. La
seconda ondata di pezzi si avvia con Tower of Song, seguita
dalla leggendaria Suzanne (forse una delle canzoni che ha avuto
più cover in assoluto, compresa quella italiana di Fabrizio De
André), e da una russeggiante balalaika su The Gipsy’s
Wife. Boogie Street - la voce calda e bassa di Sharon
Robinson si leva grave sulle note cadenzate del brano –, dall’ultimo
disco Ten New Songs, ha come sfondo armonico atmosfere alla
Perfect Day dell’altro cavernoso cantore di strani amori,
Lou Reed. Con Hallelujah, inno ebraico reso ancora più celebre dalle commoventi versioni dei due grandi colleghi Jeff Buckley e Bob Dylan, la voce di Cohen sembra sintonizzarsi con i segreti accordi della trascendenza legata ancora a valori corporei. La donna lega l’uomo alla sedia - “she tied you to a kitchen chair” - e, allo stesso tempo, dopo avergli tagliato i capelli e averlo sbalzato dal trono, gli fa proferire dalle labbra un Hallelujah - “and from your lips she drew the Hallelujah”. La contraddizione forma un aspetto basilare per Cohen, per cui la donna è origine di attrazione e seduzione quanto di distruttività molesta e arbitrio possibile solo attraverso l’allontanamento, l’abbandono di campo oppure la disfatta. La successiva Democracy appartiene all’album più militante dell’altrimenti impolitico Cohen, The Future, la cui title track è stata eseguita nella prima parte del concerto. Il cantautore anarcoide di Bird on the Wire e di First we take Manhattan si cangia in un implacabile fustigatore del potere globalizzante. Ed infatti dichiara: “I’m neither left or right/I’m just staying home tonight/Getting lost in that hopeless little screen” (non sono né di sinistra né di destra/resto solo a casa stanotte/perdendomi in quel disperato piccolo schermo). La cosiddetta democrazia arriverà negli Stati Uniti dalle sue stesse ceneri, dai falò che bruciavano i senzatetto e i locali dei gay, o dai resti umani arsi di notte a Piazza Tien An Men. Nello scrosciare di applausi durante i sette lunghi bis una canzone merita attenzione, la versione struggente e flautata di If it be your will della corista Hattie Webb delle Webb Sisters. La gamma variabile della voce di Hattie, che distilla inoltre suoni su un’arpa di piccole dimensioni, tinge di blu cromatico le note di questo madrigale che s’intona melodiosamente al vicino I tried to leave you, con Cohen ad una vibrante chitarra elettrica. Con il coro a cappella di Whither thou goest si conclude il concerto di un menestrello che incanta dal fondo di una bottiglia proveniente dagli abissi di un mare di baci, “A thousand kisses deep” vietati e negati, riprendendo a raccontare, tra tormenti e lamenti, “la profonda sofferenza che rende nobili e divide” (cfr. Friedrich Nieztsche, Nietzsche contra Wagner).
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