MICAELA
LATINI
IL
POSSIBILE E IL MARGINALE
Saggio su Ernst Bloch
L’evento
traumatico della prima guerra mondiale segna per E. Bloch un confine
oltre il quale l’esperienza è costretta a confrontarsi
con il ‘vuoto’ generato dal crollo dell’ordine precedentemente
stabilito. Di fronte al dilagare della Sinnlosigkeit del moderno, la
raccomandazione blochiana è quella di non perdersi in una vuota
denuncia dell’occidente e di scongiurare il pericolo di un’inautenticità
artistica ed esistenziale. In quel “campo di macerie” che
è l’esito del primo conflitto, Bloch individua un percorso
capace di arginare il processo di estraniazione e di mercificazione,
recuperando quella traccia espressiva che era traccia dell’umano.
È seguendo la stella polare della grande espressione che si approda
in una ‘zona oltre confine’: un terreno utopico sul quale
trovano un fecondo punto d’incontro l’ornamento puro, la
dimensione preistorica, l’arte gotica e le avanguardie artistiche
del primo Novecento. La cifra che caratterizza queste forme è
la consapevolezza che il senso della vita non deve essere cercato in
una totalità compatta e definitivamente conquistata, ma deve
essere prodotto, sempre di nuovo, a partire dalla frammentazione esistenziale,
dagli interstizi del reale. Ma questo è il valore critico dell’utopia:
fare spazio alla “possibilità del non-fatale”, di
contro allo stato di passiva adesione all’opacità del vissuto.
Questo libro nasce dall’esigenza di ripercorrere il tracciato
indicato da Bloch, sulla scorta di materiali inediti e in un costante
confronto con alcuni dei suoi interlocutori privilegiati (Benjamin,
C. Einstein, Lukács e Riegl). Dalla lettura qui proposta emerge
un tipo di approccio filosofico che sceglie il “marginale(Nebenbei)”
come “concetto-chiave”, vedendovi non un limite della rappresentazione
e dell’esistenza, ma la condizione interna dell’esperienza
possibile.
Introduzione
Questo
libro si organizza intorno ad alcune coppie concettuali che costellano
la riflessione di Ernst Bloch: l’opacità del vissuto e
la pienezza di senso; la forma compiuta e la produzione della forma;
il destino e la volontà; il visibile e lo spirituale; la situazione
subita e la decisione. Su questi poli si inarca la dialettica tra il
marginale e il possibile – un tema che può essere assunto
a filo conduttore sotterraneo dell’intero percorso blochiano qui
proposto.
Il primo capitolo ripercorre i problemi filosofici sollevati dalla sensazione
di inautenticità che è l’esito della Prima guerra
mondiale. Le riflessioni antimilitaristiche di Spirito dell’utopia
(1918 e 1923) riconoscono in questo drammatico evento storico il luogo,
a partire dal quale si fa urgente la questione della ricerca di senso
in un’esistenza abbandonata alla sua contingenza. Lo scoppio della
guerra segna un confine oltre il quale l’esperienza è costretta
a confrontarsi con il ‘vuoto’ generato dal repentino crollo
dell’ordine precedentemente stabilito. Di fronte alla sensazione
di Sinnlosigkeit, diffusa nel periodo postbellico, la raccomandazione
di Bloch è quella di scongiurare la deriva del nichilismo filosofico,
strettamente connesso alla Kriegesideologie, e di perseguire
la via dell’espressione. Se la guerra ha fatto franare il terreno
da sotto i piedi, occorre calarsi nelle crepe dell’esistenza,
nello scarto che segna la distanza tra la vita irredenta e la sua redenzione.
Seguendo la stella polare dell’espressione si fa possibile per
Bloch tirarsi fuori dal “campo di macerie”, che rappresenta
lo stigma del periodo post-bellico, e aprirsi varchi in direzione della
Selbstbegegnung.
Da questo sfondo problematico prendono le mosse le riflessioni che Bloch,
in Spirito dell’utopia, dedica alle forme artistiche inautentiche
del periodo postbellico. È questo il tema conduttore del secondo
capitolo. A un’etica corrotta dal proliferare del capitalismo,
corrisponde nella sfera estetica l’affermarsi di due orientamenti
riduttivi e, come tali, da contrastare: il tecnicismo-funzionalismo
esasperato, che spazza via ogni fermento espressivo, e il decorativismo
posticcio, portatore di valori falsi. Esiste però una terza possibilità
che non ricerca il suo movente nella “poetica del cemento”
e che non si acquieta in un decoro ingannevole come quello dello Jugendstil:
è questo il sentiero che conduce al “grande ornamento”
come forma espressiva autentica. Di qui Bloch parte per dipanare un
lungo filo di ragionamenti, che lo porta a confrontarsi, nel corso della
sua produzione filosofica, con il motivo del “Kunstwollen”
di Alois Riegl, e con la “riscoperta del Primitivo” teorizzata
esemplarmente, e proprio in questi stessi anni, da Carl Einstein. L’analisi
della vis decorativa, nella peculiare scansione proposta da Spirito
dell’utopia, domina l’arco argomentativo del terzo capitolo.
Se la forma greca si appaga di un’esistenza illusoria e superficiale
e quella egiziana trova la sua cifra nella dimensione funeraria, il
Gotico rappresenta invece il “dire sì alla vita”.
C’è però un altro percorso concomitante. Lungo il
“sentiero a spirale” indicato dall’arte gotica, Bloch
cala la poetica delle avanguardie artistiche del Novecento. È
questa la via seguita nel corso del quarto capitolo, una strada che
conduce al di là del disegno tracciato da Spirito dell’utopia.
I motivi che affiorano nell’espressionismo e nel surrealismo pittorico
e letterario, sono enunciati per suggestioni e con sorprendente tempismo
nella prima opera di Bloch, ma vengono ripresi e approfonditi nelle
pagine di Eredità del nostro tempo (1935). Al quinto e ultimo
capitolo è affidato il compito di rilevare e sviluppare i nodi
teorici che sono fin qui emersi. Sulla scorta di alcune immagini al
limite, suggerite dallo stesso Bloch, viene indagato il rapporto tra
opera ed esistenza. L’arte per Bloch non redime la vita dalla
sua insensatezza, ma nella frammentazione esistenziale pre-annuncia,
seppur per un istante (l’attimo della speranza) la totalità
compiuta. È questo il motivo ricorrente dei saggi narrativi raccolti
nel volume Tracce (1959). Qui ogni tentativo di risolvere il
non-senso esistenziale nel senso dell’opera è destinato
allo scacco. Il “brusco ritorno” nell’hic et nunc
sta a segnalare come l’arte sia in Bloch una dimensione altra
rispetto all’esistenza, una prospettiva utopica. E tuttavia bisogna
agire come se la meta utopica fosse raggiungibile; è solo spingendosi
fino alla soglia della propria vita che si fa possibile intravedere
quel tanto di senso che è dato cogliere. Ma questo è il
messaggio dell’utopia: di contro alla passiva acquiescenza nello
stato presente occorre fare spazio al possibile, a quell’ordine
sommerso che sottende la trama del visibile-contingente, rendendola
al contempo fragile e densa.
Da questa visione panoramica emerge un tipo di approccio filosofico
che sceglie il “marginale (Nebenbei)” come “concetto-chiave”,
vedendovi non un limite della rappresentazione e dell’esistenza,
ma la condizione interna dell’esperienza possibile. Ogni forma
di comprensione si scontra in Bloch con il problema di una marginalità
sotterranea che, come in una sorta di azione parallela, continua a fermentare
e che mette in subbuglio l’ordine fin a quel momento consolidato.
L’immagine proposta da Bloch è allora non quella di una
strada maestra, ma quella del deserto, che bisogna attraversare, percorrendo
di volta in volta un nuovo tracciato. Si capisce a questo punto l’importanza
che Bloch affida al dettaglio trascurato, che spesso ospita proprio
l’informazione più importante. In questo senso si fa necessaria
una rivalutazione dello “sguardo obliquo” che non scivola
via e che non si lascia invischiare nella superficie, ma piuttosto si
sofferma nella porosità dell’esistente, facendo breccia
nel cuore della possibilità. Strapparsi dall’opacità
della serie, uscire dal «detestabile esser situati nel quale la
maggior parte degli uomini è costretta a vivere» è
un atto sicuramente doloroso, ma anche necessario. La ricerca della
vita autentica è quindi per Bloch un compito al quale non ci
si può sottrarre, un dovere etico e un imperativo morale. In
questi termini problematici si traduce la formula blochiana “Essere
come utopia”: il senso dell’esistenza non cade nel mondo
come qualcosa di dato, ma deve essere prodotto continuamente.