La risorsa scarsa che è il "senso"
Intervento di Mario Reale su J. HABERMAS, "Fede
e sapere"
Se seguiamo
fino in fondo le suggestioni di Habermas, rischiamo così, per
una sorta di eterogenesi dei fini, di mettere capo a un medium quid
che, mentre può scontentare tutti, credenti e non, restringe
- ciò che è certo più grave - la sfera di quella
risorsa scarsa che è il "senso".
Si può essere al tempo stesso brevi, densi,
partecipi, e tuttavia un po' elusivi circa lo scopo da raggiungere.
Habermas di Fede e Sapere giunge con molti détours al suo scopo;
e, dopo esservi giunto, se la cava con una pagina scarna. Che si deve
fare - dopo aver collocato il tragico impensato dell'11 settembre sullo
sfondo di un conflitto religioso ancora aperto nel cuore delle società
"postsecolari", dopo aver riconosciuto che il Wissen non può
pretendere di ricondurre tutto a sé? Nella pagina finale di Habermas
si addensano troppe domande, proprio mentre il partito più adatto
al tema sembrerebbe esser quello dell'indicibilità.
E' su questa pagina che conviene allora soffermarsi. Che vuol dire,
innanzitutto, il motto: "prendere le distanze dalla religione senza
chiudersi alla sua prospettiva"? Potrebbe trattarsi di una semplice
indicazione metodico-ermeneutica. Come dire: niente di ciò che
è passato può essere rivisitato e riattivato senza che
ci si apra alla sua prospettiva, se si mantiene cioè verso di
esso un contegno indifferente o addirittura ostile. Ma è subito
evidente che Habermas vuole e chiede di più; in caso contrario,
come potrebbe rappresentare questa la "giusta direzione" per
far luce nel buio di un terribile conflitto religioso-culturale? E'
opportuno qui ricordare che la radicalità della suggestione habermasiana
nasce dalla liquidazione delle vie già sperimentate per stabilire
una connessione tra religione e società "postsecolari".
Tra queste, si deve almeno ricordare la via della genesi culturale,
che pone la religione a lontana scaturigine di valori, figure e istituti
del moderno mondo laico; e quella filosofica, hegeliana e posthegeliana,
che pretende di avere in comune con la religione i medesimi contenuti,
dalla filosofia espressi tanto meglio, quanto il concetto è superiore
alla rappresentazione. Habermas si tiene lontano da queste secche; così
come ci pare in complesso distante da quei luoghi del grande pensiero
politico moderno che, nella disdetta di una situazione insuperabile,
obliquamente invocano la risorsa passata o futura (mai attuale) della
religione - si tratti della religione romana di Machiavelli o della
religione civile di Rousseau, da leggere, filologicamente, in connessione
con il capitolo sul legislatore. In complesso dunque, e nonostante qualche
espressione fuorviante, Habermas oltrepassa i tentativi storici di lotta
e consumazione, nella proclamata continuità, dell'elemento religioso,
o di rapina e annessione dall'esterno delle sue risorse, o ancora i
gesti dei disperati rifondatori di antichi culti. In breve e in tutta
semplicità ci pare che questa consapevolezza habermasiana possa
essere espressa così: la religione può costituire una
"risorsa" solo a patto, o fintantochè, da alcuni almeno,
è "creduta": se questa sorgente si inaridisse completamente
tra gli uomini, nessuna riscoperta di senso vivo sarebbe più
possibile (almeno finché essa non rinasca).
Se abbiamo visto bene nell'individuazione di questo problema, si capisce
subito, allora, la difficoltà che Habermas deve incontrare quando
propone, anche a chi è religiosamente "stonato", di
attingere, più o meno direttamente, alla risorsa religiosa. Come
lo stesso Habermas ha spiegato infinite volte, per essere fecondo questo
ricorso dovrebbe avvenire nella modalità interna del partecipante,
non in quella esterna, oggettivante dell'osservatore. Ma la premessa
del ragionamento proprio questo esclude; e il discorso è chiaramente
rivolto a chi ha preso le "distanze" dalla religione, concerne
appunto il modo, riguardoso o "distruttivo", di prendere le
distanze.
Dobbiamo subito avvertire che, a nostro giudizio, Habermas non riesce
a venire a capo dell'aporia che potrebbe esser detta "dell'osservatore-partecipe".
La cosa può riuscire forse più chiara se è esaminata
da un altro punto di vista. Habermas conclude il suo discorso proponendo
"la modalità della traduzione" come sola garanzia di
una "secolarizzazione non distruttiva", o come ciò
che "l'occidente secolarizzato" può imparare dalla
propria storia. Ma subito s'incontra lungo questa via qualcosa di paradossale:
la "secolarizzazione" è già nell'intrinseco
una "traduzione", un simbolo; e se alla fine il testo originario
è stato tradito da tutti, nella guerra tra i sostenitori della
(buona) modernità e quelli che vivono la stessa esperienza come
un torto, ci si deve subito chiedere se il difetto stia solo nei contenuti
della "traduzione", o piuttosto nello strumento metodico del
"tradurre". Habermas è convinto che alzando il tiro
della traduzione, recuperando cioè nella secolarizzazione riguardosa
anche i contenuti più alti e intimi dell'esperienza religiosa,
si possa compiere il miracolo di "salvare" qualcosa di dimenticato,
seppure oscuramente insieme "rimpianto".
Chi non possiede una simile fiducia, si vede costretto, prima di tentarne
un qualsivoglia recupero, a polemizzare nella maniera più energica
contro le pretese virtù della "traduzione". Si tratta
così di argomentare che, in quanto rimesso a una singola coscienza
che abbia dato congedo alla religione, il compito di tradurre in versione
secolarizzata i contenuti profondi e propri dell'esperienza religiosa
è, al tempo stesso, sovraccaricante, difficilissimo, se non francamente
impossibile, e, quand'anche fosse possibile, improduttivo e fuorviante.
Fare "come se" Dio ci fosse ha pure i suoi problemi, i suoi
costi. Che l'immagine biblica della creazione dell'uomo sia carica di
insegnamenti antropologici si deve concedere; che però queste
"lezioni" possano essere riprese direttamente alla fonte,
anche prescindendo dalla fede in Dio, mi pare, come dicevo, estremamente
arduo. Del resto, si tratta di capire cosa si celi nella metafora dell'attingere
"alla fonte". A ragione Habermas trova che nel modello archetipo
della creazione dell'uomo a "immagine e somiglianza" di Dio
sono in questione decisivi valori umani: la libertà e l'autodeterminazione,
la diversità e l'eguaglianza, l'amore e il riconoscimento reciproco,
il limite o la finitezza (il non potersi e il non volersi fare Dio).
Ma ecco che tutti, anche chi crede dunque, si trovano nella improcrastinabile
e diuturna necessità di dover conferire senso, ossia ragioni
e parole umane (persino troppo umane, come nel caso del diritto) a questi
valori, nel difficile sforzo di attuarli o di farli viventi. Le fonti
di ispirazione sono e possono essere molteplici, né è
detto che gli effetti dipendono dalla "grandezza" della fonte.
Se non riusciamo insomma a capire, in termini di umane ragioni, la differenza
incolmabile che passa tra "creatore" e "creatura"
rischiamo un orizzonte da camere a gas (e lasciamo pur stare ora se
la discussione sull'embrione sia la sede più adatta per simili
considerazioni); ma, d'altra parte, trovare "misure" per quel
finito aperto all'infinito che l'uomo è, costituisce, di volta
in volta, un compito dannatamente serio, per il quale non bastano certo
le sole risorse religiose.
Se seguiamo fino in fondo le suggestioni di Habermas, rischiamo così,
per una sorta di eterogenesi dei fini, di mettere capo a un medium quid
che, mentre può scontentare tutti, credenti e non, restringe
- ciò che è certo più grave - la sfera di quella
risorsa scarsa che è il "senso". Ma per sviluppare
questo punto conviene ormai abbandonare l'ipotesi fin qui adombrata
- quella cioè di un recupero secolarizzato di istanze religiose
affidato alla coscienza dei singoli. Si tratta dunque di passare ad
una considerazione che a noi pare metodologicamente diversa: quella
che opera per gruppi o collettivi di credenti e non credenti. Ragionare
così vuol dire certo ritrovare sempre al fondo del giudizio,
dalla nostra prospettiva, le singole coscienze; ma almeno, da questa
prospettiva, risulta subito evidente il fatto del pluralismo, o, per
dirlo con le parole di Habermas, il quadro di "una società
postsecolare capace di adattarsi alla sopravvivenza di comunità
religiose in un ambiente che continuamente si secolarizza". Il
guaio con questo tipo di ragionamenti è che si corre subito il
rischio di evocare almeno una "guerra fredda" di religione.
Neanche Habermas si sottrae a ciò quando scrive che in ogni questione
esistenzialmente rilevante credenti e non credenti, il partito della
scienza e quello della fede, sono pronti ad azzuffarsi. D'altra parte
però, è anche vero che il "terzo partito", quello
del common sense "civilizzatore" e democraticamente illuminato,
si può costituire solo all'interno dei due schieramenti, decantandone
gli umori più pugnaci e oltranzisti. Habermas certo, mentre propone
ai laici non credenti suggestioni per un buon uso della secolarizzazione,
non manca di indicare ai fedeli una continua riflessione sulle altre
confessioni religiose, sulla scienza e il sapere, e infine sul loro
vivere e dipendere ("affidarsi") a uno Stato di diritto che
si fonda su una morale "profana". La rilevanza e la cogenza
di queste indicazioni dipendono naturalmente dal modo in cui vengono
interpretate - anche l'ultima che è certamente la più
delicata e insieme aperta al contenzioso (dove finisce una morale religiosa
e comincia una morale laica, o viceversa ?).
Da parte nostra, ci pare più produttivo ricorrere a una strategia
che unisca riconoscimento e autenticità, tra quelle "differenze
specifiche" (e all'interno di esse) che Habermas giustamente si
preoccupa di salvare, contro il rischio di una dispersione omologante.
Il primo punto dunque riguarda il riconoscimento reciproco tra le differenze
tipiche di una società postsecolare: credenti e non credenti.
L'onere appartiene qui a entrambi i gruppi, ma in misura preponderante
ai laici non credenti. Dato il carattere complessivamente secolarizzato
della società (autorità delle scienze, morale profana)
tocca ai "laici", ossia a chi vive direttamente e dall'interno
una simile esperienza, riconoscere il valore o il "senso"
connesso alla "sopravvivenza di comunità religiose".
In questa formulazione, riconoscimento vuol dire chiaramente di più
che non tolleranza liberale - un valore peraltro che non scompare ma
mantiene tutta la forza di un primo quanto decisivo orientamento. Riconoscere
vuol dire che, al di là di ogni regressa comunanza storico-culturale,
all'esperienza religiosa si assegna una viva produzione di senso che
ha valore per tutti; si ritiene cioè che essa costituisca un
arricchimento in quella dotazione (e scambio) di significati che sta
nel sottofondo della democrazia. Ai credenti d'altra parte si chiede
di riconoscere (ciò dovrebbe, almeno in linea di principio, esser
più facile) che essi non sono più, se mai lo sono stati,
totalità, ma parte di un intero "dissonante" che li
accoglie - perennemente "in partibus infidelium", o, come
anche dicono, con espressione che può diventare ambigua, "in
terra di missione". Rispetto ai punti richiamati da Habermas, che
complessivamente tratta bene questo versante del problema, si deve forse
solo specificare meglio che il gioco non è paritario, e dunque
non si può giocare, se a quelli dell'altra sponda (barthiana),
ai "senza Dio", non venga riconosciuta pienezza di coscienza
e integra capacità di produrre senso (o valori), che per i credenti
costituiscano continua "sfida" o positiva sollecitazione.
Dove invece il discorso di Habermas mostra qualche seria debolezza è
a proposito dell'autenticità, ossia di quell'esperienza il cui
onere tocca soprattutto ai credenti, sebbene, a un grado minore, riguardi
anche i non credenti. Il riconoscimento di valore ai fenomeni religiosi
dipende infatti dall'autenticità che i non credenti riscontrano
nelle posizioni di fede. Non si tratta, neanche qui, di entrare da partecipanti
nel gioco linguistico dei fedelì; si tratta di valutare, più
che intenzioni, comportamenti fattuali. La cosa è tanto più
facile ora, in quanto ciò in cui l'autenticità delle fede
si distorce, convertendosi anzi nel suo contrario, è costituito
da quel che, in senso molto ampio, si deve dire "potere" -
una categoria certo molto familiare agli uomini, in qualsivoglia situazione
si trovino. Il potere può ben assumere una maschera "spirituale",
e si presenta anzi qui nella sua forma forse più insidiosa. Raccogliendo
in una direzione diversa ma non disomogenea il suggerimento di Habermas,
gli intellettuali dovrebbero porre, crediamo, attenta cura nella demistificazione
di questo punto. Potere nella nostra accezione vuol dire pretesa al
monopolio delle coscienze, del "senso" in tutte le situazioni
esistenzialmente rilevanti, o in ogni campo della morale. Per fortuna,
può darsi che in molti casi questa pretesa non si realizzi; ma
anche così si ha perdita - la perdita di quell'autenticità
del sentire religioso, che si è riconosciuto come valore e ricchezza.
Nei casi invece in cui l'accecante strategia del potere religioso-spirituale-morale
va a segno, le conseguenze sono più gravi. Come ha riconosciuto
con giusta precisione Giacomo Marramao, il rischio è quello di
un indebolimento così sostanzioso della sfera del senso, privata
di importanti centri di attività o di produzione di valori, a
cominciare dalla stessa comune politica democratica, da rendere pressochè
inevitabile l'affermarsi del monopolio della scienza-tecnica, e della
"tecno-politica". Il discorso è certamente delicato,
perchè investe non solo quei piani della morale del nascere e
del morire, dove in linea di mero principio dovrebbe essere più
facile per i laici non credenti affermare le proprie ragioni, ma anche
i luoghi dove la religione svolge un'opera di supplenza, quando essa
cioè diviene "il medium privilegiato dell'identificazione
simbolica e la leva di protesta della stragrande massa dell'umanità"
(Marramao). Anche in quest'ultimo caso bisognerebbe saper distinguere
ciò che viene dalla distante immanenza della fede, ciò
che viene da una supplenza che chiede in prospettiva di essere esonerata
dal suo compito, e ciò infine che va nel senso di un plot di
potere politico-religioso. Ermeneutica certo ardua, per la quale bisogna
avere orecchio fino, e tuttavia non impossibile, alla quale perciò
conviene addestrarsi. Ma qui entra in gioco l'ultimo tassello del nostro
ragionamento, ossia l'auspicio che i laici non credenti abbiano anch'essi
cura della propria autenticità e della propria autonomia. In
caso contrario, si assiste allo spettacolo, in verità degradante,
che unisce due debolezze nel tentativo di fare una forza - una "forza"
che si autodefinisce morale e religiosa ma che forse converrebbe definire,
più opportunamente, ancestrale-sacrale, di mortificante costrizione
esercitata sulle coscienze, sui valori e sul senso.