Il senso di una comune impresa filosofico-scientifica.
Intervento di Virginio MARZOCCHI su J. HABERMAS,
"Fede e sapere"
Habermas
indulge almeno in parte nei confronti di una certa assolutizzazione
del momento culturale.Sia allorché, nel suo primo sguardo alla
situazione internazionale post 11 settembre, egli inquadra il fondamentalismo
come disperata risposta compensativa "al dolore causato dal disfacimento
di forme di vita tradizionali". Sia quando, restringendo il suo
sguardo al nostro occidente, egli affida le sue speranze alla "funzione
civilizzatrice di un common sense democraticamente illuminato".
Innanzitutto noterei che Habermas, in questo
denso ma anche occasionale testo, con la sensibilità che lo contraddistingue
per saper cogliere le questioni che sono nell'aria, pone a tema un argomento
(la fede, la religione) che egli stesso aveva mantenuto prudentemente
sullo sfondo, fatta eccezione forse (per quanto a mia memoria) per il
saggio "Una considerazione genealogica sul contenuto cognitivo
della morale", pubblicato in L'inclusione dell'altro del 1996.
Nonostante che l'approccio discorsivista tanto habermasiano quanto apeliano
trovasse larga eco in ambito teologico, protestante e cattolico (basti
qui fare i nomi di Arens e Metz), non solo di lingua tedesca ma anche
italiana e spagnola. Testimonianza di una tale sensibile e insieme critica
recezione dell'etica del discorso da parte della teologia cristiana
è ad esempio il volume collettaneo del 1995 Theologische Ethik
im Diskurs.
Personalmente ritengo che il tema religione entrerà sempre più
nel dibattito filosofico-politico, soprattutto se riuscirà a
farsi influente l'impostazione che J. Rawls ha tratteggiato in modo
particolarmente esplicito e programmatico nel saggio "Un riesame
dell'idea di ragione pubblica", inserito in Il diritto dei popoli
(recentemente tradotto).
L'impostazione liberale rawlsiana a me sembra caratterizzata da 2 elementi
di fondo:
- il primo elemento consiste nell'inquadrare il problema politico fondamentale
nel rinvenimento di un consenso, costituito da principi di comune intersezione
tra dottrine, convincimenti ideali (siano essi laico-filosofici o religiosi),
lasciati inquestionati nei propri presupposti di fondo e nella propria
capacità argomentativa di dar conto di sé rispetto ad
altre dottrine, quindi non chiamati a un confronto pubblico di critica
e reciproca revisione (Maffettone ha mio avviso ben colto questo punto
nel suo articolo sull'ultimo numero di Filosofia e questioni pubbliche
dedicato a "La fragile trama della ragione pubblica", allorché
invita nel dibattito pubblico ad appellarsi esclusivamente "ad
argomenti che gli altri siano in grado di comprendere e apprezzare"
(p. 8) in base ai loro previ presupposti e convincimenti);
- il secondo elemento è dato dalla tendenzialmente esclusiva
concentrazione sul problema di una convergenza ideale-normativa, cui
si accompagna l'oscuramento, la messa tra parentesi del problema sia
della costituzione di un potere coercitivamente spendibile, all'interno
e all'esterno, quindi dei rapporti di forza/potere, sia della pervasività
e durezza di meccanismi/vincoli sistemici (soprattutto in ambito economico).
Se il primo elemento, in nome dell'esigenza di dover convivere in un
unico mondo, può condurre a perdere la distinzione tra argomento
retorico-persuasivo e argomento validamente convincente e soprattutto
può condurre a immiserire il dibattito pubblico da luogo di ricerca
di convincimenti più veri e giusti a luogo di perseguimento di
decisioni comunque condivise; il secondo elemento perde di vista, a
mio avviso, il profondo intreccio esistente tra idee e interessi, tra
tradizioni e posizioni di potere, tra assunzione/interpretazione linguistica
della realtà e condizioni/prospettive materiali di vita (il momento
cioè di una critica revisione di una corrente impostazione dei
nostri discorsi/convincimenti in quanto suggerita da interessi particolari
e tacitamente all'opera).
Ora, a me sembra, che Habermas indulga almeno
in parte nei confronti di una certa assolutizzazione del momento culturale.
- Sia allorché, nel suo primo sguardo alla situazione internazionale
post 11 settembre, egli inquadra il fondamentalismo come disperata risposta
compensativa "al dolore causato dal disfacimento di forme di vita
tradizionali" (p. 8). Personalmente, infatti, mi chiederei se davvero
sia stato il disfacimento di forme di vita tradizionali a provocar dolore
o a provocar dolore non siano state le nuove forme o condizioni di vita,
per lo più esternamente indotte; in modo tale che le vecchie
hanno ripreso a esercitare forza attrattiva. Allo stesso modo mi chiederei
se il fondamentalismo non tragga buona parte della sua forza persuasiva
in una ramificata rete assistenziale, per lo meno favorita da determinati
gruppi di potere politico ed economico, alla cui sopravvivenza essa
risulta funzionale.
- Sia Habermas vi indulge, quando, restringendo il suo sguardo al nostro
occidente, egli affida le sue speranze alla "funzione civilizzatrice
di un common sense democraticamente illuminato", "terzo partito
tra scienza e religione" (p. 10), esposto sì ai pericoli
della "omologazione mediatica" e della "trivializzazione
tramite chiacchiericcio di ogni differenza specifica" (p. 15),
ma fondamentalmente sano, a patto di conservarsi "polifonico"
(p. 14). A mio avviso, però, un common sense è, come tale,
sempre e solo limitatamente polifonico, consentendo solo l'inserimento
di quelle voci o anche dissonanze che non disturbano la sinfonia complessiva;
ovvero risulta, proprio in quanto common sense, solo parzialmente/limitatamente
democratico e discorsivo, cioè poco disponibile sia a tener conto
di critiche interne radicali e quindi a dar riflessivamente conto di
sé, sia ad aprirsi alla considerazione di interessi esterni finora
conculcati e privi di efficace espressione.
Dopo un primo breve sguardo alla situazione internazionale, Habermas
ci invita considerare "il significato della secolarizzazione nella
nostra società postsecolare" (p. 9). Egli rifiuta di concepire
il rapporto tra sapere empirico-argomentativo e fede cristiana rivelata
sul modello della "rimozione" o su quello della "usurpazione"
(p. 13), per difendere invece il modello della "traduzione"
(p. 16), che Habermas stesso vede esemplificato nel Kant pratico, la
cui opera viene presentata come "una decostruzione secolarizzante
e, al tempo stesso, salvifica delle verità della fede".
A tal riguardo farei le seguenti osservazioni.
In primo luogo osserverei che regge ben poco la tripartizione: a. scienza
oggettivante/naturalizzante; b. common sense o cultura del senso comune
democraticamente illuminata; c. religione quale luogo di conservazione/tradizione
di un inesaurito "potenziale semantico" (p. 15). Kant, ad
esempio, non mi sembra poter ricadere in nessuna delle tre caselle.
Kant (anche il Kant pratico) è piuttosto, a mio avviso, uno dei
tanti che cerca (e sottolineo cerca) di sviluppare un discorso in grado
di risultare argomentativamente convincente a ogni possibile interlocutore,
indipendentemente dal suo credo religioso, dalla sua cultura di provenienza,
dal suo ruolo sociale; un discorso quindi che risulta anche critico
e innovativo nei confronti della sua propria cultura di provenienza/appartenenza.
La scienza, cui Habermas allude, è poi in vero una fede scientista,
che egli stesso dichiara quindi essere una "cattiva filosofia"
(p. 13). Personalmente, quindi, preferirei parlare di una comune impresa
filosofico-scientifica, attraverso cui noi uomini tentiamo faticosamente
di determinare e insieme allargare i limiti del realizzabile e di stabilire
che cosa ci è lecito e doveroso compiere.
In secondo luogo a me sembra che il modello della traduzione, che Habermas
avanza a riguardo del rapporto tra quella che io, unitariamente e complessivamente,
indicherei quale impresa scientifico-filosofica, da un lato, e fede
cristiana, dall'altra, risulti mortificante per entrambe. Infatti, la
prima ovvero gli sforzi rivolti nel senso di un sapere argomentativamente
convincente dovrebbero alla fin fine prendere atto del fatto di alimentarsi
di presupposti normativi di provenienza giudeo-cristiana, presupposti
che il discorso secolarizzante sembra in grado di tradurre in termini
laico-secolari (pur fra qualche perdita), ma non di giustificare e neppure
di rinnovare in chiave autenticamente universale. La religione, come
nota Marramao nello stesso numero di Micromega, verrebbe così
investita del "monopolio della risorsa di senso" (p. 25).
D'altro lato, però, la religione sarebbe destinata a subire nei
propri confronti il lavoro che, come Habermas si esprime, essa stessa
"ha a suo tempo compiuto sul mito" (p. 15), per essere così
destinata a un'opera di progressivo svuotamento e scomparsa.
Se è pur vero che alcuni cristiani avvertono come una sorta di
umiliante marginalizzazione il fatto messo in luce da Habermas, cioè
di dover "tradurre le proprie convinzioni religiose in un linguaggio
secolare, prima che i loro argomenti abbiano la prospettiva di trovare
l'approvazione delle maggioranze" o anche solo di trovare ascolto;
altri cristiani, a mio avviso, non considerano affatto la partecipazione
al confronto pubblico come una defatigante impresa di traduzione per
convincere i non credenti di quanto essi già fermamente e sicuramente
sanno in quanto credenti. Numerosi credenti (e teologi) sanno piuttosto
che le indicazioni normative ricavabili dalla Scrittura o dal Credo,
con cui esprimono, il cuore della loro fede sono estremamente vaghe
e bisognose di determinazione. Tutto il Nuovo Testamento è povero
di regole o prescrizioni: esso annuncia e propone una persona, il Cristo,
dio e uomo, che ognuno è chiamato a reincarnare nella specificità
della propria individualità e del proprio momento storico. Il
processo di laicizzazione della cultura e dello Stato può esser
visto da una prospettiva genuinamente cristiana, ammaestrata dal dogma
della incarnazione e convinta della sinergia tra umano e divino, tra
ragione e rivelazione nella loro reciproca distinzione, non come una
perdita o una marginalizzazione, bensì come una proficua occasione
sia per una essenzializzazione della fede, evitandole di entrare in
ambiti non propri o di identificarsi con specifiche concretizzazioni
storiche, sia come proficua occasione per un arricchimento/approfondimento
della fede stessa, in quanto l'articolazione di nuovi linguaggi e umane
prospettive permettono insieme al credente una più articolata
e meno selettiva comprensione del proprio patrimonio di fede (fin dagli
inizi, infatti, la teologia cristiana ha attinto largamente dal linguaggio
della filosofia e di filosofie differenti, per precisare e organizzare
il proprio discorso).
Non so proprio se ciò valga anche per altri credi religiosi;
ma ciò allungherebbe indebitamente i tempi del mio intervento.
Mi si consenta un'ultima osservazione conclusiva. Ritengo che alcuni
filosofi manchino il nucleo centrale del fenomeno religioso (almeno
cristiano), allorché lo inquadrano come un patrimonio dottrinario
e, quindi, ancor più restrittivamente, quale deposito di "contenuti
normativi". Personalmente ritengo che sarebbe più corretto
approcciarlo in termini di comunità di credenti (ciò che
Cristo, lascia, ascendendo al cielo, è infatti una comunità
di "testimoni" assistiti dallo Spirito (At 1,8)): credenti
i quali si sentono chiamati non tanto ad attuare/rispettare un corpus
di precetti, quanto a costantemente ripensare, più autenticamente
comprendere e configurare, non solo sul piano intellettuale ma insieme
nell'esperienza e nella prassi di vita, un messaggio di salvezza ancor
sempre attesa e incompiuta, in cui si esprimono radicali, ma insieme
inanticipabili, prospettive di ricapitolazione della storia, di rinnovamento/rinascita,
di scoperta dell'umano nell'incontro con colui che ha voluto ognuno
di noi come un suo sempre diverso autoritratto, di conciliazione degli
uomini con se stessi, fra loro, con il loro comune padre e con l'intero
creato.