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FILOMUSICA


vedi anche:

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16.10.08 Concerto Teatro dell’Opera Roma
Sydney Symphony Orchestra
direttore G. Gelmetti

Beethoven. Una sinfonia bacchica su un tappeto zigano

Livia Bidoli - Teo Orlando


L’inno trionfalmente bacchico della VII Sinfonia di Ludwig van Beethoven avvolge il pubblico con un’energia smisurata: traducendo le stesse parole di Richard Wagner, questa sinfonia si avvale di un’armonia e di un messaggio panico incommensurabili, in termini assoluti. Il primo movimento, sotto la direzione di Gianluigi Gelmetti, per l’ultimo anno alla guida della Sydney Symphony Orchestra, trasporta in un ritmo gioioso connotato da un respiro patetico appena sussurrato. Qui gli archi ed i fiati sussultano su accordi tipicamente beethoveniani che trovano nel II movimento un’ombrosità dello spirito che lievemente conforta l’anima, come dopo un abbandono. In questo tema emerge, come conferma Theodor W. Adorno, che: “La categoria di mediazione tra soggetto e oggetto nel tema stesso è quella del destino. Il segreto soggettivo è la fatalità oggettiva” [1]. Il tessuto musicale si snoda tra passi tenebrosi, oltreché celati, enfatizzando il sotterraneo fluire del tema invocato dagli archi che s’ode nel destino verdiano. La polifonia di questo movimento, con i suoi cupi accenti lirici, ricorda il contrappunto di alcuni dei più oscuri quartetti per archi, come il Quartetto in fa minore op. 95. Preludio agli ultimi drammatici lavori per archi, qui il genio beethoveniano guarda potentemente al di là della sua epoca e dei moduli espressivi del primo romanticismo.

D’altro canto il III movimento si configura in modo più tradizionale, tutto innervato di rimandi ad altre esperienze musicali coeve e di richiami ad altre sue opere, come la Sinfonia Pastorale. La penultima parte della Sinfonia assume quindi su di sé il climax dell’afflato centrale, condividendo un momento riflessivo con l’orchestra dopo il ridondante marciare del preludio. La chiosa finale del IV ed ultimo movimento folgora a mo’ di suggello la complessa partitura. Trapassando di conseguenza da un fortissimo quasi dionisiaco ad un crescendo che agisce come una ricapitolazione dell’intera sinfonia, si percepisce alla fine con animo disteso il ricorrere ed il rincorrersi dei primi soggetti tematici.

La seconda parte del concerto si fa flessuosa con l’Alborada del gracioso (La mattinata del buffone) di Maurice Ravel. Tocchi piumati su un dettato serrato e scritto per pianoforte in prima istanza (Miroirs, 1905) Si mostra fragoroso dopo aver ricevuto l’ossatura centrale dai piatti, in un crescendo ottundente, aprendosi ad episodi appena sussurrati e romanticamente intonati. L’angosciante Pavane pour une infante défunte descrive invece un tappeto oscillante sui piccoli passi di un’antica danza spagnola del ‘500. Si insinua qui il suono assoluto dell’anima, che acquista consapevolezza di essere pura natura, e che anticipa simbolicamente, nella sua effimera caducità, l’istante della morte. La musica assume la delicatezza del battere d’ali di una farfalla, la massima imitazione fisica del fruscio di un essere incorporeo, che fa quasi dimenticare la dimensione sensuale presente in lui come anche in Claude Debussy e nei pittori impressionisti loro contemporanei, da Renoir a Matisse.

Il brano rese celebre il compositore, e Gelmetti interpreta a perfezione il respiro dolente della partitura, anticipando il sussurro del Bolero nell’incedere finale, che come su una scala a chiocciola scivola dentro il dramma zigano.


[1] Theodor W. Adorno, Beethoven. Filosofia della musica, Einaudi, Torino, 2001, p. 106.

 

 
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