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della Società Filosofica Italiana, sezione di Salerno (http://www.sfisalerno.it),
giugno del 2003
Egualitarismo
e antiegualitarismo in Nietzsche
INTERVISTA AL PROF. DOMENICO LOSURDO
(Università degli Studi di Urbino)
di Nello De Bellis
1) Quali sono, oggi, le forze e i movimenti anti-egualitari, e
quali trarrebbero diretta ispirazione dal pensiero nietzscheiano?
Non c’è dubbio che la destra
estrema, la destra tradizionale, continua ad ispirarsi a Nietzsche.
Ma è altrettanto indubbio che l’anti-egualitarismo
oggi realmente pericoloso è quello che rifiuta di riconoscere
il principio dell’uguaglianza delle nazioni, cui contrappone
il primato dell’Occidente quale erede della tradizione greco-romana
e della tradizione ebraico-cristiana, e quale incarnazione privilegiata
e unica della Civiltà in quanto tale. Come si atteggia
o come si atteggerebbe Nietzsche nei confronti di questi motivi?
Per un verso egli, nonché il principio dell’uguaglianza
tra le nazioni, respinge con orrore già l’idea di
nazione in quanto tale, essa stessa affetta, ai suoi occhi, da
un odioso egualitarismo: mette sullo stesso piano, equipara come
cittadini sia i signori sia gli schiavi, sia la «razza»
dei dominatori sia la «razza» dei servi (è
quello che ho chiamato il «razzismo trasversale»).
Per un altro verso Nietzsche, che ben conosce gli aspri conflitti
storicamente verificatisi tra ebraismo e cristianesimo e tra cristianesimo
e antichità classica, potrebbe solo guardare con disprezzo
alla rinnovata Crociata contro l’Islam e al mito genealogico
dell’Occidente «greco-romano-ebraico-cristiano»,
investito della missione di evangelizzare, civilizzare e dominare
il mondo.
2) In che rapporto possiamo porre la critica
al Giudaismo e al Cristianesimo del giovane Hegel (confluita e
sviluppata successivamente nella Fenomenologia dello Spirito)
con quella di Nietzsche, segnatamente espressa nella Genealogia
della Morale?
Conviene intanto distinguere tra ebraismo
e cristianesimo. Per quanto riguarda il cristianesimo, si potrebbe
dire che le analisi di Hegel e Nietzsche convergano: per entrambi
la predicazione evangelica è un momento dell’avvento
della modernità; per entrambi, prima di dispiegare la sua
efficacia politica nel corso della rivoluzione francese, l’idea
di eguaglianza ha trovato la sua prima formulazione, in chiave
religiosa, per l’appunto nel cristianesimo; per entrambi,
questo movimento ha inferto il primo duro colpo alla schiavitù
antica. Epperò, il giudizio di valore espresso su questi
processi storici è nei due autori del tutto contrapposto.
Più complesso si presenta il discorso relativo all’ebraismo.
Nel mio libro chiarisco che dall'antisemitismo razziale propriamente
detto, le cui pratiche di esclusione e oppressione non consentono
via di scampo proprio perché naturalisticamente motivate,
conviene distinguere sia la giudeofobia (un atteggiamento di insuperabile
ostilità nei confronti della tradizione culturale e religiosa
ebraica, che stimola una carica discriminatrice, più o
meno radicale, sul piano politico e/o sociale) sia l'antigiudaismo
(un atteggiamento critico che però, non mette in discussione
l'uguaglianza civile e politica). A proposito di Hegel, si può
parlare solo di antigiudaismo: la critica della tradizione ebraica
non solo non stimola un atteggiamento discriminatorio ma si accompagna,
nella Filosofia del diritto, alla rivendicazione della piena uguaglianza
civile e politica degli ebrei. E’ una considerazione che
potrebbe essere fatta valere anche per autori come Voltaire o
come Marx. Diverso è l’atteggiamento di Nietzsche
che, negli anni giovanili, risente chiaramente della giudeofobia
di Schopenhauer e Wagner. Nel periodo della maturità, per
un verso questa giudeofobia dilegua – è noto il giudizio
altamente positivo espresso sulla finanza ebraica -, per un altro
verso cede il posto ad un atteggiamento ancora più torbido.
Gli inizi del ciclo rivoluzionario che devasta l’Occidente,
prima ancora che al cristianesimo, rinviano all’ebraismo:
è con esso che inizia la rivolta degli schiavi che travolge
il mondo antico e spiana la strada alla sovversione moderna. La
Genealogia della morale sintetizza così il gigantesco conflitto:
«Roma contro Giudea, Giudea contro Roma». A questo
punto, l’intellettuale ebreo diviene l’homo ideologicus
per eccellenza, l’agente patogeno che aggredisce un organismo
sociale sanamente fondato sulla gerarchia e sulla schiavitù.
Non c’è dubbio che il nazismo attinge largamente
a questi motivi di Nietzsche, che pure resta estraneo sino all’ultimo
all’antisemitismo razziale propriamente detto e al razzismo
orizzontale.
Non vedo alcun rapporto con l’atteggiamento di Hegel che,
in tutto l’arco della sua evoluzione, nell’ebraismo
critica l’abisso che esso istituisce tra umano e divino,
ciò che renderebbe problematico o impossibile il riconoscersi
dell’uomo nel mondo. Hegel non avrebbe certo sottoscritto
una lettura di due millenni di storia come scontro tra Roma e
Giudea e tanto meno avrebbe potuto identificarsi univocamente
con Roma.
3) Nella negazione della verità
(intesa in senso hegeliano, quale conformità del reale
al suo concetto logico) e, cioè, nella negazione del carattere
veritativo della conoscenza filosofica, identificata da Nietzsche,
per la sua genesi, nel suo carattere metafisico-religioso, non
si cela, forse, una Weltanschauung "debole" del pensiero,
come ha rilevato anche Vattimo?
E’ un mito liberale (penso
a Popper, Talmon, Kelsen) quello secondo cui «fallibilismo»
e relativismo sarebbero il fondamento epistemologico della democrazia.
Ben diversa è l’analisi della Arendt. Leggendo Le
origini del totalitarismo, si ha l’impressione che, almeno
per quanto riguarda il fascismo, le cose stiano in modo alquanto
diverso e persino contrapposto. Mussolini, che mena vanto del
suo «relativismo», rappresenta per la Arendt uno degli
ultimi eredi del movimento romantico: è una sorta di individualista
arbitrario che ama definirsi al tempo stesso, o a seconda delle
circostanze, come aristocratico e democratico, rivoluzionario
e reazionario, proletario e antiproletario, pacifista ed antipacifista.
Ogni regola e definizione è in un funzione non di un programma,
ma semplicemente dell’auto-affermazione ad ogni costo del
proprio io. Possiamo andare anche al di là della Arendt
e ricordare come Gobineau amasse contrapporre le «tradizioni
liberali degli ariani» all’«assolutismo totale»
(inteso in primo luogo in senso epistemologico) rimproverato ai
semiti. E considerazioni analoghe si potrebbero fare a proposito
di Chamberlain, un altro autore di riferimento del nazismo. Ma
è soprattutto significativo l’atteggiamento di Rosenberg,
che attribuisce a merito di Nietzsche l’essere stato protagonista
di una «ribellione contro il rigido schematismo» (in
primo luogo hegeliano) e contro la pretesa di una «conoscenza
assoluta». Da ciò il teorico del Terzo Reich prende
le mosse per denunciare «tutti i sistemi "assoluti"
e "universalistici" che, sulla base di una presunta
umanità, di nuovo esigono l'unitarietà, e per sempre,
di tutte le anime». Come si vede, lo stesso nazismo non
ha difficoltà a fare professione di relativismo.
Ma è poi vero, come sostengono con modalità ovviamente
assai diverse sia Rosenberg che i teorici odierni del post-moderno,
che il pensiero di Nietzsche sarebbe sinonimo di relativismo e
di concetto debole di verità? Certo, in contrapposizione
a Gesù (Ego sum veritas) L’Anticristo celebra Pilato:
«Il nobile sarcasmo di un romano, dinanzi al quale si sta
facendo un vergognoso abuso della parola “verità”,
ha arricchito il Nuovo Testamento dell’unica parola che
abbia un valore - la quale è la sua critica, persino il
suo annullamento: “che cos’è la verità?”».
Epperò, nello stesso Anticristo troviamo dichiarazioni
ben diverse o del tutto contrapposte. La lotta a fondo contro
il prete, «questo negatore, calunniatore, avvelenatore per
professione della vita» è assolutamente necessaria
se si vuole dare una «risposta alla domanda: che cos’è
la verità?». Infatti, «si è già
capovolta la verità, quando il cosciente avvocato del nulla
e della negazione è considerato il rappresentante della
“verità”» (AC, 8). Val la pena di notare
che qui il termine «verità» compare tre volte,
ma alle virgolette Nietzsche fa ricorso solo in riferimento ai
suoi avversari. In ultima analisi, il filosofo si esprime non
già come il Pilato da lui ammirato (Quid est veritas?),
ma come il Gesù da lui disprezzato (Ego sum veritas). In
modo ancora più netto ciò si verifica in Ecce homo:
«La mia verità è tremenda: perché fino
a oggi si chiamava verità la menzogna […] Vuole la
mia sorte che io debba essere il primo uomo decente, che sappia
oppormi ad una falsità che dura da millenni… Io per
primo ho scoperto la verità, proprio perché per
primo ho sentito la menzogna come menzogna, la ho fiutata»
(EH, Perché io sono un destino, 1).
In una lettera del 18 ottobre 1888 Nietzsche contrappone se stesso
in quanto «genio della verità» a Wagner quale
«genio della menzogna». Così esaltato è
il pathos della verità, che il filosofo giunge ad autodefinirsi
come «quel primo spirito retto nella storia dello spirito,
quello spirito con il quale la verità è pervenuta
a giudicare la falsa moneta di quattro millenni» (EH, Il
caso Wagner, 3), la falsa moneta del lungo e rovinoso ciclo in
cui ha infuriato l’errore o, più esattamente, il
delirio del lungo ciclo rivoluzionario ebraico-cristiano.
Giungiamo così al punto cruciale. A stimolare la polemica
di Nietzsche sono le speranze, i progetti di emancipazione delle
classi subalterne, il «dogmatismo» con cui gli schiavi
rivendicano l’uguale dignità degli uomini, la «fede»
con cui guardano ad un futuro diverso e migliore. E’ un
topos classico del pensiero controrivoluzionario: lo troviamo
in Burke, che paragona il fanatismo della rivoluzione francese
al fanatismo dell’Islam; l’abbiamo visto anche in
Rosenberg. Naturalmente, i protagonisti di questa polemica esibiscono
un civettuolo antidogmatismo. Epperò, allorché si
tratta di riaffermare il fondamento naturale delle gerarchie sociali,
sono essi a esibire le loro certezze. In questo caso, nel confronto
tra «dogmatici» e «antidogmatici» si assiste
ad un rovesciamento di posizioni. Le medesime considerazioni valgono
per Nietzsche, che è così certo della «verità»,
in base alla quale la civiltà si fonda necessariamente
sulla schiavitù, da bollare quali malati e folli coloro
che esprimono dubbi. A questo proposito Al di là del bene
e del male dichiara che l’autentico aristocratico respinge
da sé con sdegno «il grande succhiatore di sangue,
il ragno dello scetticismo» (rinvio al § 21, 6 del
mio libro). Si può aggiungere che, ai giorni nostri, Popper,
il teorico supremo del «fallibilismo», non esita a
bandire le Crociate contro tutti i nemici dell’Occidente:
«Non dobbiamo aver paura di condurre guerre per la pace.
Nelle attuali circostanze è inevitabile. E’ triste,
ma dobbiamo farlo se vogliamo salvare il mondo. La risolutezza
è qui di importanza decisiva». Proclamare il proprio
anti-dogmatismo e leggere la storia come conflitto tra dogmatici
e anti-dogmatici, tra seguaci del pensiero forte e seguaci del
pensiero debole, è l’espressione più ingenua
del dogmatismo e del pensiero forte.