| 21 febbraio 2003 Frankfurter
Allgemeine Zeitung |
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Chi, qui in Germania, rischierebbe ormai un'analisi minuziosa dell'intera
opera di Nietzsche? Dall'Italia arriva la rilettura dotta e poderosa
della quale eravamo in attesa
Era pur sempre un distruttore
della ragione
Un nuovo ritratto di Nietzsche, fedele alle fonti: Domenico Losurdo
fa una dettagliata lettura del filosofo in chiave coerentemente politica
Nietzsche ha scritto frasi che anche i suoi ammiratori
dovrebbero definire "orribili" se non sorvolassero costantemente
su di esse. Non mi riferisco ai fogli della follia da lui scarabocchiati
poco prima del suo crollo, ma piuttosto alle parole d'ordine formulate
lucidamente e sulle quali egli è ritornato più volte.
A dire il vero, la sua massima probabilmente più celebre forse
non rientra nel novero di queste frasi brutali. Quando Nietzsche, l'antifemminista,
esorta l'uomo a non scordare la frusta quando "va a donne",
in tal caso può giocare un ruolo anche il motto di spirito. C'è
però in lui qualcosa di peggio, per esempio la celebrazione della
"bestia bionda", la difesa della schiavitù come condizione
di ogni civiltà, l'appello alla durezza, la lotta contro la compassione,
il programma di allevamento degli uomini e di sterminio dei malriusciti.
" I deboli e i malriusciti devono perire: primo comandamento del
nostro amore per il prossimo. E a tale scopo si deve essere loro anche
d'aiuto". Ancora un esempio: "L'uomo deve essere educato come
guerriero e la donna al ristoro del guerriero. Tutto il resto è
stoltezza".
Cosa fanno con queste frasi gli interpreti di Nietzsche? Negli anni
tra il 1945 e il 1950 dilagò una letteratura su Nietzsche che
lo bollava come seduttore. Sembrava essere giunto il tempo della resa
dei conti. Hitler stesso aveva celebrato Nietzsche come suo precursore
e aveva reso una visita solenne a sua sorella Elisabeth; Göbbels
aveva dichiarato di leggere Nietzsche fino a tarda notte. Sulla stessa
lunghezza d'onda di Alfred Rosenberg, Alfred Baeumler aveva tradotto
in prosa accademica l'entusiasmo nazionalsocialista nei confronti di
Nietzsche. Nel dopoguerra, nei primi anni della Repubblica Federale,
Nietzsche fu perciò considerato come un antesignano della catastrofe.
Oggi questi numerosi opuscoli sono caduti nell'oblio; l'immagine di
Nietzsche è divenuta nel frattempo più neutrale e più
tranquillizzante.
L'interesse di molti francesi e italiani per Nietzsche non dimostrava
forse la sua innocenza politica? E così egli appariva finalmente
denazificato. Autori di successo si avvicinano oggi a Nietzsche da biografi;
dopo i lavori pionieristici di Curt Paul Janz di Basilea, chiunque può
scrivere facilmente un libro biografico su Nietzsche; è sufficiente
porre fortemente l'accento sulla omosessualità o sul carattere
esageratamente ansioso di Nietzsche per far nascere in un batter d'occhio
un saggio "interessante". Alcuni esagerano; con la loro immedesimazione
psicologica premiano l'instabile accostamento di idee contraddittorie;
celebrano l'anima di Nietzsche come campo di battaglia delle incompatibilità.
Il policentrismo postmoderno trova in Nietzsche il suo autore classico.
Talvolta, in questi lavori trovano il loro posto persino le espressioni
più rozze di Nietzsche e le sue massime socialdarvinistiche.
Con Lukács contro Adorno
A partire dagli anni sessanta il sentiero principale
della filosofia accademica tedesca fu però un altro. Ad indicarlo
fu il Nietzsche di Heidegger, apparso nel 1961. Esso indicò una
via d'uscita dalla palude della psicologia e della politica. Nietzsche
fu così letto come il momento ultimo e culminante e di autodissoluzione
della metafisica occidentale, come il filosofo antiplatonico che si
era nutrito dell'eredità di Platone. La domanda che orienta la
filosofia, affermò Heidegger, è: che cos'è l'ente?
Nietzsche risponde: la volontà di potenza. Inoltre egli assegna
all'arte una posizione eminente. In tal modo era assicurato il significato
storico universale di Nietzsche e la letteratura in lingua tedesca su
Nietzsche si innalzò ad un livello astratto. A partire da quel
momento, i libri su Nietzsche con pretese accademiche trattarono di
nichilismo, di prospettivismo, di filosofia dell'arte o del linguaggio.
Le affermazioni politicamente imbarazzanti scomparvero nelle note. O
più semplicemente: vennero ignorate con filosofica coerenza.
C'era tuttavia ancora la critica rivolta a Nietzsche da Georg Lukács.
Per lui Nietzsche era il padre della tradizione irrazionalistica della
filosofia tedesca. Era il principale imputato nel processo per la distruzione
della ragione. Il libro di Lukács, apparso nel 1954, era scritto
con mano pesante; insieme alla sua rumorosa polemica, questo libro apparteneva
ancora alla letteratura della resa dei conti. Poiché Adorno non
si stancò di ripetere la sua sentenza secondo cui il libro di
Lukács sulla distruzione della ragione non dimostrerebbe altro
che la distruzione della sua propria ragione, la critica a Nietzsche
di Lukács fu privata di ogni autorità anche nella sinistra
tedesco-occidentale, persino quando i nostri sessantottini cominciarono
a rivolgersi al filosofo ungherese (che nel frattempo aveva finalmente
dimostrato la sua posizione antistalinista). Nella DDR le riserve contro
il Nietzsche antisocialista durarono più a lungo; nella Repubblica
Federale i teologi di entrambe le confessioni corteggiarono amorevolmente
il Nietzsche ateo come filosofo alla ricerca di Dio.
Nessuno riesce a padroneggiare l'insieme delle pubblicazioni su Nietzsche.
Oramai, da noi, su di lui scrive un libretto entusiastico ogni libero
docente, andato in estasi nella lettura dello Zarathustra. Devo quindi
esprimermi con cautela: a partire dal 1960, le ricerche più approfondite
riguardano il problema del linguaggio, dell'interpretazione, del prospettivismo
e dell'arte; il filosofo politico Nietzsche, che dal 1930 al 1950 era
stato in primo piano, è passato sempre più in secondo
piano. Non è stato però del tutto trascurato: Henning
Ottmann ha scritto sul rapporto tra filosofia e politica in Nietzsche
(1987); Ernst Nolte ha tentato nel 1990 un inquadramento storico-politico;
resta ancira da considerare libro di Urs Marti sulla polemica di Nietzsche
nei confronti della rivoluzione e alla democrazia (1993). Si trattava
di correzioni sicuramente importanti, ma in generale domina pur sempre
- e non solo in Germania - l'immagine del metafisico antimetafisico,
dal quale prendono le mosse le odierne domande decostruttivistiche e
"postmoderne".
Contro questo quadro generale Domenico Losurdo presenta ora una dotta
e poderosa rilettura. Il suo Nietzsche è un pensatore completamente
e totalmente politico, anche nei suoi passaggi più astratti.
Presa in sé, questa affermazione non sarebbe nuova; ma Losurdo
sviluppa la sua tesi mediante un'analisi minuziosa dell'intera opera
di Nietzsche. In ciò risiede l'importanza di questo libro di
1200 pagine. Il metodo seguito è conseguentemente storico-filologico;
esso è costruito in modo corretto, anche se sfocia in una critica
di Nietzsche nel senso di Lukács. Losurdo ricostruisce letture
e avvenimenti storici; egli completa la ricerca biografica e soppesa
accuratamente continuità e discontinuità nello sviluppo
del pensiero di Nietzsche. Egli rivela un'eccellente conoscenza dei
dibattiti politico-filosofici del diciannovesimo secolo, anche quelli
che si sviluppano in Francia, in Inghilterra e negli Stati Uniti. Analizza
il pensatore politico Nietzsche nel contesto del confronto intellettuale
con le rivoluzioni del 1789, del 1830 e del 1848. Il risultato: Nietzsche
polemizza costantemente contro il ciclo delle rivoluzioni; pur con tutta
la diversità delle singole fasi del suo filosofare, il motivo
ricorrente risulta essere sempre il "radicalismo aristocratico".
Questa formula non è nuova; Georg Brandes l'ha coniata nel 1887
e Nietzsche l'ha salutata con entusiasmo. In Losurdo essa diventa il
filo conduttore di un'indagine oltremodo dettagliata, a conclusione
della quale emerge una nuova immagine di Nietzsche: il filosofo di una
reazione aristocratica che concepiva il suo pensiero - in modo simile
a Marx - come passaggio all'"azione", intesa però,
diversamente da lui, come "lotta" a favore del "partito
della vita". Tutte le obiezioni apparentemente teoretiche contro
Socrate, Gesù, Lutero e Rousseau, tutti gli argomenti filosofico-morali
contro la morale degli schiavi erano dunque le premesse teoretiche di
un'opzione politica. Esse servivano a respingere la rivoluzione, il
socialismo e la democrazia, da Nietzsche ricondotti, oltre che all'illuminismo,
alle idee socratico-cristiane e infine all'ebraismo post-esilico. Anche
gli interessi pedagogici di Nietzsche, in particolare il suo rifiuto
del sistema scolastico tedesco-prussiano, vanno inseriti in questo contesto:
dato che ogni civiltà si fonda sulla schiavitù, la mania
di un'istruzione elementare diffusa tra le masse può solo essere
di danno. Il saper leggere facilita la rivolta degli schiavi.
L'inattuale legato al suo tempo
E stato già da sempre osservato che Nietzsche
dal 1866 al 1872 ha sostenuto una politica vicina a quella di Wagner,
teutomane e giudeofoba, e che nel 1888 ha fatto deciso ritorno ai suoi
interessi politici. Ma Losurdo, uno storico migliore di Ernst Nolte,
fornisce una spiegazione storica di ciò: dopo la sanguinosa soppressione
della Comune, a Parigi la situazione rivoluzionaria aveva ceduto il
posto al consolidamento degli anni settanta; la legislazione sociale
di Bismarck e tanto più l'impero sociale di Guglielmo II e del
suo predicatore di corte Stöcker provocarono il "radicalismo
aristocratico".
Losurdo distingue, in consonanza con gli studi che l'hanno preceduto,
tre fasi dello sviluppo intellettuale di Nietzsche. Il primo stadio
- dal 1869 al 1876 circa - è nel segno di Wagner e Schopenhauer:
critica all'illuminismo, metafisica tragica e teutomania giudeofoba
caratterizzano i testi filosofici del giovane professore di Basilea.
Segue una fase che, con qualche riserva, si potrebbe chiamare "illuministica".
Questi anni, dal 1876 al 1881 circa, condussero all'apertura nei confronti
dell'empiria delle scienze storiche e naturali. Il distacco da Wagner
e Schopenhauer corrispose all'interesse per i moralisti francesi. E'
il tempo della gaia scienza, del nuovo prospettivismo, della critica
alla metafisica e dello stile aforistico. Manca ancora l'idea dell'eterno
ritorno e la formula della volontà di potenza. Queste vengono
annunciate nei discorsi di Zarathustra (1883/1885) e si trovano nei
lavori che, tra il 1885 e il 1888, dovevano condurre all'opera principale
mai portata a termine, "La volontà di potenza".
Questa tripartizione dell'evoluzione intellettuale di Nietzsche non
è né nuova né fondamentalmente messa in discussione,
ma Losurdo la concretizza attraverso la sistematica messa a frutto dell'epistolario.
Egli correla il filosofare di Nietzsche con gli avvenimenti e i dibattiti
politici contemporanei. Nel far ciò fa istruttivi riferimenti
alle ideologie filosofiche, teoretico-morali e politico-razziali delle
rivoluzioni europee, della liberazione degli schiavi in America e del
dominio coloniale inglese, eventi che Nietzsche conobbe e ai quali si
rapportò. Nietzsche appare perciò meno isolato e meno
"inattuale" di quanto egli abbia preteso. Nonostante tutte
le differenziazioni di temi e stadi, l'opera di Nietzsche appare più
unitaria che nelle interpretazioni dei suoi adepti postmoderni e meno
astratto-speculativa che nelle letture sviluppatesi sulla scia di Heidegger.
Il suo "pathos della distanza" aveva di mira la nascente società
di massa e i suoi teorici, in particolare la rivolta degli schiavi del
proletariato internazionale. A Nietzsche premeva, secondo Losurdo, il
rifiuto dell'egualitarismo e della democratizzazione; di qui l'analisi
delle loro giustificazioni in nome dell'illuminismo, della morale, del
socratismo o del cristianesimo. La critica di Nietzsche alla ragione,
il suo immoralismo e il suo anti-cristianesimo rivelano il loro comune
fondamento solo a partire dal punto di vista della filosofia politica.
Sono sfaccettature divergenti della coerente legittimazione dell'aristocratismo
radicale e della sua critica alla modernità. Con lo sguardo rivolto
all'insurrezione dei lavoratori parigini della primavera del 1871, lo
stesso Nietzsche ha così spiegato il suo atteggiamento: lo spaventa
- scrive il 21 giugno 1871 al suo amico Carl von Gersdorff - "la
testa dell'idra internazionale che improvvisamente si è sollevata
con tanta mostruosità ad annunziare ben altre lotte future".
Si tratta qui del "crimine di una lotta contro la civiltà",
ma questo crimine non è da addossare agli infelici lavoratori
parigini. Questi sono solo "i portatori di una colpa universale",
che "dà molto da pensare". La filosofia di Nietzsche
è l'analisi di questa colpa millenaria.
Losurdo ha posto su nuove basi metodologiche la critica di Georg Lukács
a Nietzsche. Il suo libro è un'opera di riferimento, con un approccio
storico estremamente rigoroso, scritto con una buona conoscenza della
lingua tedesca e della letteratura in lingua tedesca. Allo stesso tempo
è un libro a tesi, con una polemica a colpi di martello contro
l'ermeneutica dell'innocenza che vede in Nietzsche semplicemente il
teorico dell'interpretazione infinita. Le sue dichiarazioni politiche
estreme non sono in alcun modo da ricondurre solo alla sorella Elisabeth,
discolpando quindi Nietzsche. Come effetto collaterale del suo dotto
studio Losurdo discolpa il "Lama"[Elisabeth] e critica la
penetrazione della retorica innocentista nell'edizione Colli-Montinari
e nelle traduzioni italiane di Nietzsche.
La difesa che Nietzsche fa della schiavitù, il suo programma
eugenetico e il suo antifemminismo sono le sue proprie tesi e sono qualcosa
di più che un gioco metaforico. Senza fare di Nietzsche un precursore
di Hitler, Losurdo dà da pensare: non è un'inezia se un
pensatore liquida con argomentazioni razionali la comunanza della natura
umana a favore di una maschia schiatta di signori. Nietzsche sacrifica
l'universalità della norma razionale ed etica a favore della
volontà di potenza dei benriusciti.
Losurdo ha scritto un libro duro, chiaro. In modo netto egli contrappone
Nietzsche quale pensatore politico alla decennale spoliticizzazione
della sua opera. Talvolta è incline a astratte etichettature
delle posizioni filosofiche; di tanto in tanto gli sfugge un libro importante,
come quello già menzionato di Urs Marti. Ma queste debolezze
sono compensate da un'enorme conoscenza delle fonti. Non ci sono molti
libri su Nietzsche, dai quali si può imparare tanto come da questo.
Losurdo non nasconde che prende le mosse da Lukács e che ha lavorato
assieme a Manfred Buhr. Questo dà al suo libro un sapore di sinistra.
Un amico italiano a cui ho chiesto di Losurdo, lo ha paragonato a un
mammut siberiano che imperversa nel panorama della storia delle idee
e che ha attinto le sue prospettive storiche dalle decisioni del comitato
centrale del partito comunista dell'Unione Sovietica. Con questo mio
intervento contraddico il mio spiritoso amico, che non conosceva il
libro su Nietzsche. Losurdo non ha scritto alcun trattato di partito
ma, col lancio di una grossa pietra, ha sfidato la comunità nietzscheana
europea. Sarà divertente vedere in che modo essa reagirà.