Liberazione, 5/2/2003
Nietzsche il ribelle e la legge del più forte
"Non possiamo essere altro che rivoluzionari":
all'indomani del '68 e sull'onda di una più vasta esigenza di
emancipazione, è in questa chiave libertaria e anarchica che
Nietzsche veniva "recuperato" a sinistra. Interpretandolo
come il filosofo della liberazione dell'individuo da tutte le "strutture
sociali che implicano necessariamente la divisione tra dominanti e dominati",
Vattimo ne denunciava il fallimento finale proprio nel mancato incontro
con il "movimento rivoluzionario" degli "esclusi"
e "sfruttati" dalla ratio capitalistica, lamentando però
l'ostilità della cultura comunista. Né diverso era il
senso della ricerca di Cacciari sul "pensiero negativo".
L'errore della sinistra
Le ragioni di ciò che secondo Domenico Losurdo è stato
un grave equivoco investono il problema generale della crisi di autonomia
della cultura marxista italiana e della sua dissoluzione post-moderna.
Per impostare oggi una lettura più realistica di Nietzsche, non
è necessario ma utile, però, ricordare banalmente l'uso
politico che del suo pensiero è stato fatto da parte del nazismo.
Né Losurdo, in questo volume dedicato al filosofo tedesco (Nietzsche,
il ribelle aristocratico. Biografia intellettuale e bilancio critico,
Bollati Boringhieri, Torino, pp. 1.167, euro 68,00), intende riattualizzare
un'interpretazione pur importante come quella di Lukàcs (i cui
presupposti, la decadenza ideologica della borghesia e l'inarrestabile
avanzata del movimento operaio, si sono rivelati caduchi). Ciò
che a suo avviso è indispensabile, piuttosto, è operare
una rigorosa contestualizzazione storica: leggere Nietzsche "nel
suo tempo", dice, significa mantenere un costante riferimento alle
concrete trasformazioni che a fine Ottocento animavano la storia mondiale,
nonchè ripercorrerne l'evoluzione alla luce dell'intero dibattito
filosofico e ideologico nel quale egli era immerso.
E' l'unica metodologia corretta, secondo Losurdo, per riconoscere davvero
l'importanza di questo filosofo, la cui indiscutibile grandezza - che
non necessita di maquillages a posteriori o letture "metaforiche"
- consiste proprio nell'essersi confrontato con tutte le principali
contraddizioni storico-politiche della sua epoca, cogliendone le tendenze
di fondo ed elaborando un ambizioso progetto di superamento integrale
della modernità.
Attraversando questo volume, scopriamo allora che il problema di Nietzsche
è quello che un'intera fase storica pone alle classi dirigenti
europee. Il blocco aristocratico-borghese delle élites al potere
(Mayer) si trova di fronte le conseguenze di un imponente processo di
emancipazione innescato dalla Rivoluzione francese e proseguito dal
movimento operaio organizzato. L'epoca delle masse è cominciata
e l'avanzata della democrazia moderna (politica, economica e sociale)
è inarrestabile. Come evitare uno sconvolgimento radicale degli
ordinamenti che storicamente garantivano la proprietà privata
e il dominio dei ceti privilegiati? Il liberalismo europeo si divide
e cerca nuove strade: ormai inane la difesa conservatrice dell'esistente,
non resta forse che il compromesso, una "rivoluzione dall'alto"
che tenga conto dei nuovi rapporti di forza e punti all'inclusione delle
masse e all'assorbimento dei loro gruppi dirigenti. E però, identificando
la democratizzazione con la fine della stessa civiltà europea,
ampi settori del liberalismo si orientano, al contrario, per una controffensiva
in grande stile, progettando
una "reazione aristocratica" che, lungi dall'accettare mediazioni,
sfidi i processi di emancipazione sul loro stesso terreno: politica
di massa, cesarismo plebiscitario, agitazione sciovinistica e colonialista.
A quest'altezza, ben immersa nel suo tempo e tutt'altro che "inattuale",
si dipana la filosofia di Nietzsche. Un pensiero "totus politicus",
dice Losurdo, che - sin dall'orrore disperato per la Comune di Parigi
e con configurazioni molto diverse - trova il proprio cuore "nella
critica della rivoluzione". Affinché vi sia "Civiltà",
è necessario che la maggioranza degli uomini sia impiegata nella
produzione e liberi dall'abbrutimento del lavoro l'élite dei
pochi individui pienamente umani e capaci di vera creazione. L'epoca
del "nichilismo europeo" e della "decadenza", l'epoca
della fine del genio, è dunque in realtà quella della
rivoluzione e dell'avanzata delle masse, i "nuovi barbari"
che assediano i santuari della cultura e della distinzione di ceto.
Ma la "rivolta degli schiavi", che sovverte ogni "ordinamento
naturale" e impone il culto del progresso e del lavoro, ha una
storia millennaria che va aggredita alla radice. Già la scoperta
socratico-platonica del concetto individuava sul terreno della comune
ragione i fondamenti logici dell'eguaglianza umana. Non diverso è
l'esito dell'universalismo dei profeti ebraici o della predicazione
d'amore e fratellanza del Cristianesimo
I diritti della gerarchia
Riconducendo ad unità fili di per sé dispersi, Losurdo
mostra come per Nietzsche l'intera storia della cultura europea e della
formazione dei nostri "sentimenti morali", la storia dello
stesso concetto di "umanità", sia egemonizzata dal
ressentiment e dall'invidia plebea dei "malriusciti", che
hanno castrato la superiore volontà di potenza dei "dominatori"
attraverso l'induzione del più subdolo senso di colpa. E' con
la modernità però, con l'emergere di un ceto di intellettuali
fanatizzati dal loro credo criptoreligioso nella ragione universale
e nel progresso, che la rivolta si fa organizzata e prorompe nella Rivoluzione
francese e nel movimento socialista. Contro questa catastrofe dalle
radici antiche, a nulla servono per Nietzsche tradizione o religione.
Occorre semmai, spiega Losurdo, smantellare i freni inibitori che esse
pongono alla controffensiva del "partito della vita" ed elaborare
un "contromovimento" (Heidegger), una risposta filosofico-politica
nuova. L'"immoralista" ora ribadisce con coraggio i diritti
della "gerarchia" e mira a risolvere per sempre, attraverso
misure drastiche, la questione del potere posta dalle "guerre socialiste"
già in corso: non bisogna più arretrare di fronte all'idea
di nuove forme di schiavitù, né a programmi eugenetici
di "annientamento di milioni di malriusciti" e "allevamento"
dell'"umanità superiore", né allo sterminio
delle "razze inferiori".
E' un progetto grandioso, nella sua portata reazionaria e nella sua
capacità, commenta Losurdo, di "mettere in discussione due
millenni di storia". Nell'esprimere il fondo oscuro e ancora sconosciuto
dell'estremismo liberale, esso sa ammantarsi di ribellismo e usare la
parola d'ordine della rivoluzione, ed è anche capace di criticare
cinicamente le ipocrisie della borghesia del suo tempo (come quando
smaschera la natura imperialista di guerre condotte in nome della "civiltà",
della "morale" o dei "diritti umani"). Ciò
non toglie che la critica nietzscheana dell'ideologia, la sua contestazione
della falsità dell'universalismo borghese e dei suoi ideali morali,
conduca per Losurdo non alla ricerca di un universalismo pieno e compiuto
ma alla rimozione di ogni vincolo e alla trasfigurazione della più
brutale parzialità insita nella legge del più forte. La
legge che il "popolo dei signori" pratica da sempre, prima
contro le classi subalterne e poi contro i "sottouomini" delle
colonie. La "liberazione" dagli assoluti della metafisica
promessa da Nietzsche si rivela, allora, l'elaborazione di un progetto
di dominio così radicale ed orgoglioso che nemmeno l'epoca terribile
che si aprirà con la sua morte sarà capace di farlo pienamente
proprio.