Decadenza [ FILO ROSSO ]

Decadenza [ FILO ROSSO ]

PRESENTAZIONE   >

Decadenza, declino. Non è un tema nuovo, ma è tornato di attualità. Senza esagerare nei pessimismi, pare potersi considerare come un fatto, che viviamo un’epoca di declino,  anche se forse potrebbe dirsi solo una leggera inclinatio (per riprendere Biondo Flavio).  Ora, il declino (o la decadenza) nella storiografia e nella filosofia ha una sua storia e una sua tessitura concettuale. Il paradosso è che la bibliografia del declino è antica e non accenna,  come genere, a declinare. Già Polibio, ad esempio, intravedeva un’idea del declino che riferiva all’Impero romano. A prenderlo però in tempi più recenti, il tema del declino ci porta al 1918, anno di pubblicazione del Tramonto dell’Occidente di Oswald Spengler. Il libro non ci piace troppo; comunque non ha niente di profetico: non descrive il declino dell’Occidente, che in effetti non c’è stato. Non è in generale una diagnosi del “declino”: il libro di Spengler non descrive  la malattia, è forse la malattia stessa: non è il quadro del declino, ma è parte del quadro. Spengler rispolvera l’armamentario, anche questo antico, della tecnica che manipola la natura. L’uomo faustiano (ma anche un po’ prometeico) non gli piace, e non gli piace il liberalismo, non gli piace l’economia di mercato. Non mancano tratti reazionari. Quello che chiama “declino”, allora,  non è affatto  declino, ma progresso. Spengler non era un nazista, ma fu ben visto dai nazisti e non solo da loro. L’idea di declino che Spengler ha in mente coincide con la formazione dei valori liberali e scientifici dell’Occidente, ovvero con il contrario del declino. L’Occidente, diciamolo,  è però un’espressione inflazionata, specialmente nella teoria politica. Forse sarebbe meglio dire “mondo libero”, o “società aperta”, come fa Nunziante Mastrolia nell’Introduzione, che pubblichiamo  integralmente, a I difensori dell’Occidente (sì il libro però ha “Occidente”). Del libro  potete anche ascoltare qui la presentazione. La tesi del declino, va detto, è facilmente banalizzata. Ma nella forma più serie e filosofica, il declino non è un concettino approssimativo: indica una ciclicità, un destino, che governa  le civiltà e che riflette una sorta di legge di natura o, appunto, di destino. Le civiltà seguono un ciclo biologico, come le piante. Ma che cosa sono le piante? I biologi positivisti avevano idee sorprendenti a proposito del regno vegetale. Il bel libro di Emanuele Coccia, per ora solo in francese, intesse una straordinaria metafisica della piante: la sua è una metafisica o una metafisica post-metafisica? Non saprei. Potete leggere qui una recensione di Lisa Ginsburg del libro.  Gennaro Sasso, invece, ha scritto, da par suo, un libro sulla storiografia della decadenza. Qui potete seguire la presentazione del libro: ci sono un serie di amici, Marcello Mustè, Alessandra Tarquini… Sul declino, sul grande affresco storiografico del declino, da vedere, sempre di Sasso, anche i due volumi su Machiavelli. Emerge, specialmente nel secondo volume,  il tema del declino per definizione, forse persino l’origine dell’idea del declino che ossessiona l’Occidente, ovvero il declino, o decadenza, dell’Impero romano. La questione è vista attraverso le analisi degli umanisti che fanno da sfondo all’opera di Niccolò Machiavelli.  L’Impero romano non è stato semplicemente, per la visione politica (per la filosofia politica?) di molti secoli, una forma politica tra le altre, ma la forma politica assoluta, voluta da Dio. Fate bene a pensare alla Monarchia di Dante. La questione ha così anche un rilievo logico e ontologico. Nella bibliografia sul declino metterei poi non poche opera di Santo Mazzarino, ma in particolare La fine del mondo antico. Senonché, il declino è anche un tema letterario.  Thomas Mann è un autore particolarmente ossessionato dal declino, lo insegue in vari libri,  Il Doctor Faustus, La montagna incantanta, I BuddenbrookDecadenza di una famiglia. Valeria Turra scrive un bel saggio su La Morte a Venezia: è una lettura che congiunge due momenti dell’idea del perdersi, del declinare: quella moderna di Mann e quella antica, greca: due momenti legati dall’ambigua forza, vitale e insidiosa, della bellezza. Del declino,  indirettamente, non in sé,  troviamo una traccia anche nel saggio sul neoparmenidismo di Mauro Visentin. In ultima analisi, il neoparmenidismo assesta un colpo mortale all’immortale metafisica (perché insieme mortale e immortale? come se esistesse una verità e un’innegabile opinione?). Su questa strada, sulla strada della ferita mortale, si mette anche il testo, uscito già per NoiseFromAmerika, Complottismo e…cultura: ma in questo caso l’intenzione è di accelerare il declino di certa favolistica, pseudocolta,  narrativa complottista, che alimenta tanta filosofia di chiacchiere. Ci interesseremo di critica delle ideologie, rispetto al neoparmenidismo, è il lato della doxa (ma un “lato” la doxa? No.). Comunque, per sfuggire, per tenersi alla larga, dalle chiacchiere, specialmente nella filosofia politica, l’economia è utilissima. Gli amici economisti verranno interpellati spesso. Ugo Colombino, economista emerito dell’università di Torino, apre la serie con un intervento sul reddito minimo garantito. E con il declino non c’entra niente, però.

G.P.