Un
recente convegno husserliano: le "Giornate di studi su Husserl"
(Roma, ottobre 2002).
di Paolo Spinicci e Paola Basso
La rivista La Cultura. Rivista di filosofia,
letteratura e storia ha pubblicato in un suo recente fascicolo
(anno XLII, numero 1, aprile 2004) gli interventi delle “Giornate
di studio su Husserl”, organizzate dal Dottorato di ricerca
di filosofia dell’Università “La Sapienza”
di Roma nell’ottobre del 2002. Ne diamo qui un rapido resoconto
che vuole innanzitutto dare un’idea del contenuto e della
ricchezza degli interventi e, insieme, suggerire qualche spunto
per una riflessione autonoma.
L’articolo - bello, ricco e conciso - di Benoist (Fenomenologia
e ontologia nelle Ricerche Logiche), pp. 77-88, si pone l’arduo
compito di chiarire i rapporti tra fenomenologia e ontologia all’interno
delle Ricerche Logiche (con i dovuti distinguo tra la I e la II
edizione), spesso tacciate di seguire, a scapito sia dell’annunciata
“tregua metafisica”, sia della loro esplicita portata
gnoseologica, una chiara vocazione ontologica.
Può condurre da qualche parte un simile gioco di difficile
demarcazione tra ambiti a loro volta di difficile definizione?
Bisogna alla fine ammettere di sì: Benoist riesce in questa
impresa grazie alla sua precisione analitica e alla sua costante
inclinazione a chiedere ragione di ogni cosa, testimonianze di
Husserl incluse. Di queste ultime, a venir sottoposte al fuoco
dell’analisi sono in particolare due, tra loro contrapposte:
da una parte la rivendicata «neutralità» della
fenomenologia e dall’altra la qualificazione retrospettiva
da parte di Husserl, nell’Abbozzo di prefazione, della terza
ricerca come "ontologica", rivendicazione responsabile
delle diverse interpretazioni appunto ontologiche delle Ricerche
tout court.
Prima questione: fino a che punto le Ricerche possono ritenersi
neutrali? E cioè: il principio fenomenologico dell’«assenza
dei presupposti» implica la sospensione di qualunque questione
“metafisica”, ma si dà una pari sospensione
rispetto ai «vincoli» imposti alla teoria fenomenologica
in quanto tale? Ossia: che significato dare a quel «ritorno
alle cose stesse» e all’intuizione ivi messa in gioco?
E poi, se ci si limita a rendere conto dell’essere esclusivamente
a partire dalla coscienza, «da dove vengono» (p. 83)
allora tutte quelle mirabili strutture messe in gioco nelle Ricerche
Logiche? Quello qui sollevato è il problema del luogo ontologico
dell’atto: del suo incerto statuto ontologico come anche
dell’impegno metafisico costituito dal semplice fatto di
ragionare in termini di atti. Sotto accusa pare essere qui la
V Ricerca. Le risposte di Benoist a questi interrogativi radicali
sembrano di fatto salvare la neutralità delle Ricerche:
innanzitutto il tratto intenzionale della fenomenologia si rivela
sempre essere «un tratto semplicemente descrittivo»
(p. 82) inoltre, ricorrendo a una precisazione terminologica che
riguarda una importante differenza tra la I e la II edizione,
Benoist mette in salvo la I edizione: se infatti nel § 16
della II edizione reell sembra assumere un certo peso metafisico,
va notato che, viceversa, nella I edizione reell, di contro a
real, esprimeva esplicitamente solo un “modo di apparire”
senza alcun impegno riguardo allo statuto ontologico dei contenuti
presi in considerazione.
Ecco allora che l’“astinenza metafisica” della
fenomenologia sembra essere fondamentalmente rappresentata, oltre
che dall’epoché fenomenologica, dal gesto con cui
Husserl seppe proporre come criterio di realtà la temporalità,
sottraendo eo ipso la nozione di realtà alle pesanti zavorre
metafisiche cui era tradizionalmente legata in virtù del
ricorso all’essere.
Rispetto alla seconda dichiarazione husserliana, quella dell’Abbozzo
di prefazione, non si fa attendere un secondo interrogativo, della
stessa matrice seppur di segno opposto a quello sopra discusso:
«fino a che punto» ontologiche? (p. 85). Benoist vuole
capire perché e in che senso Husserl abbia voluto attribuire
a quelle Ricerche, dal chiaro taglio gnoseologico, un «cuore»
ontologico – offerto dalla terza ricerca –, seppur
di un’ontologia ovviamente non in odor di metafisica, capace
cioè di aggirare il problema della sostanza. Perché
mai ‘ontologia’ dal momento che viene anche qui messa
fuori circuito la differenza tra ‘contenuto’ e ‘oggetto’?
Il perché di una simile accezione è presto detto,
in modo a sua volta da ridimensionarne il senso. In primis si
fa giustamente notare, in riferimento appunto alla III ricerca,
che un motivo di tale attribuzione può risiedere nel fatto
che in Brentano la merologia altro non era che una riformulazione
della vecchia articolazione sostanza/accidente di chiara matrice
metafisica; inoltre, per intendere siffatta lettura occorre riportarla
al 1913, collegandola in questo modo direttamente agli anni dell’idealismo
trascendentale e soprattutto dell’ontologia formale.
Ecco che chi si aspettava un approdo ontologico non può
che rimanere deluso. Per comprendere comunque il senso di questa
attribuzione retrospettiva, Benoist chiama in gioco un’altra
nozione, ossia quella wittgensteiniana di ‘grammatica’:
compito di un’ontologia ridimensionata sarebbe allora quello
di presentarsi come la stessa condizione formale di possibilità
delle analisi fenomenologiche, ossia la loro “implicita”
«grammatica universale».
Interessante il fatto che, per districare il viluppo di ontologia
e fenomenologia, Benoist si avvalga, come ausilio in questo difficile
lavoro di demarcazione, della nozione di “extraterritorialità”:
in un preciso decalage di ciò che sta dentro e ciò
che sta fuori, la fenomenologia definisce se stessa. Dunque «“ontologico”
vuol dire qui la stessa cosa che limite non fenomenologico della
fenomenologia» (p. 86).
Inatteso il finale: dopo aver opposto lungo l’intero articolo
la chiarezza all’ambiguità, ecco che Benoist nell’ultimo
capoverso sembra voler concedere a quella medesima ambiguità,
di tipo gnoseologico, una sua possibile riabilitazione, attribuendole
un ruolo fondativo se non addirittura una valenza ontologica:
si eleva così a dignità quella «ambiguità
di partenza» che albergava nelle Ricerche Logiche in quanto
unica fonte di legittimità di una costituzione fenomenologica
la quale, per conservare un suo valore, deve alfine riconoscere
l’esistenza di «qualcosa di incostituibile».
Il nodo che si pone di sciogliere questo articolo ricchissimo
e denso di Klaus Held (Fenomenologia del «tempo autentico»
in Husserl e Heidegger, pp. 101-119) è quello che lega
tra loro il «tempo autentico», ossia il tempo originario,
e il «tempo inautentico», ossia ‘il tempo e
basta’. Un analogon di questa dicotomia, di origine specificamente
heideggeriana, Held lo rinviene anche nella riflessione husserliana,
analogon tra l’altro non del tutto spogliato della sua vena
più esistenziale, pur dovendo richiamarsi fondamentalmente
solo al senso letterale di questa autenticità: ossia «eigen»
in quanto qualcosa che si mostra «in ciò che gli
è proprio». La dicotomia si presenta allora così:
da una parte il tempo obiettivo, la serie di ciò che è
presente, la serie degli ora – il tempo inautentico –
e, dall’altra, il presente vivente o la coscienza interna
del tempo – il tempo autentico, ossia il tempo ‘originariamente’
percepito in ciò che gli è proprio. L’ipotesi
che soggiace al saggio è che Husserl e Heidegger si incontrino
di fatto, seppur non da un punto di vista terminologico. Del resto,
se il quesito sembra essere di matrice heideggeriana, è
certo che in questo articolo l’interesse orbita attorno
alle soluzioni husserliane.
Questo parallelo tra Heidegger e Husserl potrebbe far storcere
il naso se non fosse per l’estrema cautela con cui è
portato avanti e gli innumerevoli affondi di cui si avvale in
grado dunque di rendere la dicotomia sufficientemente generale.
Per rendere ragione di questa antitesi, infatti, Held risale a
una dicotomia più originaria e innegabile: la coscienza
del tempo è un accadere, un flusso; il tempo obiettivo,
invece, è ciò che, nel suo essere una serie data
una volta per tutte, si presenta come forma fissa. Dunque il tempo
in continuo mutamento, da una parte, e il tempo nel suo permanere,
nella sua veste immobile, dall’altra: Aristotele con il
suo tempo come «numero del movimento secondo il prima e
il poi», cifra dell’essere, e invece Platone con il
suo tempo come cifra del divenire, il tempo «mobile»
(Timeo, 37 d 5). Da un lato la Zeit als Zahl e dall’altro
la Generative Zeiterfahrung per citare due titoli di Held. Ecco
che «nella contrapposizione del tempo come accadere e come
forma immobile ritorna la prima grande divergenza nella comprensione
filosofica del tempo» (p. 103).
Si apre così, in questo panorama, un doppio problema: 1.
portare alla luce i tratti del tempo autentico, 2. spiegare come
da questo sorga o sia condizionato il tempo inautentico (in termini
husserliani il problema diviene: come il tempo obiettivo si costituisca
nella coscienza interna del tempo). Per rispondere a quel doppio
problema, Held si rifà ai Bernauer Manuskripte:
All’interno di quella scia che è l’ora –
costituito dal sistema del sopraggiungere e del dileguare, ossia
protenzione e ritenzione –, sorgono alcune domande mosse
a Husserl. La prima, retorica: «con quale diritto Husserl
ipotizza che in tutte le protenzioni vi sia una tendenza al riempimento»?
(p. 108): per il semplice fatto che le protenzioni rimangono nella
coscienza della ritenzione come protenzioni. Sino viceversa a
un quesito vero e implacabile: è possibile che nel campo
di presenza «compaia improvvisamente qualcosa di completamente
nuovo, un evento del tutto inatteso»? (p. 111). Può
cioè darsi una protenzione completamente «vuota»
rispetto ai suoi possibili riempimenti? Quesito che tra l’altro
sembra tornare ossessivamente in Husserl, come «possibile
obiezione», ma al quale in fondo egli non può rispondere
se non negativamente, nonostante nel § 4 del testo n. 1 accenni
chiaramente a un «Eregnis che può “far ingresso”
senza una preinterpretazione, del tutto senza specifica attesa».
Da questo quesito si diparte una dettagliata e decisiva analisi
di ciò che costituisce il problema della Urpräsentation:
«la coscienza del campo di presenza [per Husserl] non comincia
mai completamente dall’inizio» (p. 113); il nuovo
può comparire solo come risposta a certe predelineazioni
che sono il risultato di sedimentazioni ritenzionali di protenzioni
precedenti e loro riempimenti.
Di estremo interesse l’analisi del rapporto tra impressione
originaria da una parte e ritenzione-protenzione dall’altra,
rapporto che sembra a un certo punto, e per la precisione in alcuni
Bernauer Manuskripte, invertirsi irreversibilmente: se inizialmente
era il presente il nocciolo della coscienza del tempo, in una
chiara posizione di preminenza rispetto agli altri due aspetti,
ecco che «l’ora è costituito attraverso la
forma del riempimento protenzionale» (B.M., p. 14), cioè
a dire: «ogni Erlebnis presente del riempimento» appare
così come «una coscienza del diventar presente di
qualcosa che è anticipato nella protenzione passata»
(R. Bernet, Introduzione ai B.M., p. XLII). E ciò in linea
con il tardo Heidegger di Zeit und Sein secondo il quale sarebbe
solo il rapporto tra il futuro e il passato a produrre il presente.
Ma il parallelo tra i due autori non sussiste, anzi, la terza
parte del saggio, ossia l’analisi della parte heideggeriana,
porterà a posizioni fortemente platonizzanti e idealizzanti
in esplicito contrasto con la fenomenologia e la sua nota vocazione
a sottrarsi a ogni idealizzazione.
Ben documentato e con una tesi molto netta, l’articolo di
Bancalari (Stefano Bancalari, La riduzione primordiale nella V.
Meditation: un tradimento della «riduzione intersoggettiva»?,
pp. 65-76) è una chiara riaffermazione dell’imprescindibilità
dell’impostazione e delle tematiche presentate nella V Meditazione
cartesiana. Infatti, ben lungi dal presentare problemi generatisi
solo da un presunto «regresso in senso cartesiano»,
questa meditazione viceversa «affronta e pone questioni
che sono nuove»: il problema altrove discusso di una «riduzione
intersoggettiva», infatti, è altro rispetto ai problemi
discussi qui e dunque non può essere presentato come una
soluzione più semplice e meno aporetica delle questioni
lì toccate. Non a caso la riduzione primordiale –
nozione chiave in questa controversia tra l’opera del ‘29
e gli altri testi che affrontano il tema dell’intersoggettività
–, presentata da Husserl come una risposta all’obiezione
del solipsismo, sembra essere un tema esclusivo di questa Meditazione,
dal momento che, come viene efficacemente fatto notare, sulle
29 occorrenze del termine tecnico primordial nel tanto citato
Beilage XX, 28 risultano aggiunte successive. La V Meditazione
è la risposta alla questione nuova posta dalla «motivazione»
- come ciò che di per sé costituisce il processo
effettivo di costituzione dell’alterità - e dall’esigenza
di una doppia riduzione, a partire dalla constatazione della Erste
Philosophie secondo cui «la riduzione fenomenologica non
è riduzione alla mia soggettività privata»,
imponendo così di «distinguere» tra il mio
essere e l’essere degli altri.
L’ articolo chiaro ed interessante di Marta Donzelli, (I
margini dell’obbiettività: Husserl tra filosofia
della natura e filosofia della scienza, pp. 89-100) indaga con
sguardo fenomenologico l’interrogativo, di matrice kantiana,
di come sia possibile una scienza della natura. L’atteggiamento
scientifico è «un atteggiamento dossico-teoretico»,
dunque non si richiede solo un atto dossico od obiettivante –
ossia orientato su un oggetto il cui tratto distintivo è
quello dell’esistenza – ma anche teoretico, ossia
uno sguardo attivo, di verifica e non semplicemente consapevole.
Una volta sondate le condizioni di possibilità di una descrizione
scientifica della realtà materiale, del darsi cioè
della naturwissenschaftliche Einstellung, si tratta di fare un
passo ulteriore e cioè risalire alla genesi della struttura
formale che costituisce una scienza, struttura che si trova al
termine del processo di idealizzazione, o astrazione ideativa,
da cui ogni scienza sorge. Ed ecco che si viene condotti giustamente
sul terreno della geometria, di fatto unica scienza che Husserl
ha vagliato con accuratezza.
Come chiave di lettura della questione che riguarda la bipartizione
tra scientifico e pre-scientifico, Marta Donzelli suggerisce acutamente
la coppia concettuale vago-esatto: «in natura non esiste,
vale a dire non è concretamente osservabile a livello intuitivo,
un solo oggetto individuale esatto» (p. 98). Quello che
emerge da questa disamina, come nodo problematico della fenomenologia,
è appunto il forte «iato» tra l’unicità
dell’esperienza intuitiva da un lato e l’orizzonte
comune offerto dall’atteggiamento scientifico, dall’altro.
Nel suo intervento (Lo statuto della Urimpression tra Zeitvorlesungen
e Bernauer Manuskripte, pp. 121-134), Alessandra Penna richiama
la nostra attenzione su un tema particolare, dietro il quale tuttavia
sembra nascondersi un problema più ampio che coinvolge
la stessa capacità descrittiva della fenomenologia. Il
problema ci riconduce direttamente al cuore delle riflessioni
husserliane sul tempo: almeno nelle Lezioni del 1905 Husserl sembra
incline ad attribuire all’istante presente una sua indubbia
centralità. Le ragioni di questa scelta sono ovvie: il
presente appare come il grado zero della nostra esperienza temporale,
laddove le forme della coscienza ritenzionale e protenzionale
sono evidentemente sue possibili modificazioni. E tuttavia, il
presente istantaneo, nella sua mera puntualità, non tollera
di essere effettivamente colto in un atto riflessivo qualsiasi,
e questo sembra porre l’intera riflessione fenomenologica
sotto una difficoltà teorica difficilmente sormontabile:
da un lato l’indagine della temporalità spinge verso
una necessaria accentuazione della originarietà del presente,
dall’altro — tuttavia — l’enfasi sul presente
sembra immediatamente ritorcersi in una negazione della possibilità
di scrivere il punto di origine di ogni nostra esperienza. Nel
suo denso articolo che sorge da un più ampio studio dedicato
a questo stesso tema, Alessandra Penna segue l’evolversi
del problema nei manoscritti di Bernau: la risposta che Husserl
sembra suggerire ci riconduce — nota Alessandra Penna —
ad una più attenta comprensione del tema protenzionale:
rivolgere le analisi alla dimensione delle attese sembra offrire
infatti una via d’uscita dal problema delineato, poiché
il riflettere sulla dimensione dell’attesa del presente,
lo strapperebbe da un lato alla sua immediatezza, dall’altro
alla sua radicale diversità — il suo porsi come un
dato che si contrappone a ciò che si costituisce nell’esperienza
L’articolo prosegue mettendo in dubbio che questa sia una
possibile soluzione del problema descrittivo cui si faceva menzione,
e questa tesi — che riteniamo possa essere condivisa —
invita a pensare quale possa essere allora lo statuto della descrizione
fenomenologica.
L’esito delle riflessioni cui Alessandra Penna giunge traspare
in altra forma nel bel saggio di Francesco Trincia (Coscienza
e inconscio tra psicoanalisi e fenomenologia: il problema di una
teoria fenomenologica dell’inconscio, pp. 135-165), —
un lavoro ricco e dichiaratamente aperto, che ha tra gli altri
il merito di voler aprire una riflessione su un tema troppe volte
soltanto accennato. Quale sia il tema del saggio di Trincia è
presto detto: si intende cercare di mettere in un dialogo fecondo
la fenomenologia husserliana e la nozione freudiana di inconscio.
Trincia è pienamente consapevole delle differenze di varia
natura che separano l’una dall’altra la psicologia
freudiana dalla fenomenologia di Husserl e uno dei pregi del suo
lavoro è l’esplicito rifiuto di ogni richiamo ad
una qualche unità generica, ottenuta dilatando la specificità
dei concetti. Un simile modo di procedere non sarebbe soltanto
discutibile, ma anche — nella sostanza — inutile,
perché non vi è guadagno teorico nel riappacificare
formalmente teorie differenti. L’obiettivo è un altro:
ripensare la nozione freudiana di inconscio alla luce di una teoria
filosofica che sappia ricomprendere il tema dell’inconscio
all’interno di una metodica di carattere descrittivo. Ora,
come bene osserva Trincia, l’inconscio freudiano ha le caratteristiche
di un luogo: è uno spazio nel sistema complesso della topologia
della psiche. Nella prospettiva husserliana, invece, si può
parlare di una dimensione inconscia solo accentuando la dimensione
dinamica e la connessione strutturale dei vissuti — solo
ripercorrendo la catena temporale della nostra esperienza e il
suo essere attraversata da un insieme di nessi, ora espliciti
e consapevoli, ora oscuramente fungenti e, quindi, in questo senso,
inconsci. Elaborare una fenomenologia dell’inconscio significa
allora, per Trincia, trovare una forma per tradurre l’immagine
spaziale dell’inconscio nella sua dinamica temporale, e
su questa via Trincia ci mostra quali possano essere i primi passi
che debbono essere significativamente compiuti.