Glauben und Wissen e "ground zero"
Intervento di Francesco Saverio Trincia su J.
HABERMAS, "Fede e sapere"
La posizione
di Habermas rivendica positivamente la categoria della riflessione,
e la differenza tra fede e sapere che ne consegue. La sua è una
posizione antidialettica che Hegel definirebbe "illuministica",
se ciò significa quella negatività verso l'assoluto divino
che non si sviluppa nel suo "superamento" nell'assolutezza
infinita della ragione dialettica, ma piuttosto come fissazione di un
luogo dell'infinito divino e dell'assoluto, con il quale l'intelletto
deve perciò comunque intrattenere un rapporto.
Propongo di interpretare il Glauben und Wissen
habermasiano per quello che esso esplicitamente è e vuole essere
(o, se si preferisce, per quello che il lettore attento alla provocazione
in esso contenuta avverte essere il suo valore intrinsecamente pratico):
non tanto o non solo come una riflessione accademica sui limiti del
concetto di secolarizzazione, ma come una risposta filosofica all'11
settembre newyorkese. Esso nasce come esito del voluto cortocircuito
tra l'evento più traumatico della storia del mondo occidentale
dalla fine della seconda guerra mondiale, da un lato, e uno dei punti
alti della storia della filosofia occidentale (quello in cui si produce
il distanziamento dalla filosofia di Kant e l'apertura hegeliana dell'orizzonte
del divenire storico immanente e assolutizzato), dall'altro lato. Per
questo motivo, il saggio si presenta con la fisionomia paradossale di
un Glauben und Wissen antihegeliano. La risposta che la 'filosofia integralmente
mondana' di Habermas (di quella filosofia che, lo si ricordi, segue
il filo conduttore metodologico della "trascendenza dall'interno")
offre all'atto terroristico, alla strage, all'inaugurarsi di una stagione
di sfide radicali rivolte all'universo liberaldemocratico, alle sue
istituzioni, alla via verso la felicità declinata nei modi al
tempo stesso massificato e più radicalmente individuali (ma anche
alle sue ingiustizie e ai suoi squilibri), intende ispirarsi all'atteggiamento
filosofico di Kant. Ma Kant (e gli altri filosofi "della riflessione
della soggettività", come suona il sottotitolo del saggio
hegeliano scritto proprio due secoli fa , ossia Fichte e Jacobi) sono
gli oggetti polemici del primo Glauben und Wissen. Dunque, il saggio
habermasiano si presenta anzitutto come una 'palinodia antihegeliana',
enfatizzata dall'uso dello stesso titolo.
Una palinodia che discretamente , ma anche chiaramente, allude alla
necessità di ripensare l'immanentismo in cui si radica ogni declinazione
della secolarizzazione e del "disincanto del mondo", e di
orientarsi nella direzione di una filosofia dualistica. E' questa filosofia,
sembra voler dire Habermas, che si mostra capace di riattivare il percorso
inverso che muove dal sapere mondano, e dal saeculum in genere , per
giungere a riprendere contatto con l'universo 'altro' della fede religiosa.
Tale percorso è "inverso" rispetto al processo 'discendente'
in cui consiste la vicenda della secolarizzazione, nel corso della quale,
con le parole di Habermas "le forme di pensiero e di vita religiose
vengono sostituite da equivalenti razionali, comunque superiori".
La filosofia dualistica che innerva il testo di Habermas non si propone
affatto di passare da quest'ultimo "errore" all'errore opposto:
quello di chi , collocandosi saldamente nella regione della fede, considera
la "genesi culturale e sociale della modernità" come
un "atto di appropriazione indebita", come una "usurpazione"
che mette in evidenza "l'aspetto decadente di una modernità
che non sa dove trovare riparo". Non si tratta, infatti di considerare
quello della secolarizzazione come un "gioco a somma zero",
dove sapere razionale e scientifico e fede religiosa possono vincere
soltanto l'uno a spese dell'altro e non possono che escludersi reciprocamente.
Quello che propongo di chiamare il "dualismo" del Glauben
und Wissen habermasiano consiste piuttosto nel conferire pari valore
ad entrambi i poli della contesa che fede e sapere vorrebbero, ciascuno,
vincere in esclusiva. E dunque nel pensare come contestuale, coesistente,
e di pari dignità il doppio processo che dalla fede conduce al
sapere (anzitutto al sapere che presiede alla volontà morale
autonoma ), e che da quest'ultimo riconduce alla prima, perché
non disconosce che l'"autonomia" della ragione naturalistica,
eticamente immanente , fiera della propria "distanza" dalla
tradizione religiosa, si "alimenta" tuttavia dei "contenuti
normativi" di quest'ultima.
Si pensi, al fine di fornire una conferma sui testi dell' interpretazione
che sto delineando , al senso logico della cruciale categoria della
"riflessione" che domina il saggio hegeliano, e che entra
in funzione determinante - ma in un significato e in una direzioni rovesciati
rispetto ad Hegel nel rapporto tra fede e sapere - al modo in cui il
Glauben und Wissen del 2001 presenta gli effetti del pensare riflessivo.
La ragione (scrive Hegel), già decaduta per aver pensato "la
religione soltanto come qualcosa di positivo", finisce per riconoscersi
come un "esser-nulla" "per ciò che essa pone il
meglio di sé, essendo solo intelletto, come un al di là
in una fede di fuori e a l di sopra di sé come è accaduto
nelle filosofie di Kant , di Jacobi e di Fichte, e per ciò che
essa si trasforma nuovamente in un'ancella della fede". Kant, Jacobi
e Fichte pongono tutti una distanza incolmabile tra l'assoluto divino
e la ragione. Essi si comportano tutti in maniera tale da spezzare,
tramite l'intervento dell'intelletto soggettivo che separa ed isola
riflessivamente, l'intero immanente, l'assoluto autentico. Essi procedono
ad una operazione di dualizzazione, di allontanamento reciproco di finito
ed infinito, di intelletto ed assoluto divino: " Secondo tutti,
l'assoluto, per l'antica distinzione, non può essere né
contro né tanto meno a favore della ragione, bensì al
di sopra di essa". Questo è, si noti, il risultato dell'"illuminismo",
che operando come noi oggi diremmo, in direzione secolarizzante, "ha
compreso la negatività stessa " e si è liberato dalla
vanità "mediante la purezza e l'infinitezza del negativo".
Il dualismo secolarizzante è un prodotto della riflessione: essa
lascia il divino al di là di sé. Ma il divino non può
essere un semplice al di là. La secolarizzazione non dissolve
il divino, semplicemente lo disloca e lo dimentica, lasciandolo tuttavia
nella sua regione obliata. L'illuminismo produce e tiene ferma la separazione
tra fede e sapere: perciò esso è destinato a dissolversi.
"D'altra parte, però, proprio per questo motivo, può
a sua volta avere solo il finito e l'empirico per sapere positivo, ma
avere l'eterno solo al di là, sicchè l'eterno è
vuoto per il conoscere, e tale infinito spazio vuoto del sapere può
essere colmato unicamente con la soggettività dell'aspirazione
e del presentimento". "Il fatto che ", aggiunge Hegel,
"la ragione dovesse rinunciare al suo essere nell'assoluto, se
ne escludesse del tutto e si comportasse rispetto ad esso solo negativamente,
divenne da allora il punto più alto della filosofia, e la nullità
dell'illuminismo, mediante il suo diventar-cosciente di se stesso, è
stata innalzata a sistema". Dunque, la filosofia ha, per Hegel,
il compito di non fermarsi alla separazione tra sapere e fede, che assegna
l'assoluto ad un al di là , facendone l'oggetto di un atteggiamento
solo "negativo": ha cioè il compito di non accettare
come ultima parola l'autoannullamento in cui l'illuminismo consiste.
Ora, che altro è "illuminismo", se non separazione,
e rapporto negativo tra fede e sapere? Ora , la posizione di Habermas
rivendica positivamente la categoria della riflessione, e la differenza
tra fede e sapere che ne consegue. La sua è una posizione antidialettica
che Hegel definirebbe "illuministica", se ciò significa
quella negatività verso l'assoluto divino che non si sviluppa
nel suo "superamento" nell'assolutezza infinita della ragione
dialettica, ma piuttosto come fissazione di un luogo dell'infinito divino
e dell'assoluto, con il quale l'intelletto deve perciò comunque
intrattenere un rapporto. Si stabilisce così un rapporto tra
il finito e l'infinito, per così dire 'bloccati' al di qua della
loro ricomposizione dialettica. L'atteggiamento "illuministico"
di Habermas si basa sull'accettazione del sapere finito e sull'astenersi
dalla pretesa di togliere la trascendenza dell'assoluto della fede.
Dunque, esattamente su ciò che Hegel respinge.
Nelle pagine del saggio di Habermas troviamo l'uso 'positivo' della
riflessione che rovescia, anzitutto sul piano delle categorie logiche
usate, il senso del saggio hegeliano. Dal punto di vista dello Stato
liberale appaiono "ragionevoli" le comunità religiose
che rinunciano alla imposizione violenta delle loro convinzioni di fede.
Perché ciò accada, tuttavia, non basta avanzare la richiesta
tollerante e laica proveniente dall'universo liberale. Dall'interno
dell'universo delle fedi monoteistiche deve sorgere una esigenza di
"pluralismo" da parte degli stessi fedeli. Tale esigenza può
essere realizzata attraverso l'intervento di una "triplice riflessione"
dei fedeli . Come si vede , la funzione separante della riflessione
che secondo Hegel agisce "negativamente" dall'interno dell'orizzonte
dell'intelletto laico e mondano , viene da Habermas positivamente attribuita
all'autoriflessione religiosa, che grazie appunto all'intervento dello
spirito riflettente (e perciò distinguente) consente di produrre
l'incontro "dissonante" con le altre religioni, l'accettazione
dell'autorità sociale delle scienze e l'"affidarsi alle
premesse di uno Stato di diritto che si fonda su una morale profana".
Alla potenza della "riflessione" Habermas finisce per assegnare
addirittura la funzione di argine contro la spinta distruttiva: "senza
una simile spinta alla riflessione, i monoteismi sono destinati, in
società irriguardosamente modernizzate, a sviluppare un potenziale
distruttivo. L'espressione 'spinta alla riflessione' comporta, in verità,
la falsa rappresentazione di un processo compiutosi e conclusosi unilateralmente.
Mentre in realtà questa opera di riflessione trova una prosecuzione
in ogni nuovo conflitto che irrompe nelle zone di transito della sfera
pubblica democratica".
Insomma: un monoteismo senza riflessione è una fede potenzialmente
violenta. L'assoluto che Hegel rivendica contro la tendenza delle filosofie
della riflessione ad assolutizzare il finito, a contrapporgli immediatamente
l'infinito e a far dell'uno la "condizione" dell'altro, non
possiede la caratteristica "monoteistica" delle fedi religiose
di cui parla Habermas, ma anch'esso si costruisce sul superamento della
riflessione. Dunque non può fungere da argine logico-filosofico
contro la pericolosa irriflessività delle fedi monoteistiche.
Tocchiamo così il (nascosto) nucleo filosofico del saggio habermasiano.
Habermas si serve della categoria della riflessione allo scopo di indicare
la separabilità positiva della fede monoteistica nell'assoluto
divino dai suoi esiti distruttivi mondani, e per metterla in contatto,
per stabilire la possibilità positiva del suo rapporto con le
altre religioni, con la scienza, con lo Stato di diritto: un rapporto,
si badi, che, proprio in quanto sostenuto dalla categoria della riflessione,
non implica l'annullamento dell'assoluto nel finito. La riflessione
che il pensiero dialettico di Hegel condanna perché separa, serve
ad Habermas per separare positivamente, allo scopo di salvaguardare,
a partire dalla fede, la fede stessa dai suoi esiti potenzialmente distruttivi.
E' evidente ( e si tratta di un completamento essenziale dell'argomentazione)
che in assenza di tale uso antihegeliano della categoria separante della
riflessione non sarebbe possibile neanche l'operazione inversa e complementare
a quella che isola il monoteismo dai suoi effetti, e cioè l'operazione
di risalimento dal sapere (morale) secolare alla sua fonte monoteistica.
In entrambe le operazioni viene infatti presupposta la permanenza della
fede nel suo al di là.
La ragione habermasiana costituisce la smentita filosofica di quella
ragione che non riconosce l'alterità della fede come aspirazione
all'infinito, dato che si autorappresenta, hegelianamente, come infinito
reale, come infinito non "cattivo". La ragione habermasiana
sembra rivolgere lo sguardo verso l'alto, verso il proprio antecedente
nella trascendenza , per scoprire l'autonomia del religioso, l'originarietà
della fede , insieme alla propria derivazione dalla fede. Tale ragione
riconosce le 'ragioni della fede' , non ne rappresenta il destino di
dissoluzione.
Kant , scrive Habermas, "si è rifiutato di far risucchiare
l'imperativo categorico nel vortice dell'interesse individuale illuminato.
Ha ampliato, invece, il libero arbitrio trasformandolo in autonomia,
dando così il primo grande esempio
di una decostruzione
secolarizzante e, al tempo stesso, salvifica delle verità della
fede. In Kant l'autorità dei comandamenti divini trova nel valore
incondizionato del dovere morale un'eco inconfondibile". E più
avanti Habermas scrive ancora più chiaramente che "Dio rimane
un Dio di uomini liberi solo fintanto che noi non livelleremo la differenza
tra il creatore e la creatura. Ossia solo fino a quando il divino 'dar
forma' rimane una determinazione che non nega l'autodeterminazione dell'uomo".
Nel rapporto verticale con la fede, la ragione morale che sa che un
cuore religioso cristiano palpita nella nozione di diritti fondamentali
della persona si cui si fondano gli ordinamenti liberaldemocratici,
mantiene comunque ferma la propria autonomia . Questa ragione sa che
il riconoscimento di una sua derivazione dalla religione non costituisce
un elemento di rischio per l'autonomia stessa. Habermas invita la filosofia
a riflettere sul triplice quesito: può la ragione secolare ospitare
in sé senza deformarsi le 'ragioni della fede'? Può la
fede essere un presupposto della ragion pratica, restando se stessa?
E, infine, può il rapporto tra fede e sapere essere disposto
teoreticamente entro un orizzonte logico-metafisico che non coincide
né con l'equivalenza razionalistica deistica, né con il
superamento dialettico?
Resta da rispondere all'ultimo, essenziale, problema: perché
Habermas compie l'operazione che abbiamo descritto? La questione incrocia
l'attualità e richiede in maniera tanto più stringente
una risposta. La risposta è che Habermas compie un gesto intrinsecamente
e originariamente (dunque anche infondatamente) morale; un gesto che
si potrebbe definire di applicazione di quello che Donald Davidson ha
chiamato - in un contesto cognitivo e non etico - il "principle
of charity" capace di assicurare la reciproca traducibilità
degli "schemi concettuali" , ma anche dei linguaggi morali.
Il "principio di carità" vuole che si presupponga che
i linguaggi diversi si incontrino e si rendano traducibili, in quanto
posseggono schemi originariamente comuni.
Essendosi posto il compito, dopo l'11 settembre, di definire il modo
filosofico di rintuzzare gli esiti distruttivi della prevalenza della
fede 'oltranzista' sulla ragione laica che presiede alle scelte politiche,
senza tuttavia chiudere lo spazio della comprensione reciproca tra linguaggi
che sembrano incompatibili (dato che il nostro linguaggio morale fonda
la nostra identità sul rifiuto di quella prevalenza e sulla autonomia
reciproca di fede e sapere), Habermas decide di ricordare che il rapporto
tra fede e sapere ci costituisce e che esso rappresenta il segmento
che abbiamo in comune con gli altri universi culturali. Con questa decisione
filosofica, che rappresenta un atto di suprema e coraggiosa scelta morale,
Habermas dice che il segmento comune costituito dal rapporto tra fede
e sapere consente al tempo stesso il dialogo con gli universi culturali
che (più intensamente del nostro, ma non diversamente dal nostro)
articolano il linguaggio del credere - ma stabilisce anche l'impossibilità,
anzi il limite del dialogo nei casi in cui il rapporto si spezza e il
dominio di una fede fanatica si rende assoluto.
Così, del tutto imprevedibilmente per chi ha cessato di pensare
in modo laico alle ragioni della trascendenza, quest'ultima diviene
luogo e strumento di un dialogo possibile, origine di una differenza
che non degenera, che può non degenerare in conflitto. Come ciò
possa avvenire è questione che un filosofo dovrebbe porsi come
urgente compito teoretico, al cospetto di un mondo che comunque non
appare disposto ad attendere le sue risposte.