Pedagogika.
I Quaderni, VII, 3
Nietzsche,
il ribelle aristocratico
di Ambrogio Cozzi
Il testo di Losurdo prova a smontare
“l’ermeneutica dell’innocenza” (come l’autore
stesso la definisce) che ha interpretato come metafore la necessità
di una divisione in caste della società, il dominio dei
forti sui deboli per la creazione di un’èlite antidemocratica
mondiale, l’accusa alle rivoluzioni di essere la prosecuzione
del Cristianesimo in chiave socialista, il darwinismo sociale
predicante “l’annientamento di milioni di malriusciti”.
Tutte queste idee nietzscheane secondo Losurdo vanno interpretate
non in chiave metaforica, ma in chiave letterale, attribuendo
al presunto apolitico Nietzsche una chiara coscienza politica.
Questa operazione viene compiuta e legittimata dall’autore
calando Nietzsche nel clima intellettuale del suo tempo, mettendolo
a confronto con il Burke nemico della rivoluzione francese o il
Gobineau teorico delle differenze razziali, ponendo così
le premesse per collocare Nietzsche come “ribelle aristocratico”,
pensatore aristocratico dotato di una radicalità estrema.
Il problema di Nietzsche è quello che un’intera fase
storica pone alle classi dirigenti europee. Il blocco sociale
al potere si trova di fronte le conseguenze di un imponente processo
di emancipazione innescato dalla rivoluzione francese e proseguito
dal movimento operaio (illuminanti in questo senso le pagine dedicate
all’eco della Comune di Parigi nelle pagine dei filosofi
dell’epoca). Come evitare uno sconvolgimento radicale degli
ordinamenti che storicamente garantivano il dominio e i rapporti
di proprietà dei ceti privilegiati?
Due sono state le strade imboccate dal liberalismo europeo: la
prima punta al compromesso e a una rivoluzione dall’alto
che tenga conto dei nuovi rapporti di forza e punti all’inclusione
delle masse e all’assorbimento dei loro gruppi dirigenti;
la seconda identificando la democratizzazione con la fine della
stessa civiltà europea si orienta per una controffensiva
in grande stile che rifiutando le mediazioni sfida i processi
di emancipazione sul loro stesso terreno: politica di massa, cesarismo
plebiscitario, agitazione sciovinistica.
In questa prospettiva si dipana la filosofia di Nietzsche, risalendo
nella storia millenaria della “rivolta degli schiavi”,
ritrovandone le radici in Socrate e Platone e nella loro individuazione
dei fondamenti logici dell’uguaglianza nella comune ragione,
proseguendo attraverso l’universalismo dei profeti ebraici,
la predicazione di amore e fratellanza del Cristianesimo ….
Rimane da chiedersi quanto l’interpretazione di Losurdo
sia esaustiva. Il merito del testo consiste, a nostro parere,
nel mostrare gli effetti indesiderabili del pensiero nietzscheano
quando fuoriesce dal campo della poesia e dell’arte e irrompe
nella vita pratica. Questo non vuol dire che questo approccio
sia in sé esaustivo. Del resto lo stesso Losurdo parla
di eccedenza teorica del pensiero di Nietzsche e dell’impossibilità
a rinchiuderlo in interpretazioni monocratiche, della possibilità
di imparare da Nietzsche l’arte dello smascheramento e di
“far valere la sua metodologia contro il progetto politico
a lui caro e, soprattutto, contro l’ideologia oggi dominante”.
Rivelata la parzialità, per altro sottolineata dall’autore
anche nella scelta della traduzione, le polemiche apparse in seguito
alla comparsa del testo, spesso si sono rivelate più delle
difese d’ufficio di una sorta di separatezza della filosofia
rispetto al mondo. Il testo allora si pone come un contributo
utile per ridiscutere questa separatezza, per rimettere i piedi
nel mondo, assumendosene le responsabilità rispetto alle
parole che lo dicono, rilevando come quelle stesse parole siano
immerse nel mondo. Un testo quindi utile, che sottrae la filosofia
all’ambito di un mondo a parte, e che nella sua parzialità
ci invita comunque a riflettere sul mondo d’oggi.