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NOVECENTO
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UNA FILOSOFIA DELL'INTUIZIONE: BERGSON
di Gianluca Miligi
NOTA BIOBIBLIOGRAFICA
Henry Bergson nasce a Parigi
nel 1859 da una famiglia ebraica. Conduce i suoi studi al Liceo
Condorcet, poi alla Scuola Normale Superiore ed ottiene la licenza
in lettere e matematica. Egli inizia quindi un periodo di insegnamento
nelle scuole superiori; nel 1889 consegue il dottorato in filosofia
(corrispondente all'abilitazione all'insegnamento universitario,
alla "libera docenza") con due dissertazioni: Quid Aristoteles
de loco senserit e Saggio sui dati immediati della coscienza
(1889). Questo saggio rappresenta la sua prima opera importante,
alla quale segue Materia e memoria(1896).
Ricopre in seguito, nel 1907, l'incarico di Maître des Conférences
presso la Scuola Normale Superiore e diviene due anni dopo insegnante
di Filosofia al Collège de France; i corsi da lui tenuti
ottengono un notevole successo. Nonostante alcune ostilità mostrate
nei suoi confronti dai circoli tradizionalisti legati alla Sorbona,
Bergson si rivela progressivamente la figura di spicco della cultura
filosofica francese dei primi decenni del Novecento. Pubblica molte
opere, tra cui ricordiamo il saggio Il riso (1900), in particolare
Introduzione alla metafisica (1902), che è una prima breve
summa del suo pensiero, L'evoluzione creatrice (1907),
l'opera forse più nota, L'energia spirituale (1919), Durata
e simultaneità (1922) sulla Teoria della relatività di Einstein
e Il pensiero e il movente (1934). Bergson affronta anche
i temi dell'etica e della religione nel libro del 1932 Le due
fonti della morale e della religione, avvicinandosi in seguito
al cristianesimo. Gli viene conferito nel 1914 il prestigioso titolo
di Accademico di Francia e riceve nel 1928 il Premio Nobel per la
Letteratura. Muore a Parigi nel 1941.
1. IL TEMPO E LA COSCIENZA
Al centro dell'intera filosofia di Bergson si trova la nozione di
''durata reale'' (durée reelle). Già nel Saggio sui dati
immediati della coscienza (1889), egli pone una radicale distinzione
tra due diverse concezioni possibili del tempo, ossia della durata.
La prima si determina quando ''proiettiamo il tempo nello spazio,
esprimiamo la durata in estensione, e la successione prende per
noi la forma di una linea continua o di una catena, le cui parti
si toccano senza penetrarsi''.
Questo procedimento si fonda sull'idea di una serie reversibile
della durata o anche, semplicemente, di un certo ''ordine'' nel
tempo; essa implica la rappresentazione dello spazio, e a causa
di ciò non può essere adoperata per definire la natura peculiare
della durata. Il risultato è infatti la costruzione di un tempo
schematizzato, ''spazializzato'' appunto, in una sequenza di elementi
o stati immobili, distinti, ma tutti uguali. Per quanto la durata
reale o pura risulti indefinibile, Bergson cerca comunque di delinearne
i tratti fondamentali: è ''la forma assunta dalla successione dei
nostri stati di coscienza, quando il mio io si lascia vivere e si
astiene da ogni tentativo di stabilire delle separazioni fra stato
e stato''. Egli utilizza delle similitudini prese dal mondo dell'arte
e della musica: la durata è come la fusione di note in una ininterrotta
melodia, è una successione, senza interne distinzioni, una mutua
penetrazione, un'intima organizzazione di elementi, ognuno dei quali
rappresenta il tutto, da cui viene distinto e isolato solo per effetto
di un'astrazione operata dal pensiero.
La pura durata ''potrebbe essere benissimo nient'altro che una successione
di cambiamenti qualitativi che si fondono, che si compenetrano,
senza contorni precisi, senza nessuna tendenza a esteriorizzarsi
gli uni nei confronti degli altri, senza nessuna parentela col numero:
sarebbe l'eterogeneità pura'', che si differenzia dalla omogeneità
intrinseca alla strutturazione dello spazio. Il senso del divenire
coincide con la durata, escludendo la giustapposizione di stati
ed istanti diversi e separati, poiché è un flusso continuo, nel
quale, in termini strettamente temporali, il passato si proietta
sul presente e si compenetra ad esso. Ogni stato, considerato in
sé, è un perenne divenire e ciò costituisce un limite insormontabile
per la comprensione spaziale-simbolica. La durata reale, di conseguenza,
in quanto divenire implica sempre l'insorgere di qualcosa di ''nuovo''
e di ''imprevedibile'' e si rivela essere una ''creazione continua''
o autocreazione. La concezione della durata, a partire da queste
formulazioni, si impone come il vero Leitmotiv del pensiero
bergsoniano e deve perciò essere còlta nei diversi ambiti - ontologico,
gnoseologico eccetera - in cui si manifesta.
Il tempo espresso come durata, come puro divenire, è ''assoluto''
per la coscienza che lo vive: la coscienza ''dura''. Bergson afferma
che c'è almeno una realtà che tutti possiamo cogliere nell'interiorità
ed è proprio il ''nostro io che dura'', il nostro io nel
suo fluire temporale. Quelli che appaiono come degli stati della
coscienza stessa, gli stati psichici, in realtà, in quanto distinti,
simbolizzati come elementi spaziali e giustapposti l'uno all'altro,
non rappresentano la vera vita coscienziale, ma solo l'io superficiale,
schematizzato, esteriorizzato: in profondità invece si può avvertire
una fluida continuità. Bergson, sulla linea dello spiritualismo,
sostiene in termini ''cartesiani'' che ''l'esistenza di cui siamo
più decisamente sicuri, quella che conosciamo con maggior chiarezza,
è la nostra senza dubbio. Potremmo giudicare infatti esteriore e
superficiale la nozione che possediamo degli oggetti esterni; ma
per quel che riguarda noi stessi, percepiamo intimamente e profondamente''
(Evoluzione creatrice). Egli spiega come ogni stato di coscienza
si arricchisca continuamente della durata che raccoglie e nota,
acutamente, che non c'è differenza tra il cambiare di stato e il
permanere nello stesso stato. Questi ''stati'' non costituiscono
nemmeno in senso rigoroso una molteplicità, se non una volta vissuti
e fatti oggetto di rappresentazione, poiché nella coscienza avviene
una ''transizione continua'' o compenetrazione assoluta di tutti
gli elementi.
Bergson propone molte metafore, che però, come egli stesso dichiara,
sono in quanto tali inadeguate a fornire un'immagine del processo
o divenire vitale della coscienza; tra queste troviamo quella dello
srotolarsi di un gomitolo che è, al contempo, l'arrotolarsi del
filo in un altro gomitolo. La coscienza è ''il progredire del passato
che rode l'avvenire e ingrossa a mano a mano che avanza'', ed è
perciò un continuo crescere su sé stessa. ''Coscienza vuol dire
memoria'', conservazione del passato nel presente ma anche
anticipazione dell'avvenire: questa è l'altra tesi fondamentale
di Bergson. Di conseguenza, una coscienza non può vivere due stati
identici, poiché dovrebbe incessantemente finire e rinascere, ma
ciò rappresenterebbe la negazione della memoria e quindi la pura
''incoscienza''.
Se la coscienza è memoria, la memoria, cui Bergson dedica interessanti
analisi - in particolare in Materia e memoria (1896), che
mette a fuoco in generale il rapporto tra spirito e materia - non
deve essere intesa in senso materialistico. Si devono distinguere
due forme di memoria, quella dei ''meccanismi motori'' e quella
dei ''ricordi indipendenti''. La prima è la memoria dello spirito,
la memoria ''per eccellenza'', la seconda è invece legata ad un
''esercizio abituale del corpo'', ad una automatica ripetizione
di azioni e si può perciò definire memoria del corpo o memoria-abitudine.
La prima forma di memoria registra, come ''immagini-ricordo'', tutti
gli avvenimenti della nostra vita a mano a mano che si svolgono;
coglie ogni dettaglio, lascia ad ogni fatto e a ogni ''gesto'' il
suo posto nel tempo trascorso. Questa memoria non ha fini di utilità
e di azione pratica, immagazzina il passato solo per effetto di
una necessità naturale e rende possibile il riconoscimento intellettivo
di una percezione già provata, di un'immagine trascorsa. Bergson
ne esemplifica il funzionamento riferendosi al sogno; nella dimensione
onirica, in cui ''mi disinteresso della situazione presente'' -
nonostante il presente o l'''attualmente vissuto'' rimanga il segno
fondamentale della coscienza -, emergono ricordi legati a eventi
e dati remoti dell'esistenza: il passato rimane quindi depositato
nel fondo della coscienza e può in ogni momento riaffiorare. ''Ma
ogni percezione si prolunga in un'azione nascente; e via via che
le immagini, una volta percepite, si fissano e si dispongono in
questa memoria, i movimenti che le prolungavano modificano l'organismo,
creano nel corpo nuove disposizioni ad agire''.
Si crea in tal modo un'esperienza d'altro genere che si deposita
nel corpo, e cioè una serie di meccanismi già impostati di cui si
prende coscienza nel momento in cui essi entrano in funzione. Questa
coscienza di un intero passato di ''sforzi'' raccolto nel presente
indica una memoria molto differente dalla prima, dal momento che,
concentrata nel presente, è sempre tesa verso l'azione e quindi
verso il futuro. Essa trattiene solo i movimenti coordinati mediante
l'intelligenza, in questo modo si consolida lo sforzo accumulato;
gli sforzi passati non vengono richiamati come immagini-ricordo,
ma nell'ordine rigoroso con cui concorrono a realizzare i movimenti
attuali. Come afferma Bergson, tale memoria ''non rappresenta il
nostro passato, ma lo gioca'', lo attiva prolungando l'effetto delle
immagini fino al momento presente. È basata sulla peculiare funzione
del cervello, che consiste nel far riemergere da un fondo ''dimenticato''
quei ricordi che in proiezione futura possono essere utili all'azione.
Il cervello è allora ciò mediante cui si traduce in movimento e
si materializza la vita dello spirito. Questa, per ricordare la
nota metafora bergsoniana, trascende, come una sinfonia i movimenti
della bacchetta del direttore, i meccanismi cerebrali. Tra il piano
dell'azione e quello del rivolgimento al passato, del sogno, si
determina comunque un'infinita intersezione di piani intermedi e
una continua e reciproca interazione.
2. INTUIZIONE E INTELLIGENZA: METAFISICA E SCIENZA
Quella bergsoniana si può definire, dal punto di vista della conoscenza,
una ''filosofia dell'intuizione''. L'intuizione, come si
legge in Introduzione alla metafisica, è quell'atto metafisico,
quella ''simpatia'', mediante cui ci si inserisce nell'interiorità
di un oggetto e si attua una ''coincidenza'' con ciò che c'è in
esso di unico e di inesprimibile, dunque con qualcosa di ''assoluto''.
L'intuizione si distingue dall'intelligenza - strumento proprio
della scienza -, che è invece analisi. In base al procedimento analitico
si operano ''rigide'' distinzioni e si riconduce l'oggetto a elementi
già noti, ossia comuni a più oggetti: questa è una conoscenza del
relativo che si serve di simboli e schemi astratti (in tal senso
opera in maniera simile all'intelletto astratto definito da Hegel).
L'analisi è l'espressione di una cosa ''in funzione di qualcosa
che essa non è''; è una traduzione, una spiegazione simbolica. In
generale, l'intelligenza pensa la realtà mobile e fluida attraverso
la mediazione dell'immobile. L'intuizione è invece l'organo della
metafisica, di una metafisica autentica che secondo Bergson non
consiste, come nel pensiero filosofico tradizionale, nel passaggio
dal divenire ad una struttura o entità immutabile, ma, al contrario,
dal superamento dell'immutabile nel divenire, nella durata.
La vita interiore è insieme varietà di qualità, continuità di progresso
e unità di direzione; non può essere tradotta in un'immagine - che
però ha almeno il vantaggio della concretezza - né, a maggior ragione,
in un concetto o in un'idea astratta propri della conoscenza intellettiva
o scientifica. Questa è per sua natura inadatta a cogliere la realtà
della durata, la sua essenza profonda, che può essere penetrata
solo attraverso l'intuizione metafisica. L'insufficienza dei concetti
si mostra, ad esempio, nel fatto che la durata viene definita come
molteplicità in quanto costituita da un insieme di stati di coscienza,
i quali però non sono distinguibili poiché trascorrono e si prolungano
l'uno nell'altro. In questo senso si potrebbe parlare di un'''unità''
sui generis, ''che si muove, e cangia, e varia di colore'',
diversa dall'unità concettuale, immobile e vuota. Neanche la combinazione
dei concetti di ''unità'' e ''molteplicità'' è in grado di rendere
la natura della durata, la quale è originariamente un ''vissuto'',
la sostanza della vita della coscienza. L'intelligenza, che per
Bergson è una facoltà che serve alla vita pratica, domina esclusivamente
la dimensione della materialità, spazialità, omogeneità e divisibilità,
attraversi cui il pensiero cerca di ricostruire in modo aporetico
la durata, componendo una serie di ''immobilità''.
In questa prospettiva, egli critica il metodo della psicologia ''scientifica'',
la quale risolve analiticamente l'io in una serie di sensazioni,
sentimenti e rappresentazioni; l'io viene così sostituito da un
insieme di fatti psicologici. Non si pone più così una distinzione
tra razionalismo ed empirismo poiché entrambi, procedendo per analisi,
hanno come risultato la frammentazione della coscienza, della ''personalità'',
in stati immobili. Questi sono solo ''elementi di una traduzione''
e non ''parti dell'originale''. L'unica differenza è che l'empirismo
cerca all'infinito l'unità dell'io nella dispersa molteplicità degli
stati psicologici, mentre il razionalismo, mediante astrazione,
concepisce l'unità come forma priva di materia, assolutamente vuota
e indeterminata: questa è la fisionomia del ''concetto''. Se la
conoscenza in generale assume una connotazione pratica e pragmatica,
in quanto serve all'azione, ''per prendere una decisione, per trarre
un vantaggio, per soddisfare un interesse'', la filosofia per Bergson
deve, al contrario, ricercare una rappresentazione, o meglio un'intuizione
unica e semplice, che sia conoscenza ''disinteressata'' dell'oggetto,
incentrata sulla cosa e non sul concetto. Se l'analisi opera sull'immobile,
l'intuizione ''ci inserisce nella mobilità, che è quanto dire nella
durata''. Bergson - questa è una tesi importante - afferma che dall'intuizione
si può passare all'analisi, ad una costruzione concettuale, ma che
non vale il procedimento inverso.
Sui limiti dell'analisi è degno di nota quanto egli scrisse - siamo
agli albori del cinema, nel 1907 - a proposito della natura cinematografica
del meccanismo conoscitivo. Nel caso del movimento nello spazio,
l'''artificio del cinematografo'' riproduce in fondo l'artificio
della percezione, dell'intelligenza e anche del linguaggio, poiché
consiste nel proiettare un filmato con un apparecchio che svolge
una pellicola, e la pellicola è costituita da una serie di istantanee,
di fotogrammi di un evento (ad esempio, la parata di un reggimento).
Questo tentativo di ricostruire il movimento a partire da elementi
fissi, immobili, per sua natura dà luogo a una ''contraddizione''
e perciò non è adeguato a cogliere l'essenza del movimento: il movimento
non può derivare dall'immobilità. Il ''metodo cinematografico'',
al di là della dimensione pratica, conduce, in ultima analisi,
all'assurdo.
Sulla struttura logica di questo metodo si basa - è un punto interessante
- anche l'argomentazione mediante cui Zenone, con il noto esempio
della freccia, nega l'esistenza del movimento: in un dato istante
la freccia in volo è ferma, perché altrimenti il suo movimento si
realizzerebbe in due diversi istanti; è impossibile però che un
istante sia composto da più istanti. Bergson cerca comunque di confutare
la rigorosa logica di Zenone, che è rimasta per molti versi alla
base del pensiero filosofico, asserendo che essa non si rende conto
che la durata - quindi l'intervallo, la traiettoria - ''si crea
tutto d'un tratto''. La conclusione è che, se è possibile suddividere
a piacere la traiettoria ''una volta creata'' non si può però mai
suddividere l'atto della sua creazione, che è sempre in sé enérgeia,
atto progressivo e non ''cosa''.
3. L'EVOLUZIONE CREATRICE
Il percorso filosofico di Bergson è partito da un'indagine sui dati
immediati della coscienza, dalla quale è emerso, come tesi fondamentale,
che è la ''durata'' reale a costituire l'essenza della coscienza
stessa. Egli ha conseguentemente impostato la sua filosofia sull'intuizione
della durata, come è testimoniato anche dalla teoria intorno alle
due forme di conoscenza. Oltre la riflessione sul rapporto spirito
(coscienza)-corpo, Bergson ha dovuto perciò affrontare, in particolare
in L'evoluzione creatrice (1907), in chiave ''cosmologica'',
l'esistenza della durata, la dimensione del divenire nel mondo esterno.
Per un essere cosciente l'esistenza equivale al mutamento, il mutamento
alla maturazione e questa al crearsi da sé stesso indefinitamente.
Anche il mondo inorganico-materiale, però, è coinvolto, al di là
dell'apparenza, nella durata, nel divenire: si può affermare allora
che ''l'universo dura''. La percezione è ciò che isola un oggetto
e fornisce così le linee-guida per l'azione, ma è l'insieme universale,
la totalità delle interazioni tra i corpi la vera realtà del mondo.
Il vivente, l'organismo, non può coincidere con l'oggetto della
percezione perché è qualcosa, durando, che si evolve e condensa
in sé il tempo.
Bergson conduce una penetrante critica che coinvolge sia il meccanicismo
che il finalismo, in quanto basati entrambi su schemi intellettualistici.
Il meccanicismo implica una metafisica in cui la totalità della
realtà è posta tutta insieme, come fosse eterna, e quindi la durata,
il tempo, che permangono solo come espressione dei limiti conoscitivi
del soggetto, sono, in ultima analisi, negati. Il finalismo ha lo
stesso principio del meccanicismo ma in forma rovesciata, poiché
''alla spinta del passato'', per cui un dato è determinato come
risultato di una serie di cause, sostituisce ''l'attrazione del
futuro'', ossia prefigura un modello preesistente, un'Idea, una
Forma che la serie stessa dovrà necessariamente realizzare. La vita
- come l'azione che è sua espressione - o in generale la realtà,
è invece per Bergson creazione incessante che apporta l'''imprevedibile''
e il ''nuovo''. La realtà deve essere compresa in termini di evoluzione.
Ma il grande obiettivo della speculazione bergsoniana non è individuare
il risultato ultimo e perfetto dell'evoluzione, ma piuttosto cogliere
il suo unitario principio. Egli recupera il senso positivo nella
dottrina del finalismo: il mondo è un'armonia, ma un'armonia tendenziale,
non attuale, in quanto ammette al tempo stesso disarmonie, regressi
e accidentalità, e quindi include la contingenza. Diversamente dal
finalismo ''radicale'', la concezione bergsoniana prevede una ''visione
del passato alla luce del presente''.
La tesi centrale, che si pone anche come principio di dimostrazione,
è che ''la vita, sin dalla sua origine, è la continuazione di un
solo e medesimo slancio che si è diviso in linee di evoluzione divergenti'':
lo slancio vitale (élan vital). A partire da un'origine
comune, le specie tendono ad accentuare la loro divergenza nel corso
dello sviluppo, ma proprio in base allo slancio vitale originario
mantengono, in alcuni aspetti particolari, un'identica natura. La
vita, che è una creazione che prosegue indefinitamente, procede
per ''dissociazione'' e ''sdoppiamento''; si può dire che essa effettui
uno scopo, che è intrinseco, immanente, anche in linee dell'evoluzione
tra loro indipendenti. Bergson propone l'esempio dell'occhio: in
esso la struttura complessa contrasta con la semplicità di funzionamento:
questo dato non può essere spiegato mediante un meccanismo o attraverso
il finalismo, né dalla concezione meccanicistica dell'evoluzione
di Lamarck e di Darwin. L'unità e la semplicità vitale dell'organo
è reale, mentre la sua struttura complessa appare tale attraverso
gli schemi intellettualistici dell'analisi scientifica. La natura
infatti forma l'occhio in modo analogo al semplice e indivisibile
atto con cui solleviamo una mano.
Bergson segue le tappe del percorso evolutivo, così come si configura
nel mondo vegetale e in quello animale. L'evoluzione degli Artropodi
raggiunge un punto culminante diverso da quello raggiunto dai Vertebrati,
rappresentato dall'uomo. Le due diverse linee di sviluppo sono segnate,
rispettivamente, dal prevalere dell'istinto e dell'intelligenza;
nell'uomo comunque si ritrovano entrambe queste ''tendenze''. L'istinto
è la facoltà di utilizzare a fini naturali strumenti organici, mentre
l'intelligenza è la facoltà di fabbricare oggetti artificiali; sul
piano della conoscenza innata, il primo si rivolge alle ''cose'',
alla materia, mentre la seconda ai ''rapporti'', alla forma. Oltre
c'è l'intuizione della realtà del divenire, della vita, che fa cogliere
la ''genesi ideale della materia''. L'evoluzione segnata dallo slancio
vitale talvolta si arresta, contrastata dalla legge del minimo sforzo
e dell'autoconservazione, e ricade su sé stessa. La materia
consiste in questa ricaduta, nell'''interruzione'' della tensione
vitale, nell'insorgere della infinita divisione degli enti (individuazione).
La materia è anch'essa non una cosa, ma una tendenza o forza contraria,
un movimento inverso rispetto al processo della vita e della natura.
Per Bergson essa non è la negazione del processo di evoluzione,
della ''realtà positiva'', ma la sua inversione, il suo opposto.
La materia e la spazialità-estensione - àmbito dell'ordine geometrico,
dell'automatismo - non hanno perciò origine da un principio
diverso dallo slancio vitale, che è alla base della creazione continua,
ordine del vitale, della volontà: rappresentano la soppressione
di quest'ordine, che è insieme sostituzione, presenza di un ordine
diverso.
L'aporia del discorso bergsoniano deriva dal fatto che, al tempo
stesso, la materia e l'estensione, di cui si deve spiegare la genesi,
rimangono in sé un elemento di ''negatività interna'' alla positività
dell'evoluzione creatrice. È l'uomo soltanto, come coscienza, libertà
e apertura all'azione (diversa dall'automatismo dell'animale), che
può sostenere lo slancio vitale e quindi la creazione, il divenire.
All'origine della vita, dice Bergson, c'è una coscienza o ''supercoscienza'',
che è un ''esigenza di creazione''. L'uomo, con le manifestazioni
più elevate della sua attività e natura - la società, l'arte, la
morale, la religione -, supera i limiti imposti dalla materialità
e rappresenta, in ultima istanza, la linea fondamentale, che mai
si arresta, di una complessa ed universale evoluzione.
Un luogo decisamente interessante del pensiero bergsoniano è l'analisi
dell'idea del ''nulla'' (néant o Rien), presente nel capitolo
IV di L'evoluzione creatrice, (precedentemente apparsa nella
''Revue philosophique'', 1906); questa idea è considerata ''l'invisibile
motore del pensiero filosofico''. Il ''nulla'' assoluto è concepito
da Bergson essenzialmente come ''annullamento'' totale, concetto
che si rivela però autocontraddittorio o ''distruttivo di sé stesso''.
La sua argomentazione si sviluppa in questi termini: se anche l'universo,
il tutto, venisse soppresso o si inabissasse ''nel silenzio e nella
notte'', ci sarebbe sempre ''ciò che'' sopprime. Bergson mira a
dimostrare in generale che la soppressione di qualcosa implica,
al tempo stesso, il subentrare di qualcos'altro. Anche pensare l'abolizione
di una cosa non è possibile che mediante la rappresentazione, implicita
o esplicita, della presenza di un'altra cosa. In ultima analisi,
la soppressione di un oggetto esterno o interno (stato di coscienza)
è sempre una sostituzione, un ''rimpiazzamento''.
Bergson assume, per confutarla, l'ipotesi che sia possibile una
progressiva, oggetto dopo oggetto, abolizione del tutto. Ma ciò,
come dimostrato, è sempre una progressiva sostituzione e perciò
l'emergere di un diverso oggetto: ne deriva l'impossibilità dell'abolizione
del tutto. L'annullamento delle cose si presenta come una ''cosa''
e quindi risulta inevitabilmente contraddittorio. L'idea stessa
dell'''inesistenza'', il giudizio che nega l'esistenza, suppone
l'esistenza dell'oggetto che si assume non esista; l'inesistenza
allora non è altro se non la posizione dell'esistenza ''con in più
la rappresentazione dell'esclusione dalla realtà''. Nella prospettiva
bergsoniana, il nulla è sempre relativo e coincide con la posizione
del ''diverso'': è lo stesso esito dell'argomentazione platonica
nel Sofista. Nell'universo quindi non esiste il vuoto (vide).
Con questa analisi, segnata da notevole spessore teoretico, ma anche
da interne aporie, Bergson ha cercato di sostenere la sua concezione
dell'universo come continua evoluzione e creazione.
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