A proposito di università e universalità.
di Roberto Finelli, Università di Bari
Recentemente s’è
svolto un interessante incontro all’università di Bari a
partire dal libretto L’università senza condizione, in cui
sono raccolti due saggi, uno di Derrida e l’altro di P.Aldo Rovatti
(Cortina, 2003) e che è già stato discusso mesi fa sulle
pagine del “manifesto”. Sollecitato anche dalla sciagurata
conferma nell’ultima finanziaria governativa dei tagli drammatici
all’università e alla ricerca, vorrei svolgere qualche considerazione
sulla questione dell’ultima riforma universitaria (la cosiddetta
“tre + due”) e sugli scenari che ha chiuso da un lato e aperto
dall’altro. Questa riforma, concepita e voluta, si ricordi bene,
non dal governo Berlusconi, ma dal centro-sinistra e dall’allora
ministro Berlinguer, ha concluso e definitivamente sepolto l’idea
utopica di università, che, sulla spinta della scolarizzazione
di massa degli anni ’50 e ’60 in Italia, era stata all’origine
del movimento studentesco del ’68 e dei suoi sedimenti teorico-pratici
più seri e creativi. L’idea cioè di una università
che, di contro a quella autoritaria e per pochi, ereditata dall’organizzazione
prima liberale e poi fascista dello Stato, fosse invece qualificata e
di massa, e capace, proprio per il suo essere di massa, di farsi costantemente
aperta ai temi, alle contraddizioni, alle sofferenze dell’altro
da sé: ossia di una società civile, economica e politica,
di cui l’università fosse luogo di servizio e da cui in pari
tempo traesse alimento, sempre nuovo, per la sua ricerca e la sua elaborazione
culturale. Una università dunque che si provasse a sperimentare
realmente la pregnanza del suo etimo universalistico, sia come istituzione
volta alla trasmissione di tutte le conoscenze del passato che come istituzione
volta ad accogliere l’intero universo delle pratiche sociali, ad
essa contemporaneo, per metabolizzarne i problemi attraverso la scoperta
e l’invenzione di soluzioni, procedure formali, codici di comportamento,
tecnologie e metodologie adeguate. Questa idea di università –
di una sua costitutiva e specifica dialetticità - è durata
per altro lo spazio di un mattino. Ha fecondato di sé le prime
movenze della rivoluzione studentesca universitaria del ’68, secondo
la lettura più originale e più propositiva dell’istanza
dell’antiautoritarismo, per poi cedere a una traduzione immediatamente
sociale e politica, al di fuori dell’università, del movimento
degli studenti. Non che questo non abbia avuto un significato positivo,
per l’accensione del ’69 operaio, e di lì per una trasformazione
culturale profondissima nella società italiana degli anni avvenire.
Ma ha prodotto la conseguenza, sul piano specificamente universitario,
di abbandonare quell’ipotesi di università antiautoritaria,
qualificata e di massa, di cui s’è appena detto.
L’università, nel trentennio successivo, è rimasta
così università non qualificata ma solo di massa; e antiautoritaria
essenzialmente nel senso che, soprattutto nelle facoltà umanistiche,
una dissennata politica di liberalizzazione dei piani di studio (a cui
concorsero non poco anche i quadri universitari e politici della sinistra
storica del paese), concedeva percorsi facili allo studente-massa, che
poteva conseguire così una laurea senza nessun approfondimento
specifico e con uno scarso profilo professionale. Eppure, malgrado ciò,
o forse proprio per ciò, quell’università è
stata ancora in grado, nella molteplicità dei suoi indirizzi culturali,
nella giustapposizione di metodologie varie di ricerca e d’insegnamento,
di generare menti ancora dotate di una qualche attitudine all’universale,
alla non coincidenza immediata e passiva con l’esistente, alla capacità
di distaccarsi dal dato particolare per una qualche prospettiva di maggiore
intelligenza e di maggiore presa sulla realtà.
Tuttavia la sua sostanziale debolezza culturale, la sua incapacità
di mediare, in un organico disegno culturale e politico, passato, presente
e futuro, ha impedito che quell’università potesse svolgere
nei confronti della società quel tipo di illuminamento dialettico
nel senso di quell’universalizzazione di cui si diceva sopra. L’università
ha vivacchiato, rimanendo parte e non universalizzandosi. Ma appunto proprio
in quanto parte, destinata a lasciarsi progressivamente dominare da quell’intero
che aveva lasciato fuori di sé e che invece sempre più cresceva
e si articolava secondo le sue logiche e i suoi interessi. Per dire cioè
che alla fine l’università non poteva che lasciarsi incamerare
dall’ideologia e dalla cultura del mercato, omologarsi e riorganizzarsi
secondo la logica di un’azienda (che vive di utenti, di clienti,
di crediti e debiti) e subordinare la sua frustrante incapacità
di universalizzazione alla ben più diffusiva forza universalizzante
del mercato e del capitale. Con la sorpresa, lo sbigottimento, quando
non con il disinvolto consenso, di un intero corpo docente, che avendo
escluso dal suo orizzonte mentale la materialità dell’economico,
ha assistito impotente e incredulo ad una riforma liquidatoria, ch’è
passata, senza dibattito alcuno e con lo sbarramento di codici, di tabelle
e di quantificazioni spesso incomprensibili, sopra la sua testa.
Ho detto riforma liquidatoria, nel senso che la vera sostanza di questo
“3 + 2” (laurea triennale più laurea specialistica)
è, a mio avviso, lo svuotamento del residuo di attività
di educazione e di ricerca che ancora rimane in vita negli atenei (anche
per l’intelligenza e la resistenza di docenti, ricercatori e studenti),
col trasferimento della formazione dei gruppi dirigenti tecnici e umanistici
di cui la società economica, civile e politica avrà bisogno,
a centri e istituti privati o paraprivati che svolgeranno la funzione
di selezione elitaria rispetto alla dequalificazione di una università
che, come tale, può, anzi, deve rimanere di massa. Basti considerare
il restringimento, la superficializzazione, il dosaggio in pillole, che
deve essere dato necessariamente agli insegnamenti e agli esami della
laurea triennale, sottratti, per riduzione del numero di ore, a quella
meditazione dell’ascolto, a quella lentezza nella riflessione e
nell’assimilazione che sono tipici di uno studio e di un apprendimento
veramente tali.
Per altro l’università pubblica non potrà mai diventare,
sembra chiaro, un’azienda, con le caratteristiche e le funzioni
di produttività, di efficienza, di profittabilità di un’azienda.
Non lo può diventare né per il suo carattere multiculturale,
né per la sua natura istituzionale comunque legata alla formazione
e all’educazione dei giovani e intrinsecamente altra dai modi e
dai tempi della produzione, della vendita e del consumo di una merce.
Può accogliere però, del mercato e del marketing delle merci,
l’istanza all’immagine esteriore, alla seduzione della forma,
allo svuotamento di contenuto e di senso delle cose, secondo quella superficializzazione
del mondo cui lavora – e il postmoderno ne sa qualcosa – la
vecchia talpa dell’astrazione del Capitale e della sua accumulazione
di ricchezza astratta a spese della concretezza di vita di uomini e cose.
E appunto l’università pubblica del futuro produrrà
una cultura e una formazione di questo genere: veloce, snella, superficiale.
Sarà insomma null’altro che il liceo o una corrispondente
scuola secondaria superiore. Ma, data la distruzione già ormai
pressocché compiuta della scuola secondaria, media e superiore,
in Italia, non sarà neppure il liceo dei nostri anni ’50
e ’60. Dovrà svolgere invece solo le funzioni di generica
alfabetizzazione e acculturazione, della nuova forza-lavoro mentale, la
cui destinazione sarà quello di essere utilizzata dai nuovi mercati
del lavoro, ad altissimo tasso di precarietà e di sfruttamento,
legati alle nuove tecnologie informatiche.
Perché questo serve all’economia di oggi e, sempre più,
nel futuro: una forza-lavoro priva di qualsiasi sapere critico, ma sufficientemente
alfabetizzata alla cultura democratica della cittadinanza di mercato,
e capace di una qualche competenza alfa-numerica e computazionale, tale
da adattarsi facilmente alle nuove tecnologie informatiche. Del resto
in questi ultimi quindici anni la devastazione della scuola secondaria
pubblica (scuole medie e scuole superiori), torno a dire anche per la
responsabilità culturale e politica della “sinistra”,
è stata pressocchè totale. Un patrimonio di capacità,
di competenze e professionalità, insieme a dei programmi di studio,
che facevano della scuola italiana – in termini di risultati medi,
di massa - forse la più avanzata al mondo, è stato progressivamente
logorato, consumato e svenduto alla cultura e alla pedagogia del mercato,
dell’utente e dei percorsi individualizzati. Solo la scuola materna
e la scuola elementare hanno resistito su dei livelli molto avanzati di
sperimentazione didattica e di socializzazione. Ma si apprestano a incrinarsi
e a franare anch’esse sotto i colpi della riforma Moratti. Così
alle università giungono studenti che per la maggior parte non
sanno scrivere (nel senso che proprio non sanno neanche dove mettere una
virgola) e non possiedono la più elementare cronologia storica
degli eventi e dei passaggi fondamentali della civilizzazione umana. Ma
appunto il 3 + 2 li aspetta per confermarli e legittimarli come cittadini
del postmoderno, nel cui orizzonte la regola è il divenire e la
trasmutazione costante di ogni identità, senza che si dia approfondimento
e radicamento in alcunché. E che leader politici e sindacali della
sinistra vadano anticipando che, anche in caso di caduta del governo Berlusconi,
un nuovo governo di centro-sinistra non potrà certo cancellare
le riforme in atto, bensì operare per loro più seria ed
efficace riuscita, ci dice quale sarà comunque l’esito, drammatico
e sciagurato, della nostra “pubblica istruzione”.
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