ANDREA
DURANTI
Dai
Versetti satanici a Il Codice da Vinci
14 febbraio
1989: l’ayatollah Ruhollah Khomeini, Leader supremo dell’Iran
post-rivoluzionario e discussa autorità del mondo sciita, lancia
contro lo scrittore anglo-pakistano Salman Rushdie, autore del romanzo
Versetti satanici, una fatwa che, squarciando il tradizionale
velo esistente fra il mondo dei musulmani (“dar al-Islam”,
o “casa dell’Islam”) e quello degli infedeli (“dar
al-harb”, la “casa della guerra”), proietta il magistero
e la visione teocentrica dell’Imam nel secolarizzato Occidente,
in virtù dell’accusa di “blasfemia” nei confronti
di un’opera di fantasia.
Febbraio 2006: il mondo musulmano, dall’Europa all’Indonesia,
è scosso e insanguinato dalla pubblicazione di alcune “blasfeme”
vignette satiriche sul quotidiano danese Jyllend Posten, aventi ad oggetto
il Profeta Muhammad.
19 maggio 2006: in contemporanea mondiale esce nelle sale cinematografiche
l’adattamento del best seller dello scrittore americano Dan Brown,
Il Codice Da Vinci, generando in tutto il mondo cattolico reazioni
aggressive, talora violente (come il rogo del libro organizzato nel
piccolo comune ciociaro di Ceccano), nei confronti di un’opera
che, non diversamente dai Versetti satanici, non pretende di
essere altro che un romanzo.
Che
rapporto intercorre fra questi tre episodi, apparentemente distinti
per contesto e modalità?
In tutti e tre i casi si è parlato di rigurgiti integralisti,
di nuovo Medioevo oscurantista, eccetera. Fin qui tutto chiaro. Ma questo
è solo un aspetto, forse neppure il più importante, della
questione. Andiamo per gradi.
Il Codice Da Vinci, in sé e per sé, non brilla
per originalità né nella forma né nei contenuti:
scrittori come Umberto Eco (Il pendolo di Foucault, 1988) e
soprattutto Philipp Vandenberg (Il mistero della pergamena copta,
1998) avevano già incentrato avvincenti trame avventurose sul
connubio Templari-Gesù Cristo-Maria Maddalena, per non parlare
dei più popolari fumetti di "Martin Mystere" o persino
di videogames di successo come “Broken Sword”. E allora
perché proprio adesso? Perché proprio Il Codice Da
Vinci?
La sociologa marocchina Fatima Mernissi, in un saggio su Islam e modernità,
fa riferimento al cosiddetto “Imam dei media”, «l’uomo
che vediamo sugli schermi, intento a spiegare che egli attinge il suo
potere da Dio. L’Imam tradizionale faceva la stessa cosa, ma prima
dell’esistenza della televisione. Questa è una distinzione
importante, perché la televisione non riesce a mostrare la complessità,
essa seleziona un dettaglio, che poi diventa enorme e riempie l’intero
schermo».
La chiave di volta del problema è esattamente questa: i media.
Gli episodi di violenza legati a Il Codice Da Vinci, alle vignette
satiriche e al caso Rushdie dipendono in larga misura dal modo in cui
un “dettaglio” è stato ingigantito, deformato, e
ritrasmesso attraverso le televisioni in tutto il mondo. La manipolazione
- e strumentalizzazione - dell’informazione da parte dei mass
media, in grado di fagocitare e “risputare” trasformata,
alterata, ingigantita e riplasmata qualsiasi realtà si innesta
in un contesto globalizzato e globalmente schizofrenico, che cerca,
da una parte, di realizzare un sofferto multiculturalismo, rispettoso
della diversità, mentre, dall’altra, il sonno della ragione
si arrocca su un morente, e proprio per questo sempre più violento,
ultraconservatorismo; l’impatto pubblicitario del Codice
ha generato nei nuovi “tecno-cattolici” o “cattolici
mediatici” la distorta convinzione che il libro, romanzo, thriller,
mistery archeologico, in primis opera di fantasia, rappresentasse
una sorta di nuovo apocrifo blasfemo e minaccioso.
Tuttavia, è il caso di ricordarlo, la scarsa dimestichezza della
contemporaneità con l’“oggetto-libro” ha fatto
sì che il “fenomeno Da Vinci” sia esploso in tutta
la sua potenza soltanto nel momento in cui il Sancta Santorum della
società mediatica, la Fabbrica dei sogni – Hollywood, ha
deciso di occuparsi del best seller, lanciando una campagna pubblicitaria
a tappeto, mirata a destare e sfruttare il prevedibile clamore e scandalo
dei benpensanti massmediatici. Viene da chiedersi se, analogamente,
lo scrittore anglo-pakistano Salman Rushdie non sarebbe rimasto ignoto
ai più se un moribondo Imam iraniano, abilissimo “comunicatore
pubblico” prima ancora che statista, non avesse deciso di stornare
l’attenzione dei suoi connazionali e dell’opinione internazionale
dal drammatico fallimento riportato nella guerra Iran-Iraq alla fine
degli anni ’80…
Sempre per quanto riguarda il mondo musulmano, l’ondata di violenza
generata (almeno ufficialmente) dalle vignette “blasfeme”
rappresenta un genuino caso di studio sugli effetti della globalizzazione,
autentica “epifania della post-modernità”, prodotto
di un’immagine pulsante ritrasmessa da un capo all’altro
del vasto mondo musulmano.
Nell’Occidente “cristiano”, possiamo ricordare invece
le reazioni, certamente meno sanguinose, suscitate da due opposte “Passioni
di Cristo”: “L’ultima tentazione di Cristo”
di Martin Scorsese, duramente avversata e boicottata dalle Chiese cristiane
(soprattutto negli Stati Uniti), e la truculenta “The Passion”
del repubblicano cattolico Mel Gibson. Le due pellicole, dai destini
opposti, flop al botteghino la prima, record d’incassi la seconda,
presentano probabilmente (paradossalmente) anche la stessa distanza,
uguale e contraria, nei contenuti e nel rispetto verso la figura di
Cristo: pieno di “umanità”, e quindi di sensibilità
e tatto “L’ultima tentazione” (che, è il caso
di ricordarlo, presenta più di un tratto in comune con il background
del Codice – l’umanità di Cristo e il suo
rapporto con la Maddalena), irrispettosamente ed inanemente sadica e
sanguinaria la “Passione”, attenta più che altro
a compiacere l’ala ultraconservatrice della destra cristiana americana.
Ci
si chiede, dunque, se tanto scandalo sia scaturito da una esagerata
pubblicizzazione delle opere letterarie e cinematografiche oppure dalla
piccola verità nascosta in esse, da una nascosta ragione posta
alla base di ogni opera disincantata che, da Heinrich Heine in poi,
ottiene dal “potere” riconosciuto condanna e ira.
Il disincanto è l’arma della democrazia e, nel cinismo
e nella critica, trova spesso espressione ottimale. Non a caso l’arte
più disincantata ottiene ostracismo e ira e, sempre non a caso,
essa è mal tollerata dalle tre fonti di potere tuttora esistenti,
tutte e tre antitesi di democrazia: Iran, Vaticano e Stati Uniti d’America.
Tre domande: Khomeini, nel lontano 1989, condannò le “bugie”
religiose contenute nell’opera di Rushdie oppure, intravedendo
in quei “versetti” una verità in nuce, preferì
utilizzarli per armare una fatwa politica e culturale fin troppo
grossa per l’entità modesta della stessa opera?
Il Codice Da Vinci è bisimato dall’Opus Dei perché
racconta bugie o perché, con il suo tono disincantato e anti-storico,
offre al grande pubblico una verità di base, ovvero la possibilità
di negare e dubitare, di porre domande e dare soluzioni alternative?
Forse è il disincanto che disturba e non il contenuto in sé?
Fatima Mernissi, parlando della faticosa affermazione delle Mille
e una notte nel mondo arabo, scrive: «Per Cheddadi, l’opposizione
tra il Sultano e la narratrice di storie riflette e magnifica il conflitto,
esplosivo nella cultura musulmana [e non solo, ndr], tra la shari‘a,
la verità sacra e la fiction. Il trionfo di Shahrazad
significa anche il trionfo del wahm, o "immaginazione",
che sfida la legittimità dei detentori della “Verità”
(sidq) e corrode la loro credibilità».
Che nel wham possa esserci una verità in nuce, la verità
dell’uomo che liberamente pensa perché i pensieri, per
dirla con Lutero, sono liberi, è un fatto sensazionale.
È sensazionale scoprire che nel mondo dei fast food e delle guerre
ideologiche con migliaia di morti, uno scrittore, un cantastorie del
nostro tempo, possa disincantare e disturbare la “verità
rivelata”. È sensazionale rilevare la remota possibilità
che tutto ciò che abbiamo attorno, tutto ciò che altri
uomini ci hanno raccontato da secoli, possa essere smontato pezzo per
pezzo dall’immaginazione di altri uomini.
Il Codice Da Vinci, nella sua modesta ma dignitosa entità
di romanzo fantastorico, occupa nella quotidianità un ruolo brechtiano,
ci suggerisce che tutto è possibile.
Dubitare è pensare, pensare significa esistere: questo può
dare fastidio.