"La
forma e la sostanza"
di Vittorio De Palma
Concentrerò le mie osservazioni
sul problema della costituzione sensibile e sul rapporto coscienza/oggetto,
discutendo solo alcuni dei lavori apparsi su La Cultura, senza
pretendere di esaurire i temi da essi affrontati[*]
.
I. L'interpretazione realistica delle
Ricerche logiche condivisa da Benoist (p. 77) sottovaluta il
fatto che quell'opera contiene i due motivi principali che indurranno
Husserl a sostenere l'idealismo: 1) quello critico, consistente
nella negazione della cosa in sé, e 2) quello dogmatico,
consistente nella concezione dei vissuti immanenti come unica
datità apodittica e immediata [1]
.
1) Nelle Ricerche logiche Husserl formula
la tesi della correlazione necessaria tra l'oggetto e la sua
datità o intuizione possibile (Hua XIX, pp. 667, 718-9,
730) e pone le basi per la liquidazione della nozione di cosa
in sé, intendendo quest'ultima come correlato ideale
della percezione adeguata, cioè come prodotto dell'idealizzazione
dell'oggetto fenomenico, e non come qualcosa che sta dietro
di esso (RL V, § 7; RL VI, § 14 b). Il rifiuto di
considerare l'oggetto reale diverso da quello fenomenico è
la conseguenza della critica del raddoppiamento dell'oggetto
proprio della teoria delle immagini (RL V, § 11 e «Appendice
ai §§ 11 e 20»; Hua III, § 90). Di qui
la definizione dell'oggetto come correlato delle apparizioni
in cui è o può essere dato, ovvero di un possibile
soggetto che lo esperisce, e il rifiuto della concezione della
percezione come coscienza figurativa o segnica dell'oggetto
reale e della posizione di qualcosa di inconoscibile a fondamento
della conoscenza.
2) La teoria della costituzione sensibile
delle Ricerche logiche si fonda, proprio come quella delle Idee,
sul dualismo tra il materiale sensibile amorfo e immanente e
la forma intenzionale che gli conferisce una funzione rappresentativa,
e quindi un senso oggettuale: l'oggetto sensibile è il
prodotto di un'«apprensione» (Auffassung) o «interpretazione»
(Deutung) dei «vissuti» o «sensazioni»,
che – essendo le datità più immediate e
originarie, anzi le uniche in senso proprio, in quanto realmente
(reell) immanenti alla coscienza – costituiscono il contenuto
apprensionale, ma diventano apparizioni di qualcosa solo in
quanto vengono «animati» da un atto di «appercezione»
o «conferimento di senso» (RL I, § 23; RL V,
§ 14; RL VI, § 26; Hua III, §§ 41, 85-6,
96-7). Poiché la coscienza contiene sia il materiale
originario della conoscenza (essendo i contenuti immanenti)
sia il principio della sua apprensione (essendo i contenuti
amorfi), la realtà si dissolve nella coscienza [2].
La coscienza conferisce senso a ciò che ne è privo,
anima l’inanimato, dà forma all’amorfo. Nell'apprensione
domina dunque la legalità coscienziale della forma, che
– come Husserl stesso rimprovera a Kant (Hua VII, pp.
354 ss., 377 ss., 402 ss.) – è meramente soggettiva.
La teoria della percezione fondata sulla distinzione tra contenuti
amorfi (che, benché accessibili solo mediante la riflessione,
in quanto immanenti costituiscono il proteron te physei), oggetto
trascendente (che, benché costituisca il proteron pros
hemas, è accessibile solo mediante i contenuti che fungono
da suoi rappresentanti) e atto apprensionale (che conferisce
ai primi un senso oggettuale apprendendoli come rappresentanti
del secondo) conduce inevitabilmente all'idealismo, e precisamente
a quell'idealismo soggettivo o psicologico che Husserl esorcizza
continuamente, poiché deduce «un mondo dotato di
senso da dati privi di senso», dissolvendo gli oggetti
nei vissuti in cui sono dati (Hua III, § 55; Hua VII, p.
246-7; Hua XVII, § 66; Hua I, § 41; Hua V, pp. 149-50).
Pertanto, «la fenomenologia delle Ricerche logiche implica
già l'ontologia idealistica del mondo proposta esplicitamente
da Husserl in Idee I» [3].
La concezione dell'oggetto come prodotto dell'animazione di
vissuti immanenti da parte di atti di coscienza – sulla
base della quale soltanto Husserl può considerare la
soggettività come il principio della costituzione –
non è dunque la conseguenza della svolta trascendentale,
bensì l'eredità della psicologia di Brentano e
della sua impostazione cartesiana del problema della conoscenza
[4].
Il motivo cartesiano della fenomenologia trascendentale sorge
dallo sviluppo dell'introspezionismo delle Ricerche logiche,
cioè dal conferimento di un primato alla percezione dei
vissuti immanenti, che costituiscono il materiale originario
della costituzione, ossia all’«interiorità»
come «madre di ogni conoscenza» e «di ogni
oggetto che appare» (Hua IX, p. 193), all’«autoconoscenza
trascendentale» come «fonte di ogni altra conoscenza»
(Hua VIII, p. 5). Nelle Ricerche logiche il modello di datità
è l'immanenza reale (reell) del contenuto intenzionale,
ossia la coincidenza di vissuto e oggetto, percipi ed esse,
e viene enunciata l'argomentazione cartesiana che sarà
alla base della fenomenologia trascendentale: tutto ciò
che trascende l'immanenza reale della coscienza può dimostrarsi
una parvenza, perché è dato in modo inadeguato,
mentre non si può dubitare del fatto che l’io se
lo rappresenta e che lo fa in un determinato modo, cioè
dell’effettiva esistenza delle sue cogitationes e del
fatto che in esse gli è dato un certo cogitatum (RL II,
§ 37; RL V, § 6; RL VI, §§ 21, 23, 37 e
«Appendice», § 6). Perciò, l'analisi
fenomenologica richiede un «orientamento innaturale del
pensiero e dell'intuizione» e si identifica con l'esercizio
della percezione interna, la quale rende oggettuali i vissuti
(Hua XIX, pp. 14, 201, 669). Nelle Idee, Husserl ribadisce che
per afferrare il campo della coscienza è necessario «distogliere
lo sguardo dalle datità […] naturali» (Hua
III, p. 136) e che «il metodo fenomenologico si muove
completamente in atti della riflessione» (ivi, p. 162).
Negli anni Venti, egli afferma che per cogliere le «interiorità
pure» è necessario «un metodo artificiale»
(Hua IX, p. 194), un «atteggiamento innaturale»
(Hua VIII, p. 121) che converta l’esperienza in riflessione,
cioè l’esperienza esterna degli oggetti in esperienza
interna dei vissuti in cui gli oggetti sono dati (ivi, pp. 37
ss.; Hua VII, pp. 259 ss.; Hua IX, p. 191). L'esperienza o riflessione
trascendentale è quindi una forma di introspezione, la
quale si differenzia da quella naturale solo in quanto, neutralizzando
tutto ciò che non è coscienza, non presuppone
nulla di mondano, ma il cui oggetto tematico sono pur sempre
i vissuti (Hua VII, pp. 267 ss.; Hua VIII, p. 120; Hua XIII,
pp. 177-8; Hua I, § 15; Hua IX, pp. 283-4, 293-4).
II. Il fatto che la teoria dell'intero
e delle parti non venga definita «ontologia» nella
prima edizione delle Ricerche logiche è a mio avviso
«la contropartita della dichiarata volontà di neutralità»
(Benoist, p. 85) solo terminologicamente. Nell'Abbozzo di una
prefazione alle Ricerche logiche (1913), si legge:
«Se si prende
ciò che si trova pubblicato in quest'opera, e si intende
con ontologia, nella legittima generalità, ogni scienza
puramente razionale di oggetti, ogni scienza che è composta
da pure conoscenze eidetiche, che si costituisce nell'intuizione
eidetica ed è scevra da ogni posizione dell'essere individuale,
allora la mathesis universalis viene presentata come un'ontologia.
Solo il termine viene evitato (nella prima edizione dell'opera).
Essa è la scienza a priori di oggetti in generale, e
correlativamente, di significati in generale, cioè di
significati che si riferiscono a oggetti in generale (Hua XX/1,
p. 302).»
Non mi pare che in questo passo vi sia
un'interpretazione retrospettiva tendente a trovare in nuce
nei lavori precedenti ciò che viene sostenuto in quelli
successivi. Mi pare invece che Husserl descriva correttamente
la concezione dell'ontologia presente nelle Ricerche logiche.
Solo il termine mancava nella prima edizione. Qui sta la differenza,
che è dunque nominale, e non sostanziale. Benoist rileva
una «frattura» all'interno delle Ricerche logiche,
i cui vertici sono costituiti «da un lato dalla RL III,
consacrata a un teoria generale delle strutture […], e
dall'altro dalla RL V, consacrata all'esposizione di quel concetto
fondamentale della fenomenologia che è l'intenzionalità.
Nelle analisi propriamente fenomenologiche, le strutture prese
in considerazione dalla RL III acquistano un senso soltanto
se reinscritte negli atti ed esperite su tale terreno, che è
quello della vita intenzionale della coscienza. Ma, d'altro
canto, è costitutivo della possibilità dell'atto
[…] presupporre tali strutture» (p. 87). Pertanto
la fenomenologia sembra presupporre un'ontologia, che evita
però l'uso delle categorie metafisiche tradizionali,
e in particolare aggira il problema della sostanza, al contrario
della mereologia brentaniana, che era stata concepita «come
una riformulazione dell'articolazione scolastica sostanza/accidente»
(p. 86).
Riguardo al rapporto fenomenologia/ontologia,
nell'analisi fenomenologica gli atti sono sempre considerati
come atti in specie, cioè come strutture a priori o eidetiche,
e in tal senso ontologiche. Anche nella trattazione della genesi
della monade Husserl si richiama alla RL III, in cui si formula
la «legge in base alla quale ciò che si presenta
all'interno della forma di unità si inserisce appunto
nell'unità secondo leggi specifiche» (Hua XIV pp.
41-2).
Riguardo all'affermazione di Benoist
sulla mereologia, essa si attiene ai termini e non alla sostanza
del discorso husserliano. La distinzione tra oggetti e significati
indipendenti e non-indipendenti compiuta nelle RL III e IV è
di fatto una riformulazione della distinzione aristotelico-scolastica
tra sostanza/accidente, come emerge dallo sviluppo della mereologia
nel pensiero di Husserl [5].
Benché ogni contenuto possa fungere tanto da sostrato
quanto da determinazione a seconda dell’interesse soggettivo,
c'è «una differenza assoluta» (Hua XXXI,
p. 42) tra ciò che per sua natura è esperito originariamente
come sostrato, e a cui la forma di determinazione – che
può assumere se l’interesse si dirige all’intero
di cui esso è parte o a una parte di cui è intero
– è extraessenziale; e ciò che invece per
sua natura è esperito originariamente come determinazione,
e a cui la forma di sostrato – che può assumere,
se l’interesse si dirige ad esso e lo «sostratizza»
– è extraessenziale. «Ci sono oggetti che
possono presentarsi sotto forma di sostrato solo per il fatto
che si sono presentati in precedenza come determinazioni. E
oggetti per i quali ciò non accade» (ivi, p. 41).
La forma o il colore di un oggetto possono essere sostratizzati
in modo da poter fungere da soggetto o da oggetto del giudizio,
ma in quanto contenuti non-indipendenti sono dati come determinazioni
(ossia come qualcosa che non è in sé, ma in altro)
prima di poter diventare sostrati (ivi; Hua IX, p. 100). Ogni
contenuto può essere sostratizzato, ma non ogni sostrato
può sorgere dalla sostratizzazione.
«Una casa
è originariamente data, ma non come una determinazione
nominalizzata. È data in modo indipendente. Il suo colore
è dato mediante determinazione nel giudizio. Se però
viene sostratizzato, è sì d'ora in poi un sostrato,
ma può diventare sostrato solo mediante sostratizzazione,
e non è pensabile altrimenti. La casa può in certo
modo emergere anche mediante un'operazione di determinazione.
Ad es., vediamo la strada come intero, e solo nell'esplicitazione
la casa emerge per sé: l'immagine della strada si è
imposta unitariamente ancora prima che si imponesse la casa.
[…] la forma di determinazione è tuttavia qualcosa
di extraessenziale, in quanto la casa avrebbe potuto appunto
esser data fin dall'inizio anche in modo indipendente, e d'altro
lato, anche se prima era data come determinazione, potrebbe
completamente disfarsi della forma di determinazione, cancellare
per così dire ogni ricordo di essa. Al contrario, nel
caso della sostratizzazione del colore quest'origine non è
cancellabile; l'interesse per il sostrato è divenuto
solo secondario, ma non può sparire del tutto dalla coscienza,
poiché il colore è originariamente racchiuso nell'oggetto
concreto e deve la sua peculiarità per la coscienza solo
all'estrazione tematica mediante determinazione. […] ci
sono oggetti originari che sono indipendenti e oggetti originari
che sono non-indipendenti. Quelli non-indipendenti possono diventare
sostrati tematici […] solo per il fatto che altri oggetti,
in cui essi si presentano come determinazioni, sono dati anzitutto
così. La loro prima forma di datità è quella
di determinazione, e alla forma di sostrato pervengono a priori
solo mediante sostratizzazione, che è un'attività
peculiare. […] A parti e membri di insiemi la forma di
determinazione è extraessenziale, ai momenti lo è
la forma di sostrato. Questi ultimi hanno assunto la forma nominale
solo mediante la peculiare attività fondata della sostratizzazione
»(Hua XXXI, pp. 94-5).
La distinzione tra sostrato e determinazione
coincide con quella tra ciò che è in sé
e per sé e ciò che è in altro (RL VI, §
12), tra contenuti indipendenti e non-indipendenti, ossia con
una distinzione che è «oggettiva» o «intrinseca»
(sachlich), in quanto fondata nella «peculiarità»
o «essenza» dei contenuti sensibili, e non nel modo
in cui essi vengono appresi dal soggetto (RL III, §§
1 ss.; EU, §§ 28 ss.). Benché sia possibile
sostantivare i significati che si riferiscono a contenuti non-indipendenti,
in modo che essi possano fungere da soggetto o da oggetto del
giudizio (ad es. trasformare la determinazione «rosso»
nel sostrato «il rosso»), i sostantivi prodotti
da quest’operazione rinviano alla loro forma originaria
e tradiscono quindi la loro diversa origine rispetto ai significati
che si riferiscono a contenuti indipendenti. Il giudizio «la
mela ha il rosso» o «il rosso è nella mela»
si danno come «modificazioni» del giudizio «la
mela è rossa» (EU, pp. 264, 268).
Il modo in cui Husserl distingue i sostrati
originari da quelli prodotti dalla sostratizzazione e i rispettivi
giudizi rammenta il modo in cui Aristotele differenzia la predicazione
in senso proprio, in cui un accidente è predicato di
una sostanza, dalla predicazione accidentale, in cui una sostanza
è predicata di un accidente: «quando asserisco
che il bianco è legno, dico che ciò a cui sopravviene
di essere bianco è legno, ma non che il bianco è
il sostrato del legno: e infatti non è essendo identico
col bianco o con una sua specie che il bianco è divenuto
legno; di conseguenza, il bianco non è legno se non accidentalmente.
Invece, quando asserisco che il legno è bianco, non dico
che è bianco qualcos’altro a cui sopravviene di
esser legno, […] ma il legno è il sostrato, il
quale anche risultava tale nell’asserzione, non essendo
nient’altro che ciò che è identico al legno
o ad un qualche tipo di legno». Perciò, solo quest’ultimo
tipo di asserzione è una predicazione in senso proprio,
mentre il primo tipo di asserzione è una predicazione
solo accidentalmente. «Il predicato è un termine
come “bianco” e ciò di cui si predica un
termine come “legno”. […] quei predicati che
non significano una sostanza […] sono accidenti […]
[e] bisogna che si predichino di un qualche soggetto e non può
esservi qualcosa di bianco che sia bianco senza essere anche
qualcos’altro» (Anal. post., I, 22, 83a 1-32; trad.
Mignucci).
La distinzione tra sostrato e determinazione,
che Husserl pone alla base della struttura dell’esperienza
e del giudizio, rappresenta dunque una fondazione fenomenologica
della distinzione ontologica tra sostanza e accidente, che è
alla base della metafisica e della logica aristoteliche. Fin
dalla prima elaborazione della dottrina delle ontologie regionali,
egli accenna alla teoria aristotelica delle categorie, nella
quale «il primo membro ha una posizione del tutto diversa
e un diverso carattere rispetto agli altri, che sono tutti predicabili
effettivi, mentre sostanza indica solo la cosa identica, in
quanto portatore di tali predicabili. Aristotele stesso contrappone
all'ousia tutte le altre categorie e definisce queste symbebekota»
(Hua XXX, pp. 370-1). Husserl riconduce tutto ciò che
è esperibile alla distinzione tra ciò che è
indipendente (in sé) e ciò che è non-indipendente
(in altro) e definisce il reale, oltre che attraverso la categoria
kantiana di causalità, attraverso la categoria aristotelica
di sostanza. «L’ente reale è in sé
e per sé ciò che è, cioè è
anzitutto qualcosa di individuale, di temporalmente unico, che
è sostrato (soggetto predicativo) di possibili predicati
validi, […] ma non è esso stesso predicato. L’individuo
concreto è un ente individuale nelle sue determinazioni
individuali, nella totalità delle sue determinazioni
individuali. Anche la determinazione è un individuo,
ma come tale è appunto solo nel sostrato, che non è
più determinazione ma determinabile» (Hua IX, p.
101 nota). Pertanto, benché gli oggetti possano anche
essere determinazioni di altri oggetti, «alla fine devono
esserci oggetti che hanno sì determinazioni, ma non sono
più a loro volta determinazioni», e quindi «non
possono fungere da predicati»: gli «individui»
(Hua XXXII, p. 37).
III. L'impressione originaria è
una sorta di «idea in senso kantiano» (Penna, p.
124), «qualcosa che non è esperito intuitivamente,
ma che rappresenta solo il prodotto […] dell'idealizzazione»
(Held, p. 107). Ora, già nelle lezioni del 1905 Husserl
dice che la singola sensazione «non è in verità
nulla di singolo»: «i contenuti primari sono sempre
portatori di raggi apprensionali senza i quali […] non
compaiono neppure» (Hua X, p. 105), «sono ciò
che sono solo in quanto, nella loro durata “attuale”,
anticipano un futuro e rimandano a un passato» (ivi, p.
84); e qualche anno più tardi afferma che una sensazione
originaria è «qualcosa d'astratto» (ivi,
p. 326). Inoltre, ritenzione e protenzione condividono lo statuto
dell'impressione: sono anch'esse momenti astratti (non-indipendenti)
della percezione (Hua XI, pp. 204, 323), che è costituita
dal loro intreccio nel flusso continuo (ivi, p. 325; Hua IX,
p. 202) ed è quindi pensabile solo come presente vivente,
cioè esteso e non puntuale. Pare comunque difficile fare
a meno della nozione di impressione. L'affezione, che è
il motore della genesi passiva (sulla quale poggia ogni altra
costituzione), viene provocata dall'impressione, come Husserl
dice negli anni Venti: «La fonte originaria di qualsiasi
affezione si trova e può trovarsi soltanto nell'impressione
originaria e nella sua maggiore o minore affettività.
Da qui partono le linee del ridestamento affettivo, della conservazione
e propagazione dell'affettività» (Hua XI, p. 168).
Penna nota come neanche nei Manoscritti
di Bernau Husserl «riesca a spiegare l'ingresso del nuovo
alla coscienza senza far ricorso al concetto di Urimpression/Urpräsentation,
il quale riemerge sempre nelle analisi e del quale Husserl non
riesce […] a render conto da un punto di vista fenomenologico»
(p. 122). In quei testi, Husserl accentua a volte «il
lato della coscienza», e tende in tal caso «a considerare
il flusso, il processo, e quindi l'intreccio di ritenzioni e
protensioni come sufficienti a dar conto dell'intuizione della
coscienza del tempo», ma «tace dell'iniziare di
un fenomeno», concentrandosi «sul passaggio di fase
in fase»; altre volte, invece, «si trova costretto
ad accentuare il momento dell'ora con il suo carattere di immodificatezza»
per «rendere conto dell'ingresso nell'orizzonte della
coscienza di qualcosa che pur sempre rimanda ad un “altro
dalla coscienza”» (pp. 133-4). Potrebbe trattarsi
in questo caso di un tentativo di preservare l'autonomia di
ciò che si presenta alla coscienza rispetto a essa, cioè
la sua alterità, oppure di una «conseguenza delle
cose stesse», cioè dell'«impossibilità,
di cui Husserl suo malgrado sarebbe consapevole, che l'Urdatum
iletico possa essere ricompreso interamente nell'orizzonte coscienziale»
(p. 134). Si pone così il problema più generale
del «rapporto tra la coscienza e ciò che in essa
si presenta», e quindi della possibilità di risolvere
il problema della conoscenza «con la sua reinclusione
nel solo ambito della coscienza» oppure della necessità
di porre alla base della conoscenza, «contrariamente alle
intenzioni di Husserl, […] un elemento di trascendenza,
di estraneità rispetto a quell'ambito, che si annuncerebbe
proprio nel concetto di hyle e che si mostrerebbe come problema
proprio quando si arrivi a quel livello costituente ultimo che
Husserl rintraccia nella temporalità» (p. 134 n.
35).
Quanto al «punto di vista fenomenologico»,
lo si può identificare con quello idealistico-coscienzialistico
solo dimenticando la nozione di a priori materiale. Husserl
rifiuta l'idea di intelletto puro e opera una rivalutazione
della sensibilità contro la sua «degradazione»
ad opera della tradizione platonica, cristiana e razionalistica
(AE, pp. 170 ss.), affermando che vi sono leggi a priori fondate
su rappresentazioni sensibili e valide con altrettanta apoditticità
di quelle analitiche (Hua XXVIII, p. 403). Questa è di
fatto una posizione radicalmente anti-idealistica.
Quanto all'analisi del tempo, essa dimostra
a mio parere appunto come non si possa eliminare dalla costituzione
un elemento «estraneo» alla coscienza e irriducibile
a essa, senza il quale la conoscenza scadrebbe del resto a tautologia,
per dirla con Adorno, o a reminiscenza, per dirla con Bloch
[6].
Non si tratta naturalmente di un'alterità assoluta, cioè
di una cosa in sé (concetto intrinsecamente contraddittorio),
ma di qualcosa di non derivabile dalla coscienza, di un correlato
della soggettività che non è qualcosa di noetico
o di prodotto dal soggetto. L'analisi temporale è, da
sola, un'«astrazione» o «idealizzazione»,
poiché «non può […] dirci cosa dia
unità contenutistica a ogni singolo oggetto» (Hua
XI, pp. 128, 387). I dati strutturati temporalmente hanno una
«materia» e delle «determinazioni extratemporali»
(Hua X, pp. 63, 65), ossia un contenuto (sono dati cromatici,
sonori ecc.). La sintesi temporale in quanto sintesi formale
universale non produce il contenuto, ma gli conferisce una modalizzazione
temporale (ivi, p. 100). Se quindi la forma temporale è
propria di ogni possibile oggetto individuale, che appare sempre
nel flusso, il contenuto che riempie questa forma ha modi di
apparizione diversi a seconda della peculiarità che lo
caratterizza, secondo un rapporto analogo a quello tra ontologia
formale e ontologie materiali (Hua XI, pp. 333-4). Non può
darsi una hyle pura, un dato sensibile non modalizzato temporalmente,
che non sia cioè intersezione di un decorso ritenzionale-protenzionale,
ma il fatto che il dato sia un colore o un suono, un rosso o
un verde, un do o un re, una cosa o un soggetto non dipende
dalla sintesi temporale. Non si tratta, beninteso, del problema
della «penna del signor Krug» che quest'ultimo rimproverava
all'idealismo di non poter dedurre. Ogni datità fattuale
è la realizzazione di un contenuto in specie, ogni Dasein
ha il suo Sosein, ogni Dies-da il suo Wesen. Non solo il «che»
(cioè il fatto che nell'esperienza si presentino determinati
contenuti), ma anche il «come» dell'esperienza (cioè
la struttura a priori dei contenuti che si presentano di fatto
nell'esperienza) non è fondato nella soggettività:
il «che» è un factum irrazionale o contingente,
il «come» una necessità eidetica fondata
nella peculiarità dei contenuti sensibili in specie dati
di fatto. Quale struttura abbia l'esperienza dipende da quali
contenuti in specie sono dati alla soggettività.
«Le
leggi logiche valgono sicuramente in modo assoluto […]
[e in esse] si trovano le fonti di tutte le norme metodologiche.
Ma non nelle leggi logiche da sole. Esse permettono di fatto
di conoscere in modo metodico una natura che si veste del tutto
di panni razionali; ma perché le leggi logiche devono
avere un campo di applicazione? Ed in una natura di fatto data?
[…] Il miracolo è qui la razionalità, che
si manifesta nella coscienza assoluta attraverso il fatto che
in essa non si costituisce soltanto in generale qualche cosa,
ma una natura come correlato di una scienza esatta della natura»
(Hua VII, p. 394). Non
potrebbero comparire nella coscienza tutti gli elementi, intuizioni
nell'originale, giudizi ecc. che danno senso al concetto di
ragione […] e tuttavia il contenuto molteplice della coscienza
non farsi rigorosamente o affatto razionalizzare, e quindi non
[costituirsi] una natura, una scienza della natura? A che servono
le possibilità ideali che appartengono al giudizio, all'evidenza,
e le norme che le garantiscono, se c'è una «baraonda
priva di senso» (sinnloses Gewühl) che non permette
di conoscere una natura? La questione non è come deve
essere il corso della coscienza assoluta che racchiude una natura
[7].
Oggetti e mondo sono il correlato di
un determinato decorso coscienziale e di determinati atti soggettivi,
si costituiscono solo se le apparizioni si connettono in un
certo modo nella coscienza. Ma alle condizioni di possibilità
soggettive si devono aggiungere quelle oggettive: affinché
si costituiscano degli oggetti e un mondo è necessario
che i contenuti dati nell’esperienza siano in sé
dotati di legalità. In caso contrario, la coscienza non
avrebbe la possibilità di cogliere un mondo e degli oggetti
nei suoi atti.
Del resto, che la costituzione non sia
riducibile alla coscienza si evince dal § 49 di Idee I,
in cui Husserl enuncia la tesi dell'assolutezza della coscienza
e della contingenza del mondo sulla base della seguente argomentazione:
l'esistenza di un mondo è il correlato di determinate
molteplicità d'esperienza, caratterizzate da determinate
strutture eidetiche, e quindi in linea di principio è
pensabile che l'esperienza possa dissolversi in parvenza non
soltanto – come di fatto avviene – «in singoli
casi» e momentaneamente, sullo sfondo di una «complessiva
concordanza», bensì che, a causa di «contrasti
insanabili non solo per noi, ma in se stessi», essa si
mostri all'improvviso riluttante di fronte alla nostra pretesa
di mantenere concordemente le sue posizioni cosali, che la sua
connessione perda gli stabili ordinamenti regolari degli adombramenti,
delle apprensioni, delle apparizioni – insomma «che
non ci sia più un mondo», ma al massimo «rudimentali
formazioni unitarie, effimeri punti di arresto di intuizioni
che sarebbero meri analoga delle intuizioni delle cose, poiché
sarebbero del tutto inette a costituire “realtà”
stabili, unità durevoli, che “esistono in sé,
siano o non siano percepite”». Il mondo e gli oggetti
sono relativi alla coscienza, in quanto correlato di possibili
esperienze, ma questa relatività soggettiva è
solo formale ed estrinseca. Quando Husserl parla di contingenza
del mondo non intende infatti quest'ultimo in senso lato, ossia
come correlato oggettuale della coscienza, come non-io che si
contrappone all'io (in questa accezione il mondo è necessario
quanto la coscienza e non può essere soppresso), bensì
in senso stretto, cioè come mondo reale «che possa
essere posto in maniera concordante e quindi come esistente»,
secondo quanto specificato da lui stesso in una successiva annotazione
al passo citato. Contingente è quindi il fatto «che
debba esserci un mondo, nota bene un mondo reale come mondo
cosale» (Hua XVI, p. 288). Che una coscienza possa sussistere
senza mondo significa – come Husserl ribadisce altrove
– che essa esisterebbe anche se il decorso delle apparizioni
fosse «irrazionale», e quindi tale da non motivare
una posizione di realtà, cioè anche se nel passaggio
da una scena percettiva all'altra non fosse presente una regola
che permetta la formazione di appercezioni cosali: in tal caso
potrebbe costituirsi al massimo un mondo «vago»
o «approssimativo», privo di identità stabile,
ma esisterebbe una coscienza, una successione temporale di vissuti,
ovvero esisterei comunque «con le mie apparizioni discordi
di cose o con una baraonda di dati sensibili» [8]
. Il principio della costituzione del mondo non è dunque
la coscienza (la cui presenza incancellabile non garantisce
affatto la formazione di oggetti), ma la legalità intrinseca
delle apparizioni date di fatto a essa, il loro essere in se
stesse sintetizzabili da una soggettività in modo da
poter costituire un'esperienza oggettuale.
Poiché la costituzione si particolarizza
a seconda della particolarità (Besonderheit) del contenuto,
quest'ultimo è il principio della costituzione (Hua XVII,
pp. 251, 256), come pure dell'a priori materiale (Hua XIX, pp.
255, 257) e della sintesi passiva (Hua XI, pp. 161, 165). La
hyle è irriducibile alla coscienza, è qualcosa
di pre-dato, che non può essere spiegato in termini di
genesi costitutiva, in quanto presupposto di ogni genesi costitutiva.
Benoist ha dunque ragione a dire che vi è «qualcosa
di incostituibile» e che solo per questo possiamo dare
un «valore», cioè un «interesse descrittivo»,
al «concetto di costituzione» (p. 88). Ma ciò
non è affatto in contrasto con la concezione husserliana
della costituzione [9]
, bensì solo con lo schema contenuto/apprensione, che
verrà in parte superato con l'analisi della sintesi passiva.
IV. Held osserva che nei manoscritti
di Bernau il nocciolo d'ora viene concepito come il punto nel
quale il riempirsi attualmente proteso si trasforma in riempimento,
ma resta il centro della coscienza, in quanto il riempimento
pare significare che un nucleo impressionale è dato alla
coscienza come presente prima dello sprofondare dell'essersi
riempito. Questa nuova concezione si fonda sull'«ipotesi
che in ogni protendere sia in gioco un riempimento» (p.
111) – ipotesi smentita dal fatto che nel campo di presenza
può comparire qualcosa di assolutamente nuovo e inatteso.
In tal caso non c'è infatti un orizzonte di riempibilità
immediata, poiché la protenzione non può fondarsi
su alcuna predelineazione iletica, ed è quindi del tutto
vuota: «il riempimento “atteso”» non
è altro che «la prosecuzione della vita intenzionale
in generale» (p. 112). L'ipotesi di una protenzione completamente
vuota trascura secondo Held «la sfiducia nella prosecuzione
della vita che l'uomo ha nell'atteggiamento naturale […],
gli sconvolgimenti dell'esistenza umana in cui la normale fiducia
nella durata della propria esistenza perde la sua ovvietà»
e in cui emerge «il nostro esser mortali […]. Non
appena la fenomenologia consideri l'esperienza compiuta nell'esistenza
autentica, non si può più sostenere l'ipotesi
principale di Husserl di una tendenza al riempimento che agisca
in ogni tipo di protenzione» (p. 113).
Quest'affermazione mi pare frutto di
un'illegittima trasposizione del linguaggio e della problematica
ontologico-esistenziale all'analisi fenomenologica della percezione.
La protenzione è un'attesa puramente passiva che appartiene
a ogni esperienza possibile, non solo a quella umana: ogni percezione
è protesa all'imminente. Se l'esperienza fosse priva
di legalità, sarebbe comunque una successione di scene
percettive, e quindi la protenzione sarebbe vuota, ma non assente.
Nessuna coscienza o paura della morte può eliminarla.
Del resto, il soggetto attende sempre una qualunque prosecuzione
dell'esperienza e pensa che il mondo esisterà dopo la
sua morte. Un «dopo», cioè una rappresentazione
di come il mondo sarebbe per un possibile soggetto che lo esperisce,
è ineludibile. In «ciò che è per
principio inesperibile, che non è “rappresentabile”
attraverso un'analogizzazione mediante variazione intenzionale
dell'esperienza originaria», rientrano appunto «i
contrasti tra vita (vita desta) e morte (cioè sonno e
deliquio, incoscienza ipoteticamente priva di sogni) –
contrasti che non sono veri contrasti, poiché questo
concetto appartiene alla sfera dell'esperienza possibile»
[10] .
Inoltre, parlare – come Held fa
riprendendo Heidegger – della «presenza» (Anwesen)
come di una «donazione» (Gabe), il cui «“porgere”
[…] ha bisogno dell'uomo come destinatario» (pastore
dell'essere?), ma che «non ci “raggiunge”
grazie alla nostra partecipazione» (p. 115) significa
secondo me usare un linguaggio teologico-antropologico che –
qualunque cosa si voglia esprimere con esso – è
incompatibile con l'analisi fenomenologica. Leggere che nell'«abitudine»
sperimentiamo l'«esser-stato» come «un'eredità
che rimane viva nell'operare umano» e che l'abitudine
che «noi uomini […] portiamo […] sempre alle
nostre spalle» si costituisce solo a partire dal «futuro,
il quale si rivela nella forma di possibilità di agire
dell'uomo» (pp. 114-6; corsivi miei) suscita in me una
domanda: e gli animali? non hanno forse abitudini, pur non essendo
destinatari di alcuna donazione? A mio parere un'analisi che
voglia rendere conto della specificità dell'abitudine
umana deve partire da ciò che questa ha in comune con
quella animale e fare a meno di tale linguaggio.
V. Credo che Marta Donzelli sopravvaluti
il contributo della soggettività alla costituzione dell'esperienza
sensibile e sottovaluti correlativamente il ruolo che vi svolgono
i contenuti.
1) L'analisi della cosa materiale svolta
in Idee II non appartiene alla «filosofia della natura»
(Donzelli, p. 90) quale è stata concepita da Schelling
e Hegel fino a Merleau-Ponty, bensì alla «dottrina
dell'esperienza», che è il presupposto della «dottrina
della conoscenza» o «dottrina della scienza»,
e quindi di ogni filosofia della natura. Si tratta infatti di
indagare la costituzione degli oggetti sensibili così
come essa si compie prima dell'attività intellettuale,
non di interpretare speculativamente la natura (prescientifica
o meno). Tale indagine sottosta alla «limitazione dell'estetica
trascendentale», che consiste nel prendere in considerazione
solo la sfera dell’intuizione e della percezione sensibili,
ossia ciò che è dato «senza il nostro intervento»,
escludendo la sfera del pensiero, cioè l’attività
intellettuale e i suoi prodotti (Hua XI, pp. 242, 295; Hua IX,
pp. 56 ss.). Il fatto che l’attività pratica e
teoretica modifica la nostra esperienza, per cui ciò
che è dato immediatamente ha sempre in sé i «sedimenti
di precedenti attività spirituali», non rende affatto
problematica la nozione di un mondo dell’esperienza «privo
dei sedimenti di senso del pensiero precedente» (Hua IX,
p. 56): c’è «un contrasto ostensibile in
ogni momento tra ciò che si dà come percepito
in modo immediato, come esperito passivamente» e «il
pensiero (Denken) esercitato su di esso e i concetti (Gedanken)
che vi si formano su queste cose, concetti che in seguito possono
naturalmente aderire a esse e, nell’esperienza successiva,
darsi come appartenenti al sé esperito» (ivi, p.
57).
Donzelli dice che la «percezione
[…] assume, nella prospettiva fenomenologica, un carattere
attivo e non puramente ricettivo», poiché «può
attivarsi solo sullo sfondo di un contesto che ci permette di
avere delle aspettative in base alle nostre esperienze precedenti»,
e definisce la percezione come «un atto interpretativo»,
richiamandosi a un passo di RL I (p. 95). Secondo me le cose
stanno in modo opposto. Anzitutto, condizione di possibilità
del fatto che la coscienza abbia aspettative in base alle esperienze
precedenti è che queste abbiano uno stile o regolarità
intrinseci. Di qui il significato trascendentale di identità
e causalità. In secondo luogo, Husserl definisce «più
fondamentale di tutte» la distinzione tra «oggettualità
[…] che sono esperibili solo in virtù del fatto
che l'io le ha create attivamente nei suoi atti egologici tematici»
e oggetti «che nell'esperienza sono pre-dati passivamente
al soggetto esperiente e che sono esperibili solo mediante pre-datità»
(Hua XI, p. 291). Gli oggetti percettivi appartengono a quest'ultimo
tipo: la percezione non ha affatto «un carattere attivo».
Infatti, gli animali identificano e distinguono oggetti sensibili,
soggetti psichici, colori pur non avendo i concetti di cosa
materiale, soggetto psichico, colore, rosso, verde ecc. Infine,
la teoria della percezione come interpretazione di vissuti contraddice
la critica della teoria delle immagini [11]
, oltre che l'analisi fenomenologica della percezione [12]
.
2) Per Husserl l’atteggiamento
naturalistico, in cui il mondo contiene mere cose, non è
affatto «naturale», come ritiene Donzelli (p. 92),
bensì derivato rispetto a quello personalistico, in cui
il mondo contiene oggetti dotati di significato pratico (Hua
IV, § 49 e). Introducendo il concetto di atteggiamento
naturale, Husserl dice che il mondo circostante:
«mi è dinanzi non soltanto come
un mero mondo di cose, ma, con la medesima immediatezza, anche
come mondo di valori, mondo di beni, mondo pratico. Davanti
a me trovo le cose fisiche fornite non solo di proprietà
materiali, ma anche di caratteri assiologici: cose che sono
belle e brutte, piacevoli e spiacevoli, gradite e sgradite ecc.
Le cose si presentano immediatamente come oggetti d’uso,
la «tavola» con i suoi «libri», il «bicchiere»,
il «vaso», il «pianoforte» ecc. Anche
questi caratteri assiologici e pratici appartengono costitutivamente
agli oggetti «alla mano» come tali, che io presti
o non presti attenzione a essi e agli altri oggetti» (Hua
III, p. 58).
Gli oggetti culturali si differenziano
da quelli naturali per il loro carattere intrinsecamente intersoggettivo,
cioè per il fatto che sono sorti dall’attività
soggettiva e si riferiscono a una comunità personale.
«Il riferimento al soggetto appartiene al loro stesso
contenuto essenzialmente proprio, col quale sono di volta in
volta intesi ed esperiti. Una cosa fisica o un uomo sono sì,
come ogni oggetto, in generale, riferibili a una soggettività,
in quanto esperibili o conoscibili da essa, ma una cosa non
racchiude nel suo stesso contenuto di esperienza, nel suo stesso
senso oggettuale, nulla di una soggettività a essa riferita»
(Hua IX, p. 118). Mentre le «determinazioni culturali
del mondo dell’esperienza […] sorgono dall’intersoggettività»,
e quindi l’oggetto culturale «è presente
solo a causa dell’intersoggettività», la
relatività soggettiva dell’oggetto naturale è
una relatività alla corporeità e quindi, benché
la costituzione psicofisica possa variare da soggetto a soggetto
e presentare anomalie, «è la stessa per ogni soggetto»
(Hua XV, p. 48). La «dipendenza psicofisica delle apparizioni
percettive dal corpo» e il «fatto che ad alcune
modificazioni reali del corpo, che spezzano la sua normalità
[…], si collegano anomalie psichiche» non comportano
alcuna relativizzazione delle apparizioni e delle cose che appaiono:
«certe
apparizioni non sono ortologiche in quanto sono psicofisicamente
riferite a una certa organizzazione del corpo detta normale,
come se il primato della correttezza di una percezione avesse
un fondamento di correttezza nel fatto che è psicofisicamente
condizionata da certi processi reali nel corpo reale di una
certa organizzazione, detta normale. Bensì un mondo come
realtà reale (reale Wirklichkeit) si costituisce nello
spazio e nel tempo in modo che i sistemi delle apparizioni ortologiche
si coordinano alla corporeità co-costitutiva in una certa
regolamentazione, quella psicofisica, e precisamente si coordinano
in una condizionalità regolamentata a rapporti causali
corporeo-extracosali, dove una certa organizzazione tipica reale
del corpo è presupposta; e inoltre in modo che modificazioni
reali di questa organizzazione, e quindi della causalità
che produce la condizionalità comportano altre apparizioni
e altre conseguenze nella sfera della soggettività. Le
relazioni psicofisiche non danno quindi alcuna occasione […]
per relativizzare in qualche modo gnoseologicamente le apparizioni,
per equiparare le apparizioni normali e anomale (ortologiche
e anortologiche) e dire ad esempio: le determinatezze delle
cose reali che si presentano sensibilmente non spettano a esse»
(Hua XIII, pp. 368-9).
Sottrarre l'oggetto sensibile alla relatività
che gli è essenziale significa commettere «l'errore
più funesto della storia della filosofia» [13]
proprio perché tale relatività vale per ogni possibile
soggetto, e quindi non è una relatività antropologica,
come sembra pensare Donzelli quando dice: «A livello dell'esperienza
sensibile la configurazione delle cose materiali dipende in
primo luogo dalla mia configurazione» (p. 95). Husserl
esclude la possibilità di una datità diversa a
un soggetto fatto diversamente, Dio compreso.
3) La «possibilità di una
descrizione scientifica della realtà materiale»
ha una condizione fondamentale che Donzelli (p. 93) dimentica:
che l'esperienza sensibile abbia una struttura oggettiva, presupposto
del fatto che la soggettività possa cogliere tale struttura
nei suoi atti dossici. La logica e la matematica non sarebbero
applicabili all’esperienza se non ci fossero oggetti stabili,
e quindi un’identità delle cose: il collegare e
il contare presuppongono che ciò che viene contato o
collegato sia identificabile come il medesimo, ovvero non si
polverizzi e rimanga uno, e quindi la realtà di enti
e di un mondo [14]
.
--------------------------------------------------------------------------------
* I riferimenti alle opere
di Husserl (le cui traduzioni italiane sono state spesso seguite)
sono tratti dall'Husserliana (Hua), da Erfahrung und Urteil,
Hamburg 1972 (EU) e da Allgemeine Erkenntnistheorie, Dordrecht
2001 (AE). RL I, II …VI indicano le singole ricerche pubblicate
in Hua XIX. [torna]
[1] Per un'esposizione più
precisa dei due motivi dell'idealismo husserliano e del loro
conflitto, cfr. V. De Palma, Il soggetto e l'esperienza. La
critica di Husserl a Kant e il problema fenomenologico del trascendentale,
Macerata 2001, capp. III e IV. [torna]
[2] Nella prima edizione
delle Ricerche logiche Husserl prende in seria considerazione
la possibilità che il fenomenismo abbia ragione, cioè
che ogni discorso su cose ed eventi fisici abbia il suo fondamento
oggettivo nelle correlazioni tra i vissuti psichici (Hua XIX,
p. 371). [torna]
[3] H. Philipse, Transcendental
Idealism, in The Cambridge Companion to Husserl, ed. by B. Smith
and D. W. Smith, 1995, p. 278. Philipse nota che l'idealismo
di Husserl è una conseguenza della teoria della percezione
delle Ricerche logiche – sulla base della quale l'oggetto
sensibile è il prodotto dell'interpretazione di sensazioni
immanenti, e quindi il mondo empirico dipende ontologicamente
dalla coscienza in quanto sua proiezione – e non sorge
affatto con la svolta trascendentale, che consiste solo nell'eliminazione
della contraddizione insita nella concezione della fenomenologia
elaborata in quell'opera, dove l'ontologia idealistica implicata
dalla concezione della costituzione sensibile convive con l'ipotesi
naturalistica che gli oggetti fisici siano causa dei fenomeni
psichici. [torna]
[4] Nella Filosofia dell’aritmetica
Husserl fa proprie due tesi di Brentano: la concezione dell’origine
delle categorie formali dalla «riflessione» (Hua
XII, pp. 20, 45, 58, 69-70, 74, 77, 85) e il richiamo al carattere
«decisivo» dell’«esperienza interna»
(ivi, pp. 42, 59, 66). A partire dalle Ricerche logiche egli
rifiuterà la prima (RL VI, § 44; Hua III, §
108), ma resterà fedele alla seconda, e quindi all’idea
che il materiale originario della conoscenza sia costituito
da vissuti amorfi e immanenti alla coscienza, che sono afferrabili
mediante la percezione interna.[torna]
[5] Cfr. V. De Palma, La
ripresa brentaniana della teoria aristotelica delle categorie
e il suo influsso su Husserl, in Isonomia. Rivista dell'Istituto
di Filosofia. Università degli Studi di Urbino (www.uniurb/Filosofia/isonomia/index.htm),
pp. 16-21. [torna]
[6] Cfr. T.W. Adorno, Terminologia
filosofica, Torino 1975, vol. I, pp. 272 ss.; E. Bloch, Soggetto-oggetto,
Bologna 1975, pp. 495 ss. Husserl stesso si chiede «come
vada compresa la conoscenza se gli oggetti non si riducono
a peculiarità o nessi della coscienza stessa, o come,
se lo fanno, la conoscenza non debba essere mera illusione»
(Hua XXXVI, p. 26). [torna]
[7] Ms. D 13 II/200b, cit.
in V. De Palma, op. cit., p. 229 n. 49. [torna]
[8] Cfr. V. De Palma, op.
cit., pp. 225 ss. [torna]
[9] Cfr. E. Tugendhat, Der
Wahrheitsbegriff bei Husserl und Heidegger, Berlin 1967, pp.
173 ss., 216 ss. [torna]
[10] Ms. A VII 17/14b. [torna]
[11] «È un
grave errore stabilire una differenza reale tra gli oggetti
“meramente immanenti” o “intenzionali”
da un lato e gli oggetti “effettivi” e “trascendenti”
che eventualmente corrispondono a essi: si interpreterà
allora questa differenza come una differenza tra un'immagine
e un segno realmente sussistente nella coscienza e la cosa designata
o riprodotta in immagine. […] l'oggetto intenzionale della
rappresentazione è lo stesso oggetto reale che le è
eventualmente dato come esterno ed è assurdo distinguere
tra l'uno e l'altro» (Hua XIX, pp. 438-9). [torna]
[12] «È rischioso
parlare a questo proposito di rappresentanti e di un rappresentato,
o di una interpretazione dei dati sensoriali, di una funzione
interpretativa che li oltrepassi e che si esplichi proprio attraverso
questo “interpretare”. L’adombrarsi, il presentarsi
in dati sensoriali, è qualcosa di completamente diverso
dall’interpretare segnico» (Hua XI, p. 17; cfr.
Hua IX, p. 160). [torna]
[13] Ms. B I 13/23 ss.,
cit. in V. De Palma, op. cit., p. 194 n. 11. [torna]
[14] Mss. B IV 1/98b
e A VII 20/43a, citt. in V. De Palma, op. cit., pp. 230-1 nn.
53-4. [torna]