La questione del nulla. Intervista a Giancarlo Vianello

di Paolo Calabrò

Giancarlo Vianello è uno studioso della Scuola di Kyōto. Sull’argomento ha pubblicato con Rubbettino: G. Vianello-M. Cestari-K. Yoshioka, La Scuola di Kyoto (1996) e G. Vianello (a cura di), Messaggeri del nulla. La scuola di Kyoto in Europa (2006). Sui temi più generali legati alle dinamiche interculturali ha pubblicato di recente: The Absolute in the Everyday Life. A Buddhist Reflection on Meister Eckhart, in K. Acharya-M. Carrara-W. Parker (eds.), Fullness of Life, Somaya Publ. (Mumbai 2008) e Nihilism and Emptiness. The collapse of Representations and the Question of Nothingness, in R. Bouso-J. Heisig (eds.), Confluences and Cross-Currents, Nanzan Institute for Religion and Culture (Nanzan 2009). Lo abbiamo intervistato a proposito del Suo ultimo libro, Colligite fragmenta. La questione del nulla (ed. Rubbettino, 2011).

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Lei sostiene una visione positiva, vicina a Nietzsche, del nichilismo: che non è un annichilimento di tutto ciò che è, bensì il superamento di una visione ingenua del mondo basata su concetti e valori insussistenti.

Il nichilismo è in primis un processo storico, che Nietzsche interpreta nel suo aspetto fondamentale: la crisi dei valori, che si consumano in tempi patologicamente brevi e generano una irrequietezza ed una incoerenza diffusa. Quando non esistono più valori generali condivisi, in grado di accentrare e tenere unite le singole istanze della società, si afferma la parcellizzazione di valori particolari, individuali. È la fine di un itinerario metafisico, che inizia con Socrate e Platone e con la loro contrapposizione di mondo dei valori e mondo reale, ripresa poi dal Cristianesimo. Questa contrapposizione di pensiero e vita, essere ed ente, fa sì che i valori si perdano nella loro astrattezza e che la realtà venga reificata, vissuta nel suo aspetto materiale, manipolabile attraverso la tecnica. Non credo che il nichilismo debba essere letto in termini negativi o positivi, semplicemente è la conclusione inevitabile di un itinerario metafisico. Superare il nichilismo significa superare la metafisica. Inoltre il nichilismo è un dato di fatto che caratterizza l’epoca che ci è dato di vivere e permea di sé non solo il pensiero, ma anche il vivere sociale nelle sue varie articolazioni.

Lei cita la celebre frase di Nietzsche (ripresa anche da Heidegger): «imprimere al divenire il carattere dell’essere, questa è la suprema volontà di potenza». Ma il nichilismo e la volontà di potenza si implicano necessariamente a vicenda?

Sì, nichilismo e volontà di potenza sono due aspetti strettamente correlati. Quando i valori e le rappresentazioni tradizionali perdono la loro consistenza, emerge la volontà di potenza del singolo. Come è noto, Nietzsche vede questo trapasso, questa Umwertung, in termini positivi. Per lui si tratta di affrancarsi da pseudovalori e di liberare le potenzialità creative del soggetto. La volontà di potenza è nella sua struttura fondamentale priva di finalità, cioè di costruzioni culturali. È una forza che trascina l’ente in un eterno ritorno, è l’essere dell’ente che si ripropone eternamente senza alcun finalismo. In questo senso va compresa la citazione presente nella domanda. Nietzsche offre un quadro della situazione e, anche in questo caso, bisogna prenderne atto, senza porsi la questione se questa situazione piaccia o meno.

Distingue, sulla scia dell’analisi di Ernst Benz, un nichilismo occidentale da uno tipicamente orientale. Questa distinzione è ancora valida nel nostro mondo globalizzato?

Ernst Benz parla di un nichilismo orientale, poiché il nichilismo russo si evolve autonomamente e presenta caratteristiche proprie della spiritualità russa. Tuttavia si tratta di un fenomeno marginale, il nichilismo è essenzialmente europeo: è la crisi di quel complesso di valori che hanno caratterizzato l’Europa. È la stessa identità europea ad essere messa in crisi dal nichilismo. Il secolo XIX vede contestualmente la crescita turbinosa del progresso tecnologico e la messa in crisi dell’identità spirituale europea, con l’emergere della coscienza della mancanza di un fine e con l’emergere di un pessimismo disincantato. In seguito alla diffusione della tecnica occidentale su scala planetaria, il nichilismo europeo si radica sotto altri cieli. Viene assunto assieme alla modernità ed alla tecnica. Tuttavia, la modernità è frutto di un processo storico plurisecolare. La modernità, che viene assunta attraverso la tecnica da altre culture, è qualcosa di posticcio ed inautentico che scardina equilibri, devasta stili di vita, espressioni culturali e modalità del vivere sociale. Fuori dall’Europa il nichilismo ha gli effetti devastanti, che si possono vedere. La Scuola di Kyōto, ad esempio, affronta da un punto di vista giapponese questo ordine di problemi e si pone come interlocutrice concettuale di fronte al pensiero occidentale. Si tratta di una prospettiva estremamente interessante. Tuttavia, si corre il rischio di polarizzare la lettura della realtà nichilistica, tra Europa e Giappone, tra due visioni appartenenti al cosiddetto primo mondo. Più volte Panikkar mi ha ammonito a non perdere di vista la complessità concettuale, simbolica, spirituale del resto dell’umanità.

Quale differenza in particolare tra il nulla del nichilismo occidentale (sia esso tecnico, filosofico o mistico) e la vacuità buddhista?

Il nichilismo europeo è, per l’appunto, l’esito di un itinerario metafisico dualista, platonico-cristiano, che ha caratterizzato il pensiero occidentale. Il Buddhismo, invece, è caratterizzato da una visione advaya, non duale. Non a caso, la śūnyatā buddhista è tradotta come vuoto, vacuità. Il termine “nulla” non si addice per le implicazioni logiche e metafisiche che porta con sé. È la negazione dell’essere, il lato oscuro dell’essere cui si contrappone. Nel Buddhismo non vi è contrapposizione, ma coappartenenza. La forma è vuoto ed il vuoto è forma, come recita la Prajñāpāramitā. In Occidente, il nulla è stato declinato in una infinità di modalità differenti. Tuttavia, non si è mai liberato delle delle sue valenze negative e metafisiche.

Il Suo studio si nutre di molte fonti eterogenee. È possibile, nonostante le tante differenze, scorgere qualche “invariante”?

Ho cercato di costruire una mappa concettuale che includesse le varie modalità in cui il nulla o la vacuità sono state declinati. Ovviamente, sono presenti in numero rilevante diverse letture e sfumature interpretative. Mi sembra che, paradossalmente, sia proprio il fenomeno nichilistico a fornire un ambito comune in cui far rifluire i diversi frammenti. Il nichilismo globalizzato è un fenomeno strettamente legato alla mondializzazione. Il pensiero occidentale è in crisi. E non si tratta solo di una crisi concettuale o spirituale, perché coinvolge aspetti molto concreti, materiali della vita sociale ed economica. L’espandersi della tecnica a livello planetario ha coinvolto anche le altre culture in questa crisi. E per loro è molto più devastante, come ho avuto già modo di dire. Questo almeno uniforma l’inquietudine ed i bisogni e pone fine alla frammentazione di prospettive. Apre la strada alla diversità nell’unità: colligere fragmenta, per l’appunto.

Dedica il Suo lavoro alla memoria del filosofo catalano Raimon Panikkar, scomparso lo scorso agosto. “Quanto” Panikkar c’è in questo volume?

Moltissimo. Panikkar non viene mai citato, per scelta consapevole. Tuttavia, il saggio si muove in un’ottica panikkariana. Già dal titolo, ho cercato di seguire una prospettiva advaya, non confutativa e discriminante. Ho cercato, con i risultati che sono quello che sono, di evitare di mettere i frammenti in sistema, cioè di organizzarli in una gerarchia arbitraria. Ho rinunciato alle tentazioni analitiche. Ho puntato invece ad una sinossi, una visione d’insieme che potesse raccogliere le differenti prospettive, perché, come insegnava Panikkar, ogni frammento è parte unica ed irripetibile della totalità.

In che misura e in che modo la Scuola di Kyōto - di cui Lei è attento studioso da molti anni - può aiutare a scoprire la prospettiva e la fecondità del nichilismo?

La Scuola di Kyōto ha avuto il merito di tradurre in linguaggio filosofico, il pensiero tradizionale di ascendenza buddhista. Ciò è avvenuto perché il Giappone doveva affrontare il problema ermeneutico del dissidio tra la modernità, in cui si è trovato coinvolto, ed il suo pensiero tradizionale. Löwith affermava che il Giappone moderno era un ossimoro, perché oggettivamente il Giappone è moderno, ma allo stesso tempo non può esserlo, perché non ha vissuto il processo storico che ha creato la modernità in Europa. Malgrado queste motivazioni, la Scuola di Kyōto non si limita a fornire risposte ai giapponesi. È anche interlocutrice estremamente preziosa per il pensiero occidentale, in quanto offre una prospettiva ontologica altra. Il Buddhismo concepisce la vacuità, o il nulla se vogliamo usare un termine filosofico occidentale, come parte costitutiva di una unità. I dharma, possiamo definirli enti, appaiono, annichilendo il nulla originario, e riconfluiscono nel nulla, annichilendo se stessi. Anche se ciò è espresso in modo impreciso, perché non vi è annichilimento ma un naturale processo interno alla vacuità. Questa prospettiva non interpreta il nulla in termini negativi, contrapposto all’essere che va difeso ad oltranza. È la rigidità della tradizione metafisica occidentale che vive il riemergere della questione del nulla nel nichilismo in termini angoscianti. In una visione non dualista, questo non accade.

Si può veramente vivere senza metafisica (domanda tanto più inquietante oggi, che perfino la scienza positiva ammette di aver bisogno di “una certa dose di metafisica”)? Quale prospettiva emerge quando scompare la metafisica?

La metafisica, anche etimologicamente, porta con sé l’idea di una divisione e di una contrapposizione – cielo/terra, spirito/materia, essere/ente. L’esito di questa prospettiva è stato il nichilismo, con il suo corrodere i valori e con la trasformazione della realtà in materia manipolabile dalla tecnica con fini di dominio. In questo contesto, come diceva Heidegger, è necessario interrogarsi sul nulla e viverne fino in fondo l’essenza. È anche necessario porsi in un’ottica unitaria, che riporti il mistero all’interno della realtà.

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G. Vianello, Colligite fragmenta. La questione del nulla, Rubbettino, Soveria Mannelli (CZ) 2011, pp. 138, euro 16,00.

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