COMPLOTTISMO…E CULTURA > La narrativa complottista è la sola ricetta di tanta “letteratura critica”. Un saggio (davvero) irriverente

Di Giovanni Perazzoli   >

Contrariamente a quanto si potrebbe credere (tra i più ottimisti) le teorie cospirative non sono un fenomeno circoscritto entro i limiti di una subcultura che rumoreggia lontana dal mondo accademico e dalla “cultura alta”. La struttura portante delle teorie cospirative si ritrova pressoché immutata anche in non poca letteratura filosofica, economica e sociologica, relativamente influente. Per fare solo un (facile) esempio, il plot complottista è non piccola parte dei libri di Michel Foucault editi da Gallimard; ed è sterminata la letteratura “di sinistra” (non solo “di destra”) che si fonda, quando si va stringere, su un plot complottista.

In una pagina del libretto di Raymond Boudon Perché gli intellettuali non amano il liberalismo, la connessione tra antiliberalismo, complottismo e “plot colto” è richiamata con due riferimenti convergenti: uno a von Hayek, il quale osservò che per un anti-liberale è più facile accettare un ordinamento costruito rispetto a un ordinamento economico spontaneo e l’altro a Herbert Spencer, per il quale all’anti-liberale appare più sensato un ordinamento militare che uno economico[i]. Senza dubbio nella mente complottista “l’ordinamento spontaneo” non ha udienza: il caso, l’errore, la natura umana, la politica (con i suoi compromessi) non ci sono.

Originariamente pubblicato su  Noise From Amerika

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Per tentare di mettere insieme una fenomenologia della “mente complottista” c’è un primo passo da compiere. Occorre togliere subito di mezzo un equivoco: con la critica del complottismo non s’intende affatto negare l’esistenza dei complotti. Per riprendere l’esempio di Umberto Eco, che al tema ha dedicato una certa attenzione, nessuno nega che Giulio Cesare sia stato ucciso in seguito ad un complotto. I complotti sono un fatto innegabile. Il complotto-complottista è semplicemente un’altra cosa: è un plot che non ha niente a che fare con i complotti. È un fenomeno legato alla secolarizzazione, alla cultura di massa, che riprende, però, una narrativa basata su formule archetipiche, comuni alle mitologie antiche e alle narrative religiose.

La spersonalizzazione

Il primo aspetto ricorrente delle teorie complottiste è la spersonalizzazione del soggetto (o dei soggetti) del complotto. A cospirare non sono persone a cui possono essere attributi predicati reali: sono personaggi caricaturali. I membri di un complotto non si tradiscono, vanno sempre d’accordo, seguono il loro scopo senza ripensamenti; a volte, nelle versioni più deliranti, passano il testimone a più generazioni nel corso di decenni, se non di secoli. Nell’agire dei cospiranti scompaiono i conflitti, le lotte per il potere, le invidie, i pentimenti; soprattutto scompaiono gli errori, le incoerenze, scompare l’opera del caso. Il complottismo – che è interno al populismo -, rappresenta un potere nemico spersonalizzato, si tratti di un “establishment” naturalmente “lontano”, di una classe politica “autoreferenziale”, di una classe di “burocrati non eletti”. I banchieri, gli ebrei, gli eurocrati eccitano la fantasia complottista come i templari o gli illuminati. La spersonalizzazione e il relativo irrealismo ispirano naturalmente anche i moventi del complotto: il dominio del mondo, la soddisfazione di un’insensata avidità di denaro, la volontà di trasformazione biologica del genere umano.

È importante notare che in questo schema narrativo non c’è posto né per il caso né per l’errore. Le tesi complottiste sono soddisfatte in modo autoreferenziale, mostrando un’incomprensione elementare dei processi politici. Il realismo politico di Machiavelli è il contrario esatto del complottismo. Nonostante questo, o forse proprio per questo, il complottista può essere carismatico: può avere una grande presa sulle masse. La ragione è evidente: viene dalla stessa pasta.