Gustavo Zagrebelsky Simboli al potere. Politica, fiducia, speranza

«Se tutta la realtà fosse scoperta davanti ai nostri occhi, non avremmo bisogno di simboli: i simboli servono infatti per accedere a un mondo di cui postuliamo l’esistenza, senza poterlo completamente decifrare come cosa pienamente veduta.» (p. VII)

 
Con Simboli al potere, Gustavo Zagrebelsky, torna a riflettere su un argomento «negletto», «gonfiato» o «sottovalutato», da tempo lasciato marcire nei sobborghi della teoria: la simbologia politica, attività vitale dell’essere umano. Perché dietro al simbolo galleggiano le speranze delle nostre anime demiurgiche, bramose di qualche bagliore di senso, non ancora stanco. E quei simboli che condividiamo (e calpestiamo) con ostentata naturalezza – bandiere sbiadite a sovrastar tribunali, croci uncinate, falci, martelli stilizzati che non passano mai di moda – sono i nostri simboli politici: hanno a che fare con l’idea dell’amministrazione della società; e per questo preziosissimi. Dunque se la realtà fosse quella degli «scienziati euclidei» non ci sarebbe conoscenza né l’ardore che l’accompagna, bensì immedesimazione. Il simbolo nasce dal mondo extraeuclideo che coviamo all’interno, dall’esigenza immaginifica che naviga negli oceani del pensiero. E il simbolo politico è l’ago che cuce i nostri rapporti immateriali – ma così ostinatamente reali –, l’“immagine” a cui chiunque di noi può accedere, riconoscer sé stesso e l’altro. La bandiera, simbolo d’unione nazionale, in un pezzo di tela colorato (ma anche d’altra materia, finanche mentale) racchiude tutte le possibilità di realizzazione personale, che, presupponendo necessariamente un tessuto sociale di cui nutrirsi e da cui distinguersi, porta a una cooperazione depositaria di speranze.

Il passaggio da segno (soggettivo) a simbolo vero e proprio (oggettivo) ha luogo nella codificazione del contenuto all’interno dell’esperienza comune, che suggella un rapporto invisibile, ma folgorante nel simbolo. Un esempio: l’esperienza letteraria del Simbolismo rompe il filo che corre tra cosa e parola, librando l’interpretazione soggettiva a cieli meno esplorati – questo è il segno –; ma il passaggio dalla letteratura alla vita quotidiana comporta l’adeguamento degli uomini a credenze condivise, collante del sociale – questo il simbolo. Zagrebelsky individua nel rapporto uomo/simbolo l’autoimplicazione sorgiva del legame sociale: «gli esseri umani uniti in società si creano i loro oggetti sociali attraverso i simboli (il simbolo crea il suo oggetto), e […] gli oggetti sociali simboleggiati plasmano, a loro volta, gli esseri umani riuniti in società (il simbolo crea i suoi soggetti).» (p. 15)

Il linguaggio simbolico è allusivo, non iconico, non figurativo, ma “schiavo” dell’intuizione che sprigiona le nostre energie spirituali – idee, sentimenti, ricordi, speranze – nel tentativo di raggiungere il contenuto custodito dall’oggetto simbolico. Il simbolo allude a qualcos’altro, a qualcosa che non aderisce, cristallizzandosi, all’oggetto che lo simboleggia (perdendo così la sua forza dinamica); l’oggetto simbolico, al contrario, apre ai contenuti del simboleggiato, continuamente ridefiniti dal turbine delle nostre energie. Con le parole di Kant si può dire esso possieda, a differenza del segno, un’anima, unica in grado di mettere in movimento la nostra facoltà immaginifica (altra rispetto a quella speculativa e calcolatrice), che conferisce così al simbolo la sua caratteristica «eccedenza di significato»: oltre all’oggetto e alla parola – il senso primario, fisso, cioè il segno – rimanda a qualcos’altro – il senso secondario, mobile, cioè il simbolo. Questo senso secondario è quello che permette al simbolo di trasformarsi, di nascere, crescere e morire. Ma la vita dei simboli è legata alla nostra, dipende da noi, scorre attraverso le nostre energie spirituali loro creatrici. È un fermento continuo. Il crocefisso ad esempio, uno dei simboli più diffusi al mondo, nel corso dei secoli ha assunto vari significati: da potenza mondana a sofferenza universale, fino a ridursi a un “inoffensivo” rimando alla tradizione.

Ma se mezzo e contenuto si fondessero? Se l’allusione si facesse rappresentazione? La politica ci offre fin troppi esempi: quando i grandi uomini politici, «simboli viventi nella loro corporeità, […] si propongono immediatamente come simboli politici, cioè come fattori unificanti che distruggono ogni dimensione terza della vita politica e così fagocitano istituzioni, leggi e altri simboli» (p. 47), le regole diventano «impicci», le costituzioni «gabbie» e la legalità angheria (p. 48). A questo punto la trattazione di Zagrebelsky costringe il lettore a un esame delle sue più profonde convinzioni, a riconsiderare il suo rapporto con politica e simboli – poiché «ogni società è un sistema di simboli» (p. 26) –, e le condizioni di possibilità d’una società democratica garante di quei diritti fondamentali solo recentemente conquistati. Zagrebelsky rileva come il simbolo, oltre a saper «esprimere l’inesprimibile», comunicandoci uno «stato d’animo» che si fa intermediario tra la radice del passato collettivo e lo slancio dell’avvenire, riesca ad indurci all’azione. È spinti dalla «ragion simbolica» che imbastiamo campi di battaglia e aneliamo alla stabilità. La vita politica (dovrebbe) freme(re) per ricongiungere le parti al tutto proprio come il maschio e la femmina, tagliati in due da Zeus in tempi remotissimi, non cessano mai d’attrarsi nel mito platonico.

Ripetiamolo: «perché vi sia società, i rapporti tra le sue componenti devono trascendere la pura soggettività e oggettivarsi in una terza dimensione. Questa dimensione è quella istituzionale, della quale fanno parte […] i simboli politici.» (p. 43) Ricordiamoci però l’altra faccia del symbolon: il diabolon – suggestione, identità, aggressività. Da questo nascono i conflitti, il muro tra amici e nemici: croce per i cristiani o falce e martello per i comunisti creano entrambi vincoli spirituali, superati i quali ci si ritrova persi in lande ostili. Il simbolo d’amicizia, presupposto sociale, risiede invece in quella «terza dimensione» scrigno della fiducia reciproca e della speranza per l’avvenire. Bisogna impedire che qualcuno si impossessi di questo simbolo, renderlo a tutti accessibile. Ma la politica, cioè la vita – ne facciamo esperienza quotidiana – è conflitto: «se non fosse necessario riunirsi per contrastare i nemici, non ci sarebbe politica. Ci sarebbe amicizia, fratellanza, benevolenza, non politica; e, con la caduta della politica, verrebbe meno la ragion d’essere del simbolo politico.» (pp. 51-52) Per questo la società anela soltanto alla stabilità senza mai raggiungerla, ma cercando d’estendere i suoi simboli a una fascia sempre più ampia di “riconoscenti” (ma anche i simboli più inclusivi lanciano le loro minacce: la bandiera della pace, ad esempio, si contrapporrà pur sempre agl’intolleranti).

La tranquillità e sicurezza che respiriamo nelle nostre società è il prodotto della fiducia reciproca (e della relativa promessa d’un avvenire similmente “sereno”) emanata dalle istituzioni – i nostri simboli politici fondamentali – e in esse protetta.
La funzione simbolica cementifica la società, è l’altra faccia della forza fisica. Ecco perché i politici di tutti i tempi han sempre cercato di «“simbolizzarsi” nella testa della gente, per poter scorrere come su una superficie tutta liscia» (p. 81), per raggiungere un consenso spesso smarrito tra false convinzioni e insensate convenzioni.
Il ricorso alla fenomenologia del simbolo serve a Zagrebelsy per analizzare l’attuale stagione politica italiana, che, a suo dire, verserebbe in una profonda crisi simbolica: «questo deserto simbolico corrisponde al deserto politico […]. Non abbiamo simboli politici perché non c’è una politica che ne abbia bisogno.» (p. 86)

È il desiderio di giungere al potere che guida l’ambizione dei politici, che fa fondar loro nuovi partiti e nuove griffe a guisa di simboli. Ma queste sono solo segni, non simboli – perlomeno non politici –, giacché privi di radici storiche, contenuto, ideali. «Non ci sono, dietro [alla nuova politica italiana], freddi studi di pubblicità, attenti a target e audience, piuttosto che al calore delle speranze che si intendono svegliare o risvegliare?» (p. 85) «Asinelli, ulivi, margherite, le Italie dei valori, le Forze italia, i partiti democratici o della libertà» (pp. 84-85) non hanno niente a che spartite con la politica e l’anelito alla convivenza civile. Al contrario, contribuiscono allo sfaldamento sociale e al relegamento della sfera politica a mera funzione tecnico-esecutiva, una necessità amministrativa che soggiace ai capricci del “finanzcapitalismo” mondiale. Ma la politica non può – non deve – esser sacrificata, personalizzata, piegata a una necessità arbitrariamente conferita; essa, per definizione, è «il luogo delle possibilità», la garanzia di poter scegliere una propria «visione della vita comune» che crei fiducia nel viver insieme e speranza per un domani più stabile. Immaginare un futuro diverso e, per noi, migliore è un diritto fondamentale che la politica (di qualsiasi orientamento) ha il dovere di tramandare e proteggere

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