La ricerca del futuro.

di Giorgio Inglese

Pensavamo, con inconsapevole ottimismo, che l?attuale sistema di reclutamento e carriera universitari non fosse ulteriormente peggiorabile. Le recenti proposte
della signora Brichetto ci costringono a ricrederci. La signora diramò ai giornali una velina, che minacciava la "fine dei professori a vita" (così i titoli, tutti uguali, della stampa ("indipendente" - da chi?). Leggendo gli articoli si apprendeva che, in effetti, il Ministero non ha (ancora?) preordinato lo
sterminio dei professori, come Endlösung del problema universitario. Ha solo deciso che si salga in cattedra dopo 1) un giudizio di idoneità nazionale, 2) chiamata da parte di un ateneo, 3) tre / sei anni di docenza precaria, 4) eventuale assunzione a tempo indeterminato da parte dell'ateneo. Facciamo un esempio. La signora X.Y. si è laureata a ventiquattro anni. Ha sùbito vinto una borsa per
neolaureati (1 anno). Poi, una borsa di dottorato (3 anni). Acquisito il nuovo titolo, ha avuto una borsa di perfezionamento presso una prestigiosa istituzione
culturale straniera (1 anno). Si è poi arrangiata per qualche tempo, scrivendo voci di enciclopedia (2 anni), prima di vincere un assegno di ricerca (2
anni). 1+3+1+2+2 = 9. E siamo arrivati a trentatré ("gli anni di Cristo", diceva mio nonno quando si giocava a tombola). Ammettiamo che la proposta Brichetto diventi operativa fra un anno, e che nel giro di un altro anno si tenga il giudizio di idoneità nazionale (ma chi ci crede?). Con parecchia fortuna, la dottoressa potrebbe essere chiamata da un ateneo l'anno dopo, e prendere servizio
- mettiamo - il giorno del suo 36esimo compleanno. Se sarà molto fortunata, molto gentile con i docenti di ruolo, sempre servizievole e disponibile di fronte
alle più cervellotiche e contraddittorie pretese dei Consigli di Facoltà, di Corso di Studi, di Dipartimento e quant'altro,- e, soprattutto, se l'ateneo sarà abbastanza ricco da permettersi un'assunzione a tempo indeterminato,- la signora uscirà dal precariato a 42 - 44 anni (a seconda dei tempi burocratici).
Sia ben chiaro. Nell'ambito dell'Università e della Ricerca, la precarietà del posto di lavoro non ha la minima giustificazione funzionale (ammesso che ce l'abbia, faccio per dire, nell'ambito della pulizia delle stoviglie nei fast-food). La proposta Brichetto è motivata da puro e semplice autoritarismo liberista. Chi è senza sicurezza è debole, è alla merce di chi si trovi a maneggiare potere economico, burocratico o politico, è ubbidiente - e costa meno. L'insegnamento e la ricerca, però, sono buoni quando sono liberi, e sono liberi quando sono affidati a docenti e ricercatori non ricattabili: i quali, avendo superata una rigorosa valutazione d'ingresso ed essendo rigorosamente controllati nell'adempimento dei propri doveri d'ufficio, vedano garantita la stabilità della propria posizione lavorativa. Discutiamo del modo con cui si può assicurare il rigore nella
valutazione d'ingresso (senza illudersi, per altro, che il semplice tecnicismo concorsuale risolva ogni problema: la moralità dei concorsi è il mero riflesso
della qualità media dei docenti attualmente in ruolo) e nel controllo sull'osservanza dei doveri (stabiliti possibilmente da una buona legge dello stato, rispettosa dell'art. 33 della Costituzione). Ma, in ogni modo, si assicuri un finanziamento nazionale, costante e prevedibile, ai nuovi posti da ricercatore e professore, ben distinto dal "budget" per le progressioni di carriera. P.S. Poiché il peggio non è mai morto, il collega Tranfaglia ha suggerito di aumentare il periodo di precariato da sei a nove anni ("l'Unità", 8 febbraio 2003). Con tanti auguri alla dottoressa X.Y.


 
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