Idee. Rivista di filosofia, n. 54, 2003,
pp. 25-47
Nietzsche
sottratto agli "ermeneuti dell'innocenza"
di Antimo Negri
Intervengo con molto ritardo sul
libro che Domenico Losurdo ha dedicato al filosofo di Zarathustra
(Nietzsche il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e
bilancio critico, Bollati Boringhieri Torino 2002, pp. 1167).
La ragione? Ho vinto "l'inevitabile senso di stanchezza"
che, secondo Franco Volpi, bisognava vincere per arrivare all'ultima
pagina di esso.
Cosa posso farci, caro Volpi. Io, che non ho mancato di fare qualche
peccatuccio ermeneutico sulle pagine del "principe Vogelfrei",
ho letto fino all'ultima pagina anche il Nietzsche di Jaspers,
anche il Nietzsche di Heidegger; e, del resto, ho letto fino all'ultima
pagina, l'opera del meno nietzscheano, ante litteram, dei filosofi,
di quel Comte tanto dileggiato da Nietzsche proprio in forza del
suo credo ermeneutico di filosofo visceralmente antipositivista.
Per me, leggere le milleduecento pagine circa del libro di Losurdo
è stata una vera e propria bazzecola. E, dopo averlo letto,
questo è il problema, non sono neppure riuscito a ricorrere
all'adagio alessandrino; "grosso libro, cattivo libro".
Che se poi dovessi spiegare perché, risponderei così:
il libro di Losurdo su Nietzsche non è "cattivo"
perché è "grosso", bensì è
"grosso" perché e "cattivo", anche
se è meno "cattivo" - e, quindi, meno "grosso"
- di quanto poteva e doveva essere.
Vediamo, cominciamo a vedere un po’. Losurdo è uno
storico del pensiero filosofico e scientifico. Quanto si vuole
tendente a vedere in ogni pensatore un filosofo totus politicus
(per lui lo è naturalmente anche Nietzsche; cfr. Parte
VI, cap. 28, pp. 897-934), ma uno storico serio, molto serio,
filologicamente addestrato, severamente attento al contesto strutturale,
storicamente determinato, in cui un pensatore necessariamente
si muove ed opera, per dir così, teoreticamente. Storiografia
filosofica alla Lukács, come qualcuno ha sostenuto, o da
storico del tipo di quelli della Germania dell'est? No. Non che
l'esercizio storiografico di Losurdo non sia caratterizzato da
un certo storicismo piuttosto culturalmente un po’ "preistorico"
soprattutto perché sempre un po’ ideologicamente
greve. Ma un fatto è certo. Non si può non condividere
con lui il fastidio nei confronti di quegli studiosi della storia
del pensiero filosofico e scientifico i quali ritengono, quasi
büchneriane creature dal "naso color del cielo",
che quelle della filosofia sono "forme incielate", come
ironizzava Marx, o che le idee cascano, contrariamente a quanto
sosteneva il vecchio Antonio Labriola, dal cielo.
Su questo punto, pure educato alla scuola dell'idealismo attuale,
o proprio perché educato a questa scuola, convinto che
l'interpretazione, non è un giuoco ermeneutico, ma fatica
conoscitiva, sono dalla parte di Losurdo: non si può pretendere,
anche quando si legge Nietzsche, di ermeneutizzare, ermeneutizzare,
ermeneutizzare, sino a perdere di vista il contesto storico in
cui si inscrive la sua opera; e ciò, si badi, in una stagione
culturale complessa, che si può dire "di moda del
nietzscheanesimo" (rubo l'espressione a Croce, recensore
nel 1907, delle Origini della tragedia), in cui capita spesso,
molto spesso, di ricevere qualche libercolo o qualche libraccio
scritto da presunti interpreti che non solo non conoscono il contesto
storico in cui si inscrive l'opera di Nietzsche, ma che non sanno
neppure una parola di tedesco ecc. ecc., e nondimeno pretendono
"ascoltarlo", per servirci di un'espressione di Mazzino
Montinari, opportunamente citato da Losurdo (p.1077), come si
"ascolta la musica".
E’ vero, intanto, che lo storico del pensiero filosofico
e scientifico di professione non può "ascoltare"
Nietzsche "come si ascolta la musica", se non addirittura
come si ascolta la messa. Tra gli interpreti di Nietzsche ci sono
molti presunti musicologi e preti. Paradossalmente, direi, autorizzati
dallo stesso Nietzsche, anche questo criticamente interpellato
da Losurdo (soprattutto pp. 767 sgg.), dal Nietzsche secondo il
quale "proprio i fatti non ci sono, bensì ci sono
solo infinite interpretazioni" (fr. postumo 7[60] fine 1887).
Anche il "fatto" costituito dal testo di Nietzsche finisce
col non esserci più in mano agli ermeneuti tutti di un
pezzo, sempre pronti a qualsiasi gesto interpretativo, sia pure
quello destinato a deformare il senso dello stesso testo o a fraintenderne
il senso, quando non addirittura a dargli ogni senso. Del resto,
Michel Foucault, chiamato in causa da Losurdo (p. 1077) scrive:
"il solo segno di riconoscenza che si possa testimoniare
ad un pensiero come quello di Nietzsche è proprio di usarlo,
di deformarlo, di farlo stridere, gridare. Che poi i commentatori
dicano se si è fedeli o no, non ha nessun interesse".
Ecco: Nietzsche si è lasciato e si lascia "usare"
ermeneuticamente: "sono come tu mi vuoi", egli, soprattutto
perché è un "pensatore poetante” o un
“poeta pensante" (Heidegger), potrebbe dire ad ogni
lettore. Sempre meno se stesso, Nietzsche; e sempre più
il suo lettore. Autore e lettore si identificano esaustivamente.
Il "fatto"-testo scompare, resta solo l'interpretazione.
Ma che cosa significa, poi, che anche il "fatto"-testo
nietzscheano scompare? Né più né meno che
questo: esso non c'è mai stato; e se non c'è mai
stato, in quale "contesto storico" si può collocarlo?
Se non c'è "fatto"-testo, non c'è, non
può esserci un "contesto storico" in cui collocarlo.
Con un risultato: a non esserci più è lo stesso
autore, è lo stesso Nietzsche; ad esserci è solo
il lettore, è solo l'interprete di Nietzsche. E lo storicista,
storicista, quanto si vuole lukácsiano Losurdo non ci sta.
Da storico serio egli non si atteggia a philosophus philosopho
additus, fino al punto da non fare esistere neppure più
il filosofo cui il filosofo si aggiunge; restituisce una distinzione
tra l'autore e il lettore, caricando quest'ultimo (se stesso)
della responsabilità di tener conto del "fatto"-testo
nietzscheano, collocato e collocabile in un determinato "contesto
storico", necessariamente da considerare come un oggetto
di studio, esso stesso, senza il quale non si può assolutamente
comprendere lo stesso "fatto"-testo. Altro che "ascoltare"
questo "come una musica" ed anzi come una messa. Lo
studioso serio di Nietzsche non può e non deve essere né
un musicologo né un prete. Un musicologo, un prete non
vuol essere e non è Losurdo. Egli vuol essere ed è
uno storico, quand'anche non un sociologo, che ha a che fare con
le cose, con i fatti, nella loro più concreta dimensione
temporale.
Questo spiega la sua acre presa di posizione critica nei confronti
di lettori di Nietzsche come, poniamo, Foucault, Vattimo: "nessuno
storico (e nessun sociologo) potrebbe permettersi il gesto sovrano
di Foucault che, senza troppo preoccuparsi di distinguere tra
ricostruzione storica e utilizzazione teoretica, rivendica il
diritto alla 'deformazione' del pensiero di Nietzsche; ovvero
il gesto sovrano di Vattimo, così poco interessato alla
contestualizzazione storica e alla ricostruzione filologica da
voler depurare Nietzsche dei suoi stessi fraintendimenti"
(p. 791). Vero è, però, che né Foucault né
Vattimo intendono essere storici del pensiero filosofico e scientifico,
e, in quanto tali storici, assoggettarsi alla fatica della "ricostruzione
filologica". Foucault e Vattimo intendono essere filosofi.
Ed il problema, se mai, è quello di vedere se essi intendono
essere philosophi philosopho additi o filosofi in proprio, quale
che sia l'"utilizzazione teoretica" e solo l'"utilizzazione
teoretica" che essi fanno, in sostanza, di Nietzsche. Mi
è capitato di dire che il libro "grosso" e "cattivo"
di Losurdo, posto che sia tale, avrebbe potuto e dovuto essere
anche più "grosso" e "cattivo", ad
esempio non interrompendo di botto il discorso sull'"utilizzazione
teoretica"- quand'anche non sullo "sfruttamento teoretico"-
che non solo Foucault e Vattimo, ma anche parecchi altri lettori
di Nietzsche, accademicamente professionali e non, hanno fatto
o vanno facendo del filosofo, sino a ritenere che ad essere autori
de La gaia scienza, poniamo, o de L'aurora siano loro e non Nietzsche.
A voler confortare, per quel che dice di questi interpreti di
Nietzsche, a voler sostenere, posto che ne abbia bisogno, Losurdo,
su questo punto, vorrei ricordargli che, tra gli ultimi anni cinquanta
e i primi sessanta, in Urbino, dove gli fui casuale, effimero
e indegno maestro, bazzicava un professore di filosofia che, incontrando
Paolo Volponi e me, ci tenne molto a darci conto delle sue profonde
riflessioni per concludere che, nientemeno, Cristo "la pensava
come lui". È un episodio, questo, che mi ritorna in
mente ogni volta che mi ritrovo a parlare, magari nelle giornate
di studio che si organizzano quasi ogni anno a Palermo in occasione
del conferimento del Premio Nietzsche, con Emanuele Severino (già,
perché Losurdo non l'ha ricordato come interprete di Nietzsche?):
egli finisce sempre col dire, con la massima imperturbabilità,
che Nietzsche "la pensava come lui". Ed è ovvio,
intanto, che se "la pensava come me", Nietzsche sono
io ed io sono Nietzsche, l'autore scompare ed il lettore dimentica
anche di essere philosophus philosopho additus e, per ciò
stesso, si alleggerisce di ogni responsabilità di studiare
il "contesto storico" in lungo e in largo, in superficie
ed in profondo. La filosofia cessa di essere "sapere storico":
il "fatto"-testo, coinvolto nell'orizzonte culturale
del lettore, perde ogni carattere che lo distingua effettivamente
dall'atto storiografico o dall'atto ermeneutico; si accende nel
lettore la presunzione dell'"autoralità"; anche
il più recente passato speculativo cessa di essere un oggetto
di indagine nel tempo della lettura, ogni distanza, cessa di essere
un oggetto di indagine da ricostruirsi filologicamente, da contestualizzare
storicamente ecc., con il risultato di sottrarre ad una fatica
storiografica e interpretativa, senza la quale non è affatto
possibile neppure seguire la Wirkungsgeschichte, la "storia
degli effetti", di un pensatore la cui opera, tra quegli
"effetti", ne ha avuto qualcuno in forza del quale non
lo si può non ritenere macchiato da qualche colpa, o non
si può ritenerlo così teoreticamente libero da volare
alto, altissimo, fuori dal suo tempo, se non addirittura da ogni
tempo.
Comunque, per Losurdo, Nietzsche bisogna inchiodarlo al suo tempo.
Senza compiere sulla sua opera alcun gesto ermeneutico prevaricatore,
così soggettivisticamente violento da sciuparne o anche
vanificarne il senso originario, storicamente determinato. Historein
significa vedere e un "veditore" è lo storico
(da histor). Il compito dello storico è quello di vedere
le cose, magari il più possibile, così come sono;
il compito dello storico della filosofia è quello di "vedere"
nel caso specifico, Nietzsche, di "rispecchiarlo" nella
sua determinata storicità e, direi, "oggettività"
di pensatore, figlio e portatore delle idee del suo tempo, tutt'altro
che "inattuale", come egli pretende, cioè contro
se non fuori del suo tempo, in cui egli pure è calato fino
al collo o di cui è attento osservatore e ascoltatore.
Il compito dello storico, anche o soprattutto per Nietzsche, si
dilata, si allarga, si ingrossa: se vuoi capire il pensiero di
Nietzsche, devi capire il suo tempo: perché, in verità,
le idee di Nietzsche sono le idee del suo tempo. E, se è
così, è proprio vero, non c'è posto per quello
che si è detto il giuoco ermeneutico, in particolare se
a non capire, ed anzi a rifiutarsi di capire il tempo di Nietzsche,
le idee del tempo Nietzsche, c'è stato tutto un esercito
di niccisti, di nicciofili, di nicciomani inclini ad "ascoltar
musica", ad "ascoltar messa", sino a fraintenderlo
perché il filosofo vuol essere frainteso ecc.
Come si può pretendere che non fosse "grosso"
il libro di Losurdo su Nietzsche? In un'intervista rilasciata
ad Antonio Gnoli ("La Repubblica", I° ottobre 2002),
polemizzando con certa produzione critica e storiografica, molto
ermeneutizzante e pochissimo storicizzante, Losurdo: "Il
mio lavoro parte dal presupposto che finora ci si è misurati
poco sul piano della ricostruzione e della contestualizzazione
storica di Nietzsche. Su di lui si è fatto spesso un lavoro
arbitrario. Si è colto un aspetto ignorando l'intero".
Un'affermazione, questa, che, ben letta, può significare
o significa di fatto: il carattere arbitrario della letteratura
critica e storiografica su Nietzsche, alla quale si accennava,
dipende dal fatto che in essa viene, di volta in volta, privilegiato
un aspetto ed un aspetto soltanto del filosofo di Zarathustra.
Naturalmente, se questo significa l'affermazione di Losurdo, gli
si può, senz'altro, attribuire l'idea che una lettura di
Nietzsche si può ritenere non arbitraria unicamente quando
sia una lettura dell'intero Nietzsche e, conseguentemente, la
presunzione che unicamente, e finalmente, la sua lettura, essendo
quella dell'intero Nietzsche, sia non arbitraria.
Sì, sto facendo un discorsetto sul metodo storiografico
di Losurdo. Un metodo che ritengo si debba impiegare quando si
fa storia del pensiero filosofico e scientifico; sì, proprio
perché proveniente, come avvertivo, dalla scuola dell'idealismo
attuale che non esonera, insisto, pur quando sostiene che non
c'è passato speculativo intatto e intangibile del gesto
"contemporaneizzante" di questo o quello storico, dalla
fatica di conoscere quel passato anche in quanto tale, in modo
che non perda del tutto il suo carattere di passato (cfr. il mio
Rappresentazione e interpretazione del mondo. Fenomenologia, ermeneutica,
attualismo, a cura di Adele Patriarchi e Roberto Spirito, Roma
2002, soprattutto pp. 117 sgg.). Ritengo, più precisamente
che Losurdo abbia ragione quando avverte che non bisogna cadere
nell'"amabile irenismo" gadameriano di un "dialogo"
tra testo e interprete, tra autore e lettore, tale che faccia
perdere di vista l'alterità originaria del testo rispetto
all'interprete, dell'autore rispetto al lettore: un'alterità
che vale storicità o inevitabile collocazione del testo
e dell'autore in un determinato "contesto storico" (
Hegel, Marx e la tradizione liberale. Libertà uguaglianza
Stato, Editori Riuniti, Roma 1988, p. 40).
Ritengo che abbia ragione Losurdo, anche se sono indotto a pregarlo
di non pensare affatto all'idealismo attuale quando, con Habermas
o con H.J. Sandkühler, parla del "carattere idealistico
dell'ermeneutica di Gadamer" o, senz'altro, dell'"idealismo
di Gadamer" (Ivi, p. 459). Io da idealista non gademeriano-
o da ermeneuta attento a non far perdere a qualsiasi testo il
carattere di "fatto" – sto, anche quando studio
Nietzsche, dalla sua parte.
A Losurdo si può, certo, obiettare: non è arbitraria
anche la sua lettura, almeno se, essa stessa, parziale, "prospettica",
ideologica, sino a far emergere l'immagine di un Nietzsche totus
politicus? Più misuratamente, credo, Losurdo avrebbe potuto
dire: il Nietzsche politicus, anche se non sempre totus politicus,
è stato il più trascurato criticamente e storiograficamente.
E se avesse detto questo, Losurdo avrebbe detto cosa più
vera: soprattutto se si tien conto che veramente lettori di Nietzsche,
non solo come Vattimo e Severino, tutto sommato lettori minori
ed "epigonali", ma anche Jaspers o Heidegger, essi sì
grandi lettori e tali veramente come philosophi philosopho additi,
se ne sono infischiati della "contestualizzazione storica"
di Nietzsche, con la conseguenza di alimentare un "bla bla"
teoreticistico, spesso anche gergalmente tale, del tutto indifferente
al fatto che Nietzsche non vive solo sui monti o si isola sulle
marine, ma resta pur sempre un uomo della città, quella
oltre la quale vuole andare, sì, il suo Zarathustra, ma
unicamente perché gli fa schifo (Zarathustra, III, Del
passare oltre), che Nietzsche non è solo il filosofo dell'"eterno
ritorno dell'eguale" (La gaia scienza, IV, 341), la cui "idea
terribile" accende l'immaginazione di un narratore come Milan
Kundera (L'insostenibile leggerezza dell'essere), ma anche il
filosofo che si mostra attento ai grandi problemi politici, sociali
ed economici della sua epoca.
Solo se si tien conto di quest'altro Nietzsche, anche di quest'altro
Nietzsche, si ha il Nietzsche intero cui accenna Losurdo. Ma tant'è:
Losurdo tende ad assolutizzare quest'altro Nietzsche e finisce
col trovarsi, ancora una volta, tra le mani, un Nietzsche dimidiatus.
Il punto serio, però, è che io non so dargli torto
se fa oggetto di studio - assiduo, incalzante, come allargantesi
in cerchi di ricerca intrecciati - quest'"altro" e solo
quest'"altro" Nietzsche. La ragione è questa:
troppo si è fatto passare anche Nietzsche come una creatura
filosofica col "naso color del cielo" e la sua filosofia
come "forma incielata". Ed è vero: Nietzsche
resta, tuttora, come la luna della quale non si è vista
ancora o si è vista poco l'altra metà, pur in una
selva di appropriazioni politiche e di spoliazioni idealistiche.
Pensavo a Nietzsche quando, nel 1993, ho pubblicato Nietzsche
nella pianura. Gli uomini e la città (Spirali, Milano);
pensavo a questo Nietzsche quando nel 2001, ho pubblicato Il superuomo
antieroe. Nietzsche, Stein, Bruno (Seam Roma). Pensavo a questo
Nietzsche anche quando, nel 1994, ho pubblicato Nietzsche e/o
l'innocenza del divenire (Liguori, Napoli). Pensavo a questo Nietzsche
anche quando, nel 1994, ho pubblicato Nietzsche. La scienza sul
Vesuvio (Laterza, Roma-Bari). Pensavo a questo Nietzsche quando,
nel 1994, ho pubblicato Interminati spazi ed eterno ritorno. Nietzsche
e Leopardi (Le Lettere, Firenze). Pensavo a questo Nietzsche anche
quando, nel 1978, ho pubblicato Nietzsche storia e cultura (Armando,
Roma), che Losurdo, con qualche rilievo critico, sul quale ritornerò,
mi fa l'onore di citare (p. 49). Si tratta di peccatucci ermeneutici,
cui accennavo, da me commessi nei confronti di Nietzsche. Peccatucci
ermeneutici, sì, ma giammai come i peccati contro i quali
Losurdo, preso da sacra collera contro quelli che egli chiama
gli "ermeneuti dell'innocenza", spara a zero. Invoco
comprensione, anzi avanzo qualche piccolo merito dinanzi a Losurdo
che, veramente, risolve, nel suo libro, il "bilancio critico"
in una spietata inchiesta giudiziaria e in un'arringa accusatoria.
No, ad esempio, non ho commesso il peccato, non ho avuto la colpa
di procedere ad una "lettura in chiave sovranamente artistica
e metaforica della tesi della necessità della schiavitù
quale fondamento della civiltà" né ad una "lettura
freddamente descrittiva della celebrazione dell'umanità
ariana, assolutamente pura, assolutamente originaria" (p.
1093); non ho commesso il peccato, non ho avuto la colpa di procurare,
con l'una o l'altra lettura, a Nietzsche una "innocenza"
che egli non ha e che gli si può procurare solo rinunciando
di proposito, programmaticamente, secondo un piano ermeneutico
o secondo una precisa e mirata strategia editoriale e culturale,
ad una "contestualizzazione storica" di Nietzsche. E,
se Losurdo mi chiedesse perché io non ho commesso quel
peccato, non mi sono macchiato di quella colpa, gli risponderei,
chiaro, forte e netto: perché non ce n'era bisogno, giacché
la "colpevolezza" di Nietzsche non può cancellarla
nessuna "ermeneutica dell'innocenza" e perché
nessuna "ermeneutica dell'innocenza" può essere
facilmente condotta, soprattutto se essa ha il fine, calcolatamente
perseguito, di "rimuovere o neutralizzare le pagine più
inquietanti o più ripugnanti di Nietzsche" (pp. 1093-1094),
soprattutto quelle che lo fanno risultare, per così dire,
un nazista ante litteram: quello che taluni lettori, anche non
troppo radicalmente ideologizzati e ideologizzanti come intellettuali
di sinistra (non tanto Lukács, poniamo, quanto Löwith),
hanno messo in evidenza in lui in quanto "distruttore della
ragione". Come si può, infatti, procurare un'"innocenza"
a Nietzsche, come si può "denazificarlo" quando
quelle pagine "inquietanti" e repugnanti ci sono e,
a toglierle di mezzo - o che in esse si riproponga il dualismo
classico (ed anche, tutto sommato, cristiano) tra "padroni"
e "schiavi" o che in esse si inscriva il più
energico antisemitismo o che in esse si persegua un progetto eugenetico
ecc. – non può riuscirci nessuno?
Mi accorgo che sto insistendo molto su questo punto. Ma, anche
qui, si capisce, c'è una ragione. La quale si può
esprimere ponendo a Losurdo questa domanda di fondo: sono radiate
nell'impresa editoriale e culturale dell'edizione critica, curata
da Giorgio Colli e Mazzino Montinari, delle opere di Nietzsche,
anzi tutto di quella tedesca (de Gruyter), quelle che Losurdo
dice – e non si può non dargli ragione – le
"pagine più inquietanti e repugnanti"? Assolutamente
no. E si può pensare, allora, che gli stessi responsabili
– non poco benemeriti, bisogna dirlo – dell'impresa
editoriale e culturale accennata, siano stati "costantemente"
ossessionati dalla "preoccupazione di rimuovere, come elemento
allotrio e di disturbo, il mondo storico e politico", dal
quale non si può distaccare l'opera di Nietzsche (p. 1087)?
Soprattutto a livello di traduzione, nel caso specifico di traduzione
italiana, nella quale Colli e Montinari si sono serviti di un'equipe
di traduttori eccellenti come Sossio Giametta, Ferruccio Masini,
Giuliano Campioni ecc.? Certo, si può ammettere, con lo
stesso Losurdo, che Colli e Montinari e la loro équipe
di traduttori - del resto loro stessi fattisi interpreti, non
solo traducendo, di Nietzsche – siano caduti in "imprecisioni"
in "sviste", in "errori" (p. 1078); ma può,
la caduta in queste "imprecisioni", in queste "sviste",
in questi "errori", essere addebitata alla volontà
esplicita, metodologicamente fatta agire, di "rimuovere il
mondo storico e politico", ricondotto e condizionato al quale
il testo nietzscheano resta un "fatto" ineludibile per
l'interpretazione che non voglia, a qualunque costo, "innocentizzare"
Nietzsche? Già nell'intervista citata, Losurdo non esita
a sostenere che "la traduzione elude abbastanza sistematicamente
il contesto storico". Dice "la traduzione", Losurdo;
e, ovviamente, accenna alla traduzione italiana, all'impresa editoriale-culturale
dell'Adelphi. E questo induce a ritenere che, secondo Losurdo,
un Nietzsche storicamente decontestualizzato, purificato, censurato,
"denazificato" ecc. sia un Nietzsche consegnato per
espresso al povero lettore italiano incapace di leggerlo, purtroppo,
nel testo tedesco, in cui taluni termini hanno un senso preciso,
il senso che bisogna saper cogliere per non decontestualizzarlo
storicamente o che si può cogliere solo contestualizzandolo
storicamente. D'accordo, ma bisogna, in questo caso, immediatamente
aggiungere che lo stesso Losurdo potrebbe tranquillamente ammettere
che Colli, Montinari e compagni, se un tale Nietzsche hanno consegnato
al lettore italiano, non l' hanno fatto apposta, se non apposta
nelle "imprecisioni", nelle "sviste", negli
"errori" di traduzione, che non sempre poi innocentizzano
Nietzsche, sono essi incorsi.
Sulla questione è utile, forse, spendere qualche altra
parola. Ad un certo punto, Losurdo si trova di fronte ad un passo
di Ecce homo: "il concetto di 'anima', di 'spirito' e infine
anche di anima immortale, inventati per spregiare il corpo, per
renderlo malato – “santo” - per opporre un'orribile
incuria a tutte le cose che meritano di essere trattate con serietà
nella vita, i problemi dell'alimentazione, dell'abitare, della
dieta spirituale, della cura dei malati (Krankenbehandlung), della
pulizia, del tempo che fa" (Perché io sono un destino,
8, in Opere, ed. Adelphi, VI, 3 p.384). Il traduttore –
nel caso specifico, Roberto Calasso- traduce Krankenbehandlung
con "cura dei malati". Con un risultato, oppone immediatamente
Losurdo, quello di perdere di vista "il chiaro significato
del termine (p. 1090). Ma Calasso non l'ha fatto apposta a perdere
di vista il "chiaro significato eugenetico" di Krankenbehandlung
. Per Losurdo Krankenbehandlung ha questo significato e solo questo
significato. Quella di curare i malati è un'idea che non
alberga affatto nelle meningi di Nietzsche, secondo il quale,
come si legge subito dopo, è proprio dell'"uomo buono"
prendere il "partito di tutto ciò che è debole,
malato, malriuscito (Missrathen), sofferente di se stesso, di
tutto ciò che deve perire ( zu Grunde gehn soll) ",
non può essere "invertita (gekreuzt) la legge della
selezione (das Gesetz der Selektion) e a sopravvivere deve essere
unicamente l'uomo "fiero e ben riuscito (wohlgerathen)".
Per il filosofo che distingue tra i "ben riusciti" e
i "mal riusciti", e che, anche in forza di una concezione
organicistica, olistica della vita, della stessa vita sociale,
ritiene che bisogna eliminare i "mal riusciti" in quanto
la parte malata di un corpo che può portare alla rovina
l'intero corpo, non c'è alcun dubbio: che senso ha la "cura
dei malati", dei "malriusciti"? Eppure, come tradurre
in italiano Krankenbehandlung, per non fargli perdere il "chiaro
significato eugenetico"? E' un fatto che Losurdo stesso non
traduce il termine. E, d'altra parte, non è da escludere
che, quale che siano i convincimenti eugenetici di Nietzsche,
espressi subito dopo, il termine è usato all'interno di
un'argomentazione che il Nietzsche più feroce contro "dispregiatori
del corpo" (Zarathustra, I) lancia, facendo valere, lui attentissimo
all'alimentazione o al clima, precise istanze materialistiche
contro uno spiritualismo fiacco, detrattore ad oltranza della
materia ecc.
Sto scagliando anch'io qualche frecciata polemica contro la lettura
losurdiana di Nietzsche? Assolutamente no. Solo, ritengo che,
mentre gli involontariamente cattivi traduttori e gli interpreti
"innocentisti" (in questo caso, quelli che non sanno
niente o fanno finta di non sapere niente dell'eugenetica da lui
teoricamente disegnata) decontestualizzano storicamente Nietzsche,
lo stesso Losurdo finisce col far pesare sulle loro spalle la
responsabilità - che essi, forse, non hanno - di dissuadere
volontariamente dalla "contestualizzazione storica"
del filosofo. Questa contestualizzazione, d'altra parte, è
il compito di cui si carica espressamente lo storico delle idee
–delle idee che, ricorderei ancora, non cascano dal cielo
– Losurdo. Ed è questo Losurdo che bisogna guardare
all'opera. Anche quando dissoda l'ambito storico delle idee eugenetiche
che saranno, certo, anche idee "naziste", ma che sono,
anzi tutto, idee del tempo di Nietzsche e che, in quanto tali
idee, sono quelle sulle quali si spende anche l'eccezionale, apprezzabile,
encomiabile fatica storiografica di Losurdo, della quale si deve
tener conto, anche se essa stessa ci restituisce un'immagina parziale
di Nietzsche, per conoscere un Nietzsche almeno più "intero".
Non c'è dubbio, intanto, che, anche su quest'aspetto del
pensiero di Nietzsche, la "contestualizzazione storica"
di Losurdo apre squarci di luce sul "fatto"-testo del
filosofo. Ci si trova, sì, di fronte ad un metodo di lettura
che, puntigliosamente e sagacemente usato, procura un'immagine
di Nietzsche, di un Nietzsche irremovibile, di un Nietzsche che
resta quello che è o è diventato, per servirci di
un'espressione di Pindaro a lui molto cara (Pitiche, II, 72: ghenoi
oios essi, "diventa quel che sei"), "quel che è".
Intendo mostrare, per un momento soltanto, all'opera, questo Losurdo.
Esemplificando, si capisce, ancora una volta. Seguendolo, nel
caso specifico, nella lettura di Al di là del bene e del
male, 61-62.
In questi paragrafi, sempre aforisticamente fiammeggianti e scattanti
come frecce, Nietzsche affronta il tema della religione, in particolare
della religione cristiana, come strumento di potere. In quanto
tale strumento, la religione, in particolare la religione cristiana,
interessa a Nietzsche. E, certamente, strumento di potere è,
è stata la religione, in particolare la religione cristiana,
soprattutto quella istituzionalmente fortificata, più "romana",
più ebraizzante, più "paolina" (da leggere,
tutte, le pagine di Losurdo, sul Paolo nietzscheano). L'analisi
del modo e soprattutto dei mezzi in cui si esercita il potere
della religione così istituzionalizzata è condotta
da Nietzsche con la persuasione di fondo che un potere non c'è
e non può esserci, se non c'è, da un lato, qualcuno
che lo esercita e, dall'altro, qualcuno sul quale viene esercitato.
Un tema ghiotto per Losurdo che dell'"innocentizzazione"
o della "decontestualizzazione storica" di Nietzsche
ne ha piene le tasche. Allora egli si butta, come su una preda,
sui paragrafi in questione, non senza prima aver provveduto a
correggere alcuni errori, da ultimo ermeneutici, che ricorrono
nella traduzione, stavolta del mio buono, caro, compianto amico
Ferruccio Masini, autore, intanto, di un libro molto bello su
Nietzsche, Lo scriba del caos (1978). Le religioni? In quanto
strumento di potere sono, più precisamente, "Züchtungs-und
Erziehungsmittel”, dice Nietzsche nell'uno e nell'altro
paragrafo in questione. Traduce Masini: “Strumenti di plasmazione
culturale e di educazione". Con "plasmazione culturale"
Masini traduce, più esattamente, il termine Züchtung
che ricorre già nel paragrafo 61, in un passo nel quale
più espressamente si parla dei modi e dei mezzi della religione
o delle religioni di esercitare il potere, Losurdo propone, intervenendo
sul modo in cui Masini rende in italiano anche altri termini,
la seguente traduzione: "Il filosofo come lo intendiamo noi,
noi spiriti liberi - come l'uomo che ha la responsabilità
più vasta e per cui lo sviluppo complessivo dell'uomo (Gesamt-Entwickung
des Menschen) è un fatto di coscienza: questo filosofo
si servirà della religione per la sua opera di allevamento
e educazione ("Züchtungs-und Erziehungswerke) "
(p. 478).
Il problema è che, per Losurdo, anche a Masini sfugge il
"chiaro significato eugenetico" di Züchtung; e
non dovrebbe sfuggirgli, ritiene sempre Losurdo, se lo stesso
Nietzsche, nel Crepuscolo degli idoli (quelli che migliorano l'umanità,
2), "non può fare a meno di parlare di allevamento
(Züchtung)", usando in sostanza un termine che appartiene
al lessico zoologico (pp. 1088-1089). Ciò osservando, intanto,
Losurdo ricorda come ha già tradotto (e doveva essere tradotto)
il termine Züchtung: e commenta: "Nel tener presente
la sua responsabilità per lo sviluppo complessivo dell'uomo
(Gesamt-Entwicklung des Menschen), l'autentico filosofo saprà
servirsi anche delle religioni per la sua opera di allevamento
e di educazione (Züchtungs-und Erziehungs-werke), senza mai
perdere di vista l'influenza nella selezione e nell'allevamento
(der auslesende, züchtende…Einfluss), di carattere
dunque tanto distruttivo quanto creatore e plasmatore, la quale
può essere esercitata grazie alle religioni (Al di là
del bene e del male, 61)" (p.1089). E, naturalmente, a questo
Losurdo non va bene, non può andar neppure il fatto che
si traduca l'espressione die Gesamt-Entwicklung des Menschen (Al
di là del bene e del male, 61) con "completo sviluppo
dell'umanità" (Opere, VI, 2, p. 66), giacché
è lo stesso Nietzsche, poi, a parlare, nel Crepuscolo degli
Idoli (quelli che migliorano l'"umanità", 3),
di un "allevamento di una determinata razza o specie (Züchtung
einer bestimmten Rasse und Art)" (e, da parte mia, ricorderei,
che, qui, la traduzione è sempre di F. Masini).
Non c'è dubbio che, a voler seguire Losurdo lungo gli andirivieni
della sua ricerca volta a "contestualizzare storicamente"
Nietzsche, a togliere l'"innocenza" a Nietzsche, viene
il mal del capogiro. Ma si tratta del mal del capogiro che bisogna
farsi venire quando si fa ricerca severamente storica. Una tale
ricerca conduce, ha condotto Losurdo. Sbaglia, ha sbagliato chi
gli rimprovera, gli ha rimproverato di non aver tenuto conto,
nella sua ricerca, di questo o di quello, di questa o quell'interpretazione.
Nella citata intervista, a Gnoli che gli obietta di aver ignorato
una "lettura teorica" di Nietzsche come quella di Colli,
Losurdo, imperturbabile, risponde: "Non ci si può
occupare di tutto". Ed è, questa risposta, un modo
preciso e sincero di ammettere che, sì, anche il Nietzsche
che esce dalla sua ricerca non è, poi, così "grosso"
– e, quindi, così "cattivo" – quanto
doveva. D'altra parte, non c'è ricerca, relativa anche
ad un piccolo pensatore, che non riesca, da ultimo, parziale.
Figuriamoci una ricerca su Nietzsche. Ora, la parzialità
della ricerca di Losurdo su Nietzsche dipende dal fatto che egli
si è voluto per espresso interessare di un Nietzsche del
quale un suo recensore tedesco ha detto: der Unzeitgemässe,
zeitgebunden, traducibile con "l'inattuale, prigioniero del
tempo" (K. Flasch, Und er war doch ein Zerstörer der
Vernunft, "Frankfurter Allgemeine Zeitung", 21, 2 2002,
p. 42). Ora, è vero che anche il solo Nietzsche "inattuale",
ma "legato al proprio tempo" è un oggetto di
ricerca molto, molto "grosso". Ed io insisto: anche
quello che assume ad oggetto di ricerca solo questo Nietzsche
poteva e doveva risultare un libro più "grosso"
– e quindi più "cattivo". Ciò, soprattutto
perché, come già ho cominciato a rilevare, nel prendere
in considerazione un rilievo critico fattomi da Losurdo, in questo
libro si tende a fare, o si fa, di Nietzsche un pensatore che
finisce con l'essere, per così dire, un megafono teoretico
del suo tempo, quindi tutt'altro che credibile quando pretende
di essere "inattuale (unzeitgemäss)". Losurdo ritiene
che Nietzsche, in quanto zeitgebunden, tutto ciò che si
pensa ed accade nel suo tempo accoglie, accettandolo, nel suo
pensiero. Le idee eugenetiche di Nietzsche, sulle quali mi sono
rapidamente fermato, sono del tempo di Nietzsche? Sono idee anche
"naziste"? Ma Losurdo non esita a sostenere che, quelle
idee, in quanto idee del tempo di Nietzsche, in quanto "naziste",
non sono altro che le idee stesse del tempo di Nietzsche, fortemente
radicalizzate. Naturalmente, Nietzsche ha anche altre idee. Esse
stesse, idee del suo tempo, accolte magnanimamente, o passivamente,
tutte, così come sono, nel largo abbraccio teoretico di
Nietzsche? E ciò che, qui, si chiede relativamente alle
idee del suo tempo, si può chiedere anche relativamente
a fondamentali fenomeni di ordine teorico e pratico del tempo
di Nietzsche, poniamo quello della prassi già avanzata
di quella che, mutuando il termine stesso di Nietzsche, si potrebbe
definire la Züchtung – sì l'allevamento –
degli uomini perseguita con uno dei già diffusi mezzi di
comunicazione di massa (tali non perché si rivolgono ad
una massa, ma fanno massa) come il giornale.
Non "inattuale", ma solo "prigioniero del suo tempo",
Nietzsche, anche di fronte a questo fenomeno? "Inattuale"
di fronte a questo fenomeno, ritenevo e ritengo Nietzsche. Ma
da Losurdo, che legge il mio citato Nietzsche. Cultura e storia
(1978), ne ricevo un piccolo rimprovero: naturalmente di cadere
nella trappola di una "ermeneutica dell'innocenza",
assegnando a Nietzsche un atteggiamento di ripulsa, naturalmente
reazionaria e aristocratica, nei confronti di un fenomeno storico
come quello di una prassi giornalistica volta ad informare, istruire,
educare un numero sempre più ampio di uomini. E, chiamando
in causa il mio libro, Losurdo: "Anche in questo motivo (il
"leggere giornali", di cui in Al di là del bene
e del male, 239, in cui prende atto di un altro fenomeno, quello
delle donne che stanno "montando in signoria"), come
in tanti altri della filosofia di Nietzsche, si è voluta
rileggere una riprova del suo rifiuto di accomodamento filisteo
all'esistente, del suo spirito ribelle, della sua inattualità.
In realtà, per il momento in cui cade, questa posizione
polemica si rivela quanto mai 'attuale' "(p. 479). Ed io
che pensavo che la polemica di Nietzsche contro la stampa prussiana
fosse "inattuale"! Mi dissuade da una tale opinione
Losurdo, scaricandomi addosso un cumulo di riferimenti ( da p.
479 a p. 483), tale da far stramazzare anche un lettore che ha
la forza di un bue, volti a provare che la "condanna del
giornale è l'altra faccia della celebrazione del torpore
degli strati popolari, della celebrazione del carattere benefico
dell'oppio ideologico" (p. 483).
Tra i riferimenti di Losurdo anche quello da me fatto nel mio
libro Nietzsche. Cultura e storia (p. 29): all'aforisma dello
Hegel jenese secondo il quale "la lettura dei giornali al
mattino è una specie di preghiera realistica", giacché
con essa "si orienta la propria azione nel mondo o in ciò
che è il mondo" ed "ambedue danno la stessa sicurezza
di sapere come ci si deve comportare (Losurdo, p. 483). Dopo aver
citato questo aforisma hegeliano, aggiungevo nel mio libro: "E'
la preghiera realistica, quella di cui qui si parla, che né
Hölderlin né Nietzsche sanno fare. Di qui, soprattutto,
il loro disorientamento nel mondo, la loro inattualità.
Ed è la stessa cosa che dire: il loro antifilisteismo".
Ma Losurdo smentisce questa mia affermazione. Nietzsche, con attitudine
conservatrice e reazionaria, radicalmente aristocratica, vede
- e non può non vedere – di malocchio l'accesso all'acquisto
culturale favorito dalla giornalistizzazione della cultura delle
classi inferiori, coerentemente con un punto di vista diffuso
in un epoca in cui, senza dubbio, guardando a queste classi, la
stampa quotidiana, dei poteri dominanti, di un governo o di un
partito ecc., va sempre più svolgendo il ruolo di opinions
leader o di opinions maker.
Altro che unzeitgemäss, su questo punto, Nietzsche. Eppure,
a me par vero che, su questo punto, Nietzsche sia abbastanza "inattuale".
Non per tirarmi presuntuosamente in ballo come studioso di Nietzsche,
anch'io ho esaminato, altrove (Interminati spazi ed eterno ritorno.
Nietzsche e Leopardi cit., pp. 30 sgg.), la presa di posizione
polemica di Nietzsche nei confronti del ruolo dei giornali. Chiamando
in causa anche Goethe e Leopardi, nomi che si possono affiancare
a quelli che fa Losurdo (pp. 479 sgg.), per spiegare taluni atteggiamenti
polemici, certo "inattuali", assunti da filosofi, letterati
ecc., di fronte al processo inarrestabile dell'inevitabile processo
di volgarizzazione, e del suo conseguente impoverimento, della
cultura. Nietzsche è tra questi e, tra questi, è
troppo antihegeliano, per farsi "legionario del momento"
(Inattuale sulla storia, 8). Del resto, basta fermarsi a ciò
che egli scrive in Sull'avvenire delle nostre scuole (1872): "Nel
giornalismo, difatti confluiscono insieme le due tendenze: qui
si porgono la mano l'estensione della cultura e la riduzione della
cultura. Il giornale si presenta, ad un certo punto, come cultura,
e chiunque coltivi ancora pretese culturali, anche come studioso,
si appoggia abitualmente a quel vischioso tessuto connettivo,
che stabilisce le giunture fra tutte le forme della vita, tutte
le classi, tutte le arti, tutte le scienze, e che è solido
e resistente come suole esserlo appunto la carta da giornale.
Nel giornale culmina il vero indirizzo culturale della nostra
specie".
Il Nietzsche che questo scrive è quanto si vuole zeitgebunden,
ma è, senza alcun dubbio, anche un- zeitgemäss. Spero
che voglia persuadersene un poco Losurdo, il quale, certo, ben
sa che questo scrive Nietzsche in un testo in cui prende la difesa,
"inattuale", di una scuola che, a suo avviso, deve restare
Bildungsanstalt, "istituto di cultura", non ossequente
all'ordine – alla domanda – di una società
civile ubbidiente, in un tempo di avviata industrializzazione,
come ho già avvertito, a quelli che, qui, Nietzsche chiama
i "sacri dogmi dell'economia politica", e, per ciò
stesso, impegnantesi a fornire "uomini correnti", "correnti"
come si dice "corrente" una moneta. E, su questo punto,
vorrei aggiungere che il Nietzsche di Sull'avvenire delle nostre
scuole cercò fortuna in Italia, senza tuttavia trovarne,
in un paese di fresca costituzione unitaria e alle prese con i
più ineludibili problemi di carattere sociale ed economico
(cfr. il mio Nietzsche e/o l'innocenza del divenire, ultimo capitolo:
Nietzsche educatore?), in un paese in cui, necessariamente, finì
con l'aver successo la pedagogia positiva dei Gabelli, dei Villari
ecc. Qui, per lo meno, liberamente aristocratico, Nietzsche, ma
"inattuale".
Ma ha ragione Losurdo: "non ci si può occupare di
tutto". E’ vero che non ci si può occupare di
tutto, soprattutto quando una ricerca è condotta con un
obiettivo preciso, magari presupposto, e magari anche suggerito
da una diffusa leggenda che poi leggenda non è, quella
secondo la quale le idee di Nietzsche sono anche idee, come idee
del suo tempo, "naziste". E, certo, del suo tempo, non
che "nazista", è un'idea fondamentale di Nietzsche,
quella che ci sono, per dirla con Brecht, "due specie di
uomini". Su questa idea, in particolare, ha ragione Losurdo
di trattenersi molto. Comincia a farlo già quando, come
si è visto, guarda a Nietzsche come al filosofo che distingue
tra "mal riusciti" e "ben riusciti", gli uni
destinati a perire e gli altri degni, solo essi, di vivere e sopravvivere.
Il dualismo tra due classi di uomini, una delle quali si dà
come "casta", è, così come si configura
nella coscienza di Nietzsche, un tema molto importante, se non
il più importante, del libro di Losurdo. Ed è uno
di quei temi di cui non si può eludere lo svolgimento procuratone
da Nietzsche, almeno se non si vuole "innocentizzarlo".
Sì, su questo punto come faccio a dar torto a Losurdo?
I Klossodwski, e Deleuze, i Colli, i Montinari, i Vattimo, i Severino
ecc.? E' un fatto che essi non assumono a tema lo svolgimento
del tema nietzscheano del dualismo in questione. Vattimo, ad es.?
Vattimo che traduce Übermensch con "oltreuomo",
se ne infischia del fatto che, per Nietzsche, radicalista aristocratico
o aristocratico radicale, Übermensch è un termine
che significa, più propriamente, un uomo che appartiene
ad una specie, ad una razza superiore. Anche quella dell' Übermensch
– e, conseguentemente, quella dell'Untermensch (l’Underman
di L. Stoddard: cfr . pp. 886-887) - è, intanto, un'idea
del tempo di Nietzsche, non che "nazista" (in proposito,
cfr. soprattutto, del libro di Losurdo, p.V, 26, La civiltà
alla ricerca dei suoi schiavi, 3, Il mito greco-germanico del
Secondo e Terzo Reich, pp. 843-850). Il torto di Vattimo, dunque,
e di ogni lettore che non contestualizza storicamente Nietzsche?
Risponde, leggendo Zarathustra, I, Della virtù che dona,
Losurdo: "Un aspetto essenziale del discorso di Zarathustra
è la contrapposizione del "superuomo" e della
“super-specie” alla dilagante “degenerazione”.
E di nuovo siamo rinviati ad un tema che, assieme e inestricabilmente
intrecciato a quelli della trasmissione ereditaria del crimine
e dell'eugenetica, domina la cultura europea e occidentale nella
seconda metà dell'Ottocento, occupando un ruolo centrale
anche nella cerchia degli autori e degli amici cari a Nietzsche:
lo conferma l'occorrenza, nelle loro lettere dei nomi di Galton,
Lombroso, Gobineau. E da questo corposo contesto storico non si
lascia rimuovere anche se ci decidessimo a tradurre Übermensch
e Über-Art rispettivamente con “oltreuomo” e…”oltre-specie”!
È impresa vana separare in Zarathustra il grande e fascinoso
moralista dal brutale teorico del radicalismo aristocratico"
(pp. 1086-1087).
Ma l'"impresa" che qui si dice "vana" è
facilmente attuata dallo studioso di Nietzsche che, semplicemente,
così, programmaticamente, trascinandolo nel suo giuoco
ermeneutico, ignora il "corposo contesto storico" in
cui il filosofo scrive lo Zarathustra, in cui Zarathustra parla
anche come Galton, come Lombroso, come Gobineau. E questo Nietzsche–Zarathustra
è pur sempre il Nietzsche che, nella Dissertatio su Teognide
di Megara (1864), studia, sì, un autore antico, ma non
perde di vista la realtà sociale, economica e politica
contemporanea. Da Teognide Nietzsche ricava la coppia dei termini
che, da ultimo, nel suo lessico, saranno, da un lato, l' Übermensch,
dall'altro l'Untermensch: agathos (o anche esthlos) e kakos, tradotto
(Genealogia della morale, I, 5) anche con niger=melas. Ma ciò
che più conta è che Nietzsche legge Teognide, in
cui trova anche il lamento contro la mistione matrimoniale dei
"buoni" e dei "cattivi", responsabile della
contaminazione della razza, guardando contemporaneamente a ciò
che sta avvenendo nel mondo e, particolarmente, nell'America del
Nord. A Losurdo non sfugge la circostanza che a me sfuggì
curando, nel 1985, la prima traduzione italiana (con introduzione
e commento) della Dissertatio nietzscheana (Teognide di Megara,
Laterza, Roma-Bari), che, comunque, egli utilizza (p.1128). Ma
è vero che, procurando quell'edizione dalla Dissertatio
nietzscheana, io mi rendevo conto di ciò che, più
esplicitamente, mette ora in evidenza Losurdo: il filologo classico
Nietzsche trovava in Teognide la spinta a gettare una distinzione
tra padroni e schiavi, tra "bianchi" e "negri"
- o se si vuole, anche tra "bianchi" e "pellerossa"-
cara ai "crociati della purezza della razza” non ignoti
al filosofo che esalta, proprio non dimenticando Teognide, "la
razza dei conquistatori e dei signori, quella degli ariani"
(Genealogia della morale, I, 5).
Anch'io non mi sottraevo ad una ricerca per spiegare "quel
che Nietzsche deve agli antichi" (così suona il titolo
di un capitolo del Crepuscolo degli Idoli); e, nell'allestimento
di un'altra edizione della Dissertatio nietzscheana, terrò
in gran conto, dal momento che non "ascolto" Nietzsche
come un musicologo e come un prete, il fatto che "lo studio
su Teognide" è "attraversato dal tema della schiavitù"
e, soprattutto, il fatto che esso è scritto da un "giovane
filologo" che "guarda con attenzione agli Stati Uniti",
il fatto che nel 1865, l'anno successivo alla stesura della Dissertatio,
nella guerra di secessione, "i sudisti sono stati praticamente
sconfitti" (pp. 408-409). Già, sono cose, queste,
che possono non interessare o non interessano di fatto l'"ermeneutica
dell'innocenza" che non sa che farsene della "contestualizzazione
storica" di Nietzsche: ma che a un tale ermeneuta queste
cose possano non interessare o non interessino di fatto significa
che egli si sottrae alla fatica immensa che si compie leggendo,
poniamo, anche la Kritische Geschichte der Nationalökonomie
und des Sozialismus (1871) di Eugen Dühring, The Slave Trade
(1853) di Henry Charles Carey ecc. e, perché no, l'Uncle
Tom's Cabine (1852) di Harriet Beecher Stowe, la cui "pietà"
per i negri ed il cui impegno per la lotta contro la schiavitù
non le risparmiano – e Losurdo è, naturalmente, pronto
ad annotarlo (p. 411) – gli strali polemici di Nietzsche
(fr. p. 25 …[178] primavera 1884). E va da sé che,
quando ci si sottrae alla fatica cui si è sottoposto Losurdo
(una fatica che mostra un Nietzsche veramente "colpevole"
di sostenere l'istituto della schiavitù), l'"innocenza"
del filosofo è assicurata: naturalmente, solo perché
si rimuovono dalla lettura, sì, le "pagine più
inquietanti o più ripugnanti" di Nietzsche: né
non possono non dirsi tali le pagine nietzscheane sui kakoi, sui
negri, sugli schiavi contemporanei, visti con l'occhio, che ne
"naturalizza" la condizione, dell'antico poeta.
Pagine "inquietanti" o "repugnanti" anche
quelle sul mondo del lavoro? Si tratta di un mondo che attira
l'attenzione di Nietzsche; e, nel mio Nietzsche sulla pianura
(1993), ho letto con attenzione le sue pagine più significative
su questo mondo. Ciò può spiegare perché
il "grosso" e "cattivo" (soprattutto per gli
"ascoltatori" musicologi e preti di Nietzsche) libro
di Losurdo sollecita ad una ricerca relativa ad un "contesto
storico", entro il quale il kakos, il niger di Teognide,
caro al giovanissimo Nietzsche filologo, acquista una fisionomia
nuova, sì, ma poi non tanto nuova da non fa pensare al
vecchio schiavo, doulos physei, come voleva Aristotele: quella
del lavoratore di fabbrica legato alla catena del lavoro diviso
(già, Smith, i "sacri dogmi dell'economia politica"),
sofferente e pure bisognoso di quella catena (il problema della
disoccupazione ecc.), in un mondo del lavoro "capitalisticamente"
organizzato, in cui il vecchio dualismo agathos-kakos si ripropone
come dualismo – e naturalmente conflitto – tra capitalista
e lavoratore. Questo nuovo dualismo caratterizza più propriamente
il "contesto storico" in cui vive Nietzsche. Ed è
questo il contesto in cui vive anche Marx che ha cominciato, ben
presto, ad osservarlo, assieme a Engels, per denunciare la presenza,
in esso, di una "condizione operaia" in cui si aggiorna
l'antica schiavitù. La condizione, quella alla quale si
accenna, di un lavoratore ridotto, volendo dirla con un'immagine
più volte chiamata in causa da Losurdo (p. 420; ma cfr.
Hegel e la libertà dei moderni, Editori Riuniti, Roma 1992,
p. 174), ad instrumentum vocale – (Varrone Reatino, De re
rustica, I, 17), cioè ad un uomo, ad un homo loquens, sì,
ma trattato come uno strumento, non altrimenti, poniamo, che un
aratro (per Varrone instrumentum mutum) o un bue (per Varrone
instrumentum semivocale). Neppure per il lavoratore, ridotto a
questo strumento, in un’epoca in cui pure, come denunciano
Marx ed Engels, c’è tanto uso capitalistico delle
macchine, cioè di instrumenta che potrebbero fare meno
ponos il lavoro umano, neppure per questo lavoratore ha “pietà”
Nietzsche. E non è, questa, una "colpa" di Nietzsche,
in sostanza quella di ritenere la schiavitù un "fondamento
irremovibile non solo della civiltà greca, ma della civiltà
in quanto tale" (p. 427)? E, certo, il trascurare questa
"colpa" di Nietzsche può dipendere o dipende
unicamente da un'ermeneutica, dell'"innocenza", appunto,
che "non si cale" del "contesto storico" in
cui vive Nietzsche e in cui ci sono anche altri a "naturalizzare"
la nuova forma di schiavitù.
Ci si trova, a questo punto, di fronte ad uno dei momenti più
importanti della ricerca nietzscheana di Losurdo. E ad uno studioso
come me, interessato ai problemi del lavoro, e alla storia di
questi problemi (Filosofia del lavoro, 7 voll., Marzorati. Milano
1980-1982), non può apparire il momento più importante:
quello che gli stessi "ermeneuti dell'innocenza" non
farebbero assolutamente male a considerare. Non farebbero male,
questi ermeneuti, neppure a mettere un po' il naso nella pagine
che Losurdo, continuando una ricerca in atto già nei suoi
massicci studi hegeliani (ad es. nella parte III di Hegel e la
libertà dei moderni), dedica al ruolo che Nietzsche assegna
al lavoro nella civiltà in generale, al ruolo che egli
vuole sia assegnato al lavoratore anche nella sua epoca in cui
pure è in pieno svolgimento la grande battaglia per la
dignità di uomo di questo: ne trarrebbero la possibilità
di conoscere un Nietzsche che difficilmente si può far
passare per un pensatore così "inattuale" da
non rendersi conto di quella grande battaglia in corso e da non
prendere partito in proposito.
Come al solito, le idee sul lavoro, e sulla situazione storica
dei lavoratori, di Nietzsche, sono da Losurdo criticamente commisurate
con quelle di filosofi come Schelling e Schopenhauer o di autori
come Dühring o Taine. La ricerca si fa articolata e lascia
scoprire aspetti singolari del dibattito sulla "questione
del lavoro" (e, ad esempio, del 1865, l' Arbeiterfrage di
F. A. Lange): chi avrebbe detto, per cogliere uno soltanto di
questi aspetti, che Nietzsche potesse trattare come un “anarchico”
Eugen Dühring – sì, quello dell'Antidühring
engelsiano – per il semplice fatto che "mette in discussione
le fondamenta stesse di ogni ordinamento sociale e della civiltà
in quanto tale" perché "condanna la schiavitù
in senso stretto e in senso lato", investe con la sua analisi
critica "gli Stati Uniti della guerra di Secessione e l'Europa
della rivoluzione industriale" ecc. (pp. 432-433)?
Bisogna saperle, queste cose, anche queste cose, per non "innocentizzare"
Nietzsche. Losurdo, che non ha nessuna intenzione di "innocentizzare"
Nietzsche, queste cose le sa e le fa sapere. Naturalmente, per
saperle e farle sapere, lavora sul contesto storico, muovendosi
tra una caterva di testi, scandagliando centinaia se non migliaia
di pagine di autori che bisogna pur conoscere se si vuol conoscere
Nietzsche. Un Nietzsche, intanto, che Marx non conosce, come Marx
non conosce Nietzsche. Eppure, Nietzsche può "servire"
a Losurdo per spiegare la fondamentale nozione marxiana di "pluslavoro".
Si tratta del Nietzsche della celebre Vorrede sullo Stato greco,
in cui si giustifica così il dualismo, più volte
considerato, tra gli agathoi e i kakoi, tra i padroni e i servi,
tra i ricchi e i poveri, tra gli Übermenschen e gli Untermenschen:
"A spese di questa maggioranza (dei lavoratori) e attraverso
il suo pluslavoro (Mehrarbeit) quella classe privilegiata deve
essere sottratta alla lotta per l'esistenza, per produrre un nuovo
mondo di bisogni e per soddisfare a questi".
Allora, Losurdo: "Nel parlare di ‘pluslavoro’
[Nietzsche] si esprime con lo stesso linguaggio di Marx, secondo
il quale l'estorsione di ‘pluslavoro’ (Mehrarbeit)
o ‘plusvalore’ (Mehrwert) è non già
il fondamento naturale e insuperabile della civiltà in
quanto tale, bensì di una società fondata sullo
sfruttamento di classe (p. 432). Certo, Nietzsche “naturalizza”
ed assegna ai lavoratori sfruttati, alienati, un destino insuperabile
(natura non facit saltus); Marx “storicizza” e fa
della società fondata sul lavoro sfruttato, alienato, un
fenomeno storico superabile. Nietzsche contra Marx; e Marx contra
Nietzsche. Senza conoscersi, anche se avrebbero potuto conoscersi.
Comunque, Losurdo: "Se avesse potuto, Marx avrebbe inserito
anche Nietzsche […] nelle sue Teorie del plusvalore , fra
quegli autori moderni che non esitano a pronunciare senza infingimenti
il segreto dell'accumulazione capitalistica (il tabù inviolabile
dell'apologetica volgare), senza neppure nascondere quanto di
schiavistico vi è nel moderno lavoro salariato" (p.
433).
In verità Nietzsche, pur giustificandolo, cioè "naturalizzandolo",
spiega il fenomeno storico dell'"accumulazione capitalistica".
Ma il punto serio è che Nietzsche, proprio mentre lo spiega,
lo giustifica, certo "naturalizzandolo". Un tale Nietzsche,
in particolare, non può essere "innocente", per
uno studioso come Losurdo, sul quale cade, frequente, l'accusa
di essere uno studioso ideologicamente settario che si batte sul
terreno pratico, contro l'assetto capitalistico della società.
Sarà anche ideologicamente settario, Losurdo; ma non si
può affatto rinunciare, unicamente perché egli è
tale, agli innumerevoli, intelligenti e documentati acquisti conoscitivi
che ci offre relativamente ad un Nietzsche che resta, inesorabilmente,
il filosofo dell'Übermensch, da intendere anche o soprattutto
o assolutamente in senso razzistico.
Né l’analisi martellante, spietata - rigorosamente
condotta sui testi di autori che non si possono non interpellare
quando lo si legge – delle idee sul lavoro di Nietzsche
viene arrestata qui, da Losurdo. Si presti attenzione ad uno dei
paragrafi, dottissimi e persuasivi, quale è quello dedicato
al tema lavoro e servitus nella tradizione liberale (pp. 417-422).
La "condizione operaia" che si vede e si vuole come
una forma della nuova schiavitù? Ma, questa non è
solo un'idea di Nietzsche. La trovi diffusa nel pensiero liberale
dell'epoca, anche di un tempo immediatamente anteriore o immediatamente
posteriore, di Nietzsche. E’ inutile rimanere "fortemente
perplessi a vedere pienamente assimilati Tocqueville e J. S. Mill
a Nietzsche sotto la categoria della reazione aristocratica"
(G. Bedeschi, Il “risentimento” del Superuomo, "Il
Sole 24 Ore", 9 marzo 2003). E' un fatto che liberali come
Locke, Constant, Mandeville, Burke ecc. mostrano di avere la stessa
idea, che ha Nietzsche, della necessità, non solo storica,
ma naturale, di una classe di lavoratori ridotti a nuovi schiavi,
perché favoriscano lo sviluppo integrale di una minoranza
felice, sottratta al lavoro destinato a produrre beni e ad allestire
servizi, naturalmente anche per essa. Del resto, è, nientemeno,
anche un'idea del liberale Kant, del quale l'inflessibile Losurdo
cita (p.421) il paragrafo 84 della Critica del Giudizio (1790).
"La cultura [veramente Kant dice Geschicklichkeit] non può
essere ben sviluppata nella specie umana che per mezzo della diseguaglianza
tra gli uomini perché il più gran numero di essi
cura la necessità della vita quasi meccanicamente, senza
aver bisogno di una arte particolare, per l'agio e l'otium [veramente,
Kant: zur Gemütlichkeit und Muße] degli altri, i quali
elaborano gli elementi meno necessari della cultura (sì
Kant, qui, dice Kultur), tenendo questi in uno stato di oppressione,
nel quale lavorano duramente e godono poco".
Non c'è dubbio, in questo testo (anche se egli aggiunge:
"mentre gradualmente si propaga tra essi parte della cultura
superiore"), Kant esprime la stessa idea di Nietzsche, cioè
che il duro lavoro delle masse continua ad essere il presupposto
dell'otium della civiltà" (p. 421). E, con questo
riferimento a Kant, si è voluto solo dar conto del modo
di lavorare storiograficamente di Losurdo su Nietzsche e sul suo
"contesto storico". Questa osservazione serve a spiegare
una mia affermazione precedente: che il libro di Losurdo avrebbe
potuto diventare anche più "grosso" (e, a questo
punto, non so neppure se più "cattivo") di quanto
è. Magari, facendo un opportuno riferimento a Schiller
che, nella VI delle sue Lettere sull'educazione estetica dell'uomo
(1795), giustifica la divisione sociale del lavoro che fa "mutilata"
la "natura" dell'uomo per preparare una generazione
veramente beata, se in essa l'uomo è destinato ad essere
un Ganzmensch, un "uomo intero". E questo perché
Losurdo non manca di toccare il tema, svolto anche da Nietzsche,
della divisione del lavoro sociale (soprattutto pp.856-859). Anche
la trattazione di questo tema avrebbe potuto e dovuto fare più
"grosso" il libro di Losurdo. Certo, egli potrebbe oppormi
il suo "non ci si può occupare di tutto". E Losurdo
si occupa ben di troppe cose per poter occuparsi anche di ciò
di cui io avrei voluto si occupasse: nel caso specifico, del modo
in cui Nietzsche guarda, nel suo tempo, a quella divisione del
lavoro sociale, una colonna portante della società borghese
e capitalistica, alla quale cominciano, significativamente, a
muovere aspra critica, anche un po’ fouriereggiando o utopizzando,
Marx ed Engels (ad es. nell' Ideologia tedesca, comunque dagli
autori abbandonata alla "critica roditrice dei topi").
Interessarsi alla trattazione nietzscheana della divisione del
lavoro sociale può essere, infatti, utile a misurare il
tasso di "inattualità", alla quale Losurdo non
crede affatto, del filosofo.
Sempre "attuale" o tutt'altro che "inattuale"
Nietzsche? Eppure, a me, è sempre parso che Nietzsche svolgesse
tutta una accorata lamentatio sui Teilmenschen della sua epoca
(anche Teilmenschen del mondo della cultura), mettendosi nell'itinerario
della riflessione neoumanistica, propria della Goethezeit o della
filosofia classica tedesca, da Schiller a Marx. In questo itinerario
solo Nietzsche e Goethe "santificano" ideologicamente
la divisione del lavoro sociale o, in una parola, l'"uomo
parte" (tutto sommato, l'uomo dell'economia classica, chiamato
da Smith ad essere lo specialista della diciottesima parte di
uno spillo). "Santifica" ideologicamente, almeno in
parte, la divisione del lavoro sociale, l'uomo dell'economia classica,
Schiller, tuttavia "storicizzandolo". A lamentare neoumanisticamente
il frazionamento, la lacerazione, la frammentazione dell'uomo
vincolato alla parte inevadibile del suo lavoro diviso resta il
grande ed infelice Hölderlin, di cui Nietzsche è,
senz'altro, un fratello spirituale.
Losurdo fa riferimento a Hölderlin una sola volta (p. 102).
Poco, troppo poco, direi, in una "biografia intellettuale"
di Nietzsche. Comunque, ben fa riferimento, Losurdo, all'Hölderlin
dell'Iperione: "Tu vedi operai, ma non uomini; sacerdoti,
ma non uomini; padroni e schiavi […] ma non uomini: non
è come un campo di battaglia, ove giacciono alla rinfusa
mani e braccia e membra mutile?" Sì, ha ragione, Losurdo,
di ritenere che Nietzsche "riprende" e riecheggia questo
Hölderlin nel suo Zarathustra: "Vago tra gli uomini
come tra frammenti e membra di uomini!…"(II, Della
redenzione). Lo "spettacolo" dell'uomo ridotto a Teilmensch,
descritto da Hölderlin (ne sa qualcosa Marx attraverso la
lettera di Arnold Ruge del maggio1843) e da Nietzsche, è
quello che offre il mondo del lavoro dell'epoca. Solo "attuale"
– mi chiedo – Nietzsche di fronte a questo "spettacolo",
lui "antisocialista" e senza "pietà"
per la pena dell'uomo? Ho sempre ritenuto che, di fronte a questo
"spettacolo", Nietzsche è stato anche, hölderlinianamente,
"inattuale": sono anche io un "ermeneuta dell'innocenza"?
Sì, il libro di Losurdo è "grosso" e meritava
un discorso "grosso". Ma non voglio, pur potendo, farlo
più "grosso". Mi basta aver accennato a qualcuno
dei tanti temi che Losurdo affronta e svolge con un'enorme, sbalorditiva
capacità di indagine, con un mirabile potere di dominare
i "dati” necessari per procurare, di Nietzsche, l'immagine
di un "aristocratico ribelle": di uno scrittore, intanto,
non così aforismatico da non permettere di cogliere il
suo discorso organicamente "sistematico" dal punto di
vista logico (cfr. il paragrafo Aforisma, saggio e sistema, pp.
931-934). Mi rimane un po’ il fastidio, proprio dello studioso
insoddisfatto, di non poter seguire Losurdo in altri momenti della
sua intricatissima ricerca: sul femminismo, poniamo, sulla democrazia,
sulla nazione, sulla Germania ecc. nel pensiero di Nietzsche e
sulle interpretazioni di questo durante il nazismo ecc. Ma su
un momento particolare della ricerca losurdiana, nondimeno, avrei
voluto più dettagliatamente soffermarmi: quello in cui
egli tratta della “dissoluzione del soggetto in Nietzsche
e nella cultura europea" (pp.720-724).
Certo, anche quello della "dissoluzione del soggetto"
– o, senz'altro, dell'"io" – è un
tema diffuso nella cultura europea. Lo stesso Losurdo, leggendo
Al di là del bene e del male, (16-17), non dimentica il
più antikantiano Lichtenberg: il filosofo tedesco del Settecento
che oppone al kantiano Ich denke il più impersonale Es
denkt, usato per indicare il fenomeno del pensare come un fenomeno
naturale. La "dissoluzione del soggetto" sta tutta qui:
nell'assumere il pensare come un qualcosa che non dipende dalla
volontà di un "soggetto", di un “io"
che, di fatto, non esisterebbe, non esiste. Ed anche su questo
punto Losurdo accumula una vera e propria antologia di riferimenti:
scendendo, per dir così, lungo i tornanti della cultura
europea sul tema, sino a Galton, Girardet, Le Bon. Ed io, forse
perché contemporaneamente leggo l'ottimo libro di Hans-Joachim
Pieper (Musils Philosophie. Essaysmus und Dichtung im Spannungsfeld
der Theorien Nietzsches und Machs, Königshausen & Neumann,
Würzburg, 2002), gli chiedo, sono costretto a chiedergli:
possibile che Losurdo – così paziente, così
attento, così dotto – non abbia "incontrato"
l'Analisi delle sensazioni(1885) di Ernst Mach? In Analisi delle
sensazioni di Mach, si legge das Ich ist unrettbar, "l'io
è insalvabile" e, subito dopo (I, I2): "L’ideale
etico che si fonderà su tale concezione della vita sarà
altrettanto lontano da quello dell'ascesa, ideale che risulta
biologicamente insostenibile per lui stesso e che si spegne con
lui alla sua morte, e da quello dell'impudente "superuomo"
nietzscheano, che i suoi simili non possono sopportare e che speriamo
non sopporteranno".
Perché "appioppo" questo Mach a Losurdo? So bene,
come lui, che, in una ricerca, "non ci si può occupare
di tutto". Ma un po’ di Mach sarebbe stato opportuno
che se ne occupasse. Se non altro perché un rapporto tra
Mach e Nietzsche è anche filologicamente fondabile (cfr.
il mio Nietzsche. La scienza sul Vesuvio cit.). Perché
occuparsene? Perché in Mach "la tesi della dissoluzione
del soggetto" non è – e non lo è o non
lo è del tutto nemmeno in Nietzsche – "il controcanto
alla proclamazione rivoluzionaria dei diritti dell'uomo"
(pp.784). Intanto, spero che egli non mi inscriva, d'autorità,
unicamente perché nella "tesi della dissoluzione del
soggetto" nietzscheana e machiana leggo anche qualcos'altro,
al partito degli "ermeneuti dell'innocenza" di un filosofo
quanto si vuole teoreticamente responsabile di fare cadere nell'"innocenza
del divenire" persino quelle che saranno "operazioni
di annientamento su vasta scala". Comunque, buona fortuna
ad un libro su Nietzsche che ci voleva: anch'io non ne posso più
degli "innocentizzatori", più storiograficamente
fannulloni, di Nietzsche. E scusami, caro Losurdo, se io, pur
non essendo uno di questi “innocentizzatori”, non
ho visto in Nietzsche solo un filosofo totus politicus, ma anche
il pensatore che, ad esempio, detesta Parmenide e ama Eraclito,
sente con Anassimandro il “male” del mondo, ma con
Euripide non teme di vivere ancora una volta.